Ti metto i cuori e manco li vedi
Vittorio Lingiardi , di VITTORIO LINGIARDIIl ricorso compulsivo al consenso attraverso Internet danneggia la percezione di sé. Ma non tutto è perduto. Basterebbe aggiungere un altro tasto. Letterario
A cosa servono i like? A convincersi di essere riconosciuti e apprezzati. Una speranza che occupa le nostre vite fin dai primi giorni. Che male c'è nel desiderio di piacere? Questa domanda ne implica altre più retoriche: piacere a qualcuno o a tutti? A pochi o a tanti? A individui pensanti o a cliccatori seriali? E soprattutto: apprezzati per quale virtù? Più che una soluzione, i like mi sembrano il segno di una mancanza, il sintomo di una solitudine. Non solo. Nella loro logica scissionale e binaria - pollice in giù, pollice in su - fanno fuori l'unico modo che abbiamo per affrontarla, questa mancanza: provando a comprendere e accettare la complessità e l'ambivalenza dei nostri bisogni e degli altrui investimenti.
In psicoanalisi, si parla di economia psichica scissionale quando tendiamo a considerare noi stessi o gli altri in una logica buono/cattivo, piacere/dispiacere, non riuscendo a integrare le rappresentazioni dell…
In psicoanalisi, si parla di economia psichica scissionale quando tendiamo a considerare noi stessi o gli altri in una logica buono/cattivo, piacere/dispiacere, non riuscendo a integrare le rappresentazioni dell…
A cosa servono i like? A convincersi di essere riconosciuti e apprezzati. Una speranza che occupa le nostre vite fin dai primi giorni. Che male c'è nel desiderio di piacere? Questa domanda ne implica altre più retoriche: piacere a qualcuno o a tutti? A pochi o a tanti? A individui pensanti o a cliccatori seriali? E soprattutto: apprezzati per quale virtù? Più che una soluzione, i like mi sembrano il segno di una mancanza, il sintomo di una solitudine. Non solo. Nella loro logica scissionale e binaria - pollice in giù, pollice in su - fanno fuori l'unico modo che abbiamo per affrontarla, questa mancanza: provando a comprendere e accettare la complessità e l'ambivalenza dei nostri bisogni e degli altrui investimenti.
In psicoanalisi, si parla di economia psichica scissionale quando tendiamo a considerare noi stessi o gli altri in una logica buono/cattivo, piacere/dispiacere, non riuscendo a integrare le rappresentazioni dell'oggetto in immagini articolate. I like sono mattoncini di consenso e semplificazione, una piccola dieta narcisistica con cui saziare la fame di ben altri cibi affettivi e sociali. Prodotti in serie e su vasta scala sostituiscono la polifonia della vita psichica (la sua varietà e in fondo la sua fragile ma indispensabile democrazia) con la tirannia monocratica dello schieramento, il giudizio univoco e finale di un pollice gladiatorio che, in alto o in basso che sia, trasporta nell'imbuto dell'arena tutta la delicatezza delle nostre vite e il senso delle nostre comunicazioni. La sentenza impulsiva (burro o cannoni? Barabba o Gesù? La borsa o la vita?) che mortifica il dialogo. Proprio il contrario di come funziona la psiche al suo meglio, quando è capace di stare tra gli spazi e di attraversare i ponti faticosamente costruiti sull'arcipelago della nostra complessità.
La polarizzazione del riconoscimento nega il suo presupposto, che è la reciprocità: per essere riconosciuti dobbiamo riconoscere. Avviene persino negli scambi primari tra il bambino e chi se ne prende cura. I like si accumulano sulla macchia cieca della nostra retina relazionale. Sulla faticosa gioia di (ri)conoscersi prevale la gratificazione effimera della medaglietta narcisistica. Perché il riconoscimento presuppone differenza, mentre i like propongono la validazione anaffettiva e anonima dell'applausometro. Un piacere di quantità più che di qualità.
Anche se tutte le ricerche sullo sviluppo del bambino e dell'adolescente straripano di riferimenti al ruolo insostituibile del riconoscimento reciproco, oggi sempre più dobbiamo fare i conti con il fatto che gran parte dello sviluppo psichico ed emotivo dei nativi digitali è condizionato dai social, con conseguenti ricadute sulla percezione di sé e dell'altro e la creazione di ingannevoli porosità tra l'on- e l'off-line. Nelle parole di un arguto tormentone estivo, l'amore a prima vista diventa "amore a prima Insta": "Da quando ti ho vista ho messo 'Segui'/ Ti metto i cuori ma manco li vedi/ Foto dei seni, foto dei piedi/ Ne seguo mille, mi seguono in dieci/ Follow for follow, like for like/ Vivi di like, baby, like for life". Like e follower rispondono a un fisiologico bisogno di riconoscimento che non si può curare con illusioni di virtualità incarnata sempre pronte a dissolversi, cambiare rotta, vendersi. Se a soffrire sono le relazioni o l'autostima, il rimedio non saranno i like. Proprio come se a soffrire è la fiducia nella guida politica, il rimedio non saranno i tweet.
Permettetemi di concludere con una nota curiosa tratta dalla letteratura scientifica di questi ultimi mesi. Pare sia stata rilevata una correlazione tra il numero di amici sui social e l'intensità di tratti narcisistici della personalità, in particolare l'esibizionismo grandioso, la vanità, la tendenza a rivendicare privilegi e a sentirsi autorizzati a manipolare gli altri.
Del resto conosciamo bene il lato oscuro dei social, l'odio che li funesta, la perdita dell'introspezione, l'autoreferenzialità, la costruzione di scorciatoie mentali e frettolosi consensi. Sotto gli inviti all'odio, alle banalità virtuali del male, aggiungerei oltre al tasto dell'I like, un bartlebyano "I would prefer not to".
In psicoanalisi, si parla di economia psichica scissionale quando tendiamo a considerare noi stessi o gli altri in una logica buono/cattivo, piacere/dispiacere, non riuscendo a integrare le rappresentazioni dell'oggetto in immagini articolate. I like sono mattoncini di consenso e semplificazione, una piccola dieta narcisistica con cui saziare la fame di ben altri cibi affettivi e sociali. Prodotti in serie e su vasta scala sostituiscono la polifonia della vita psichica (la sua varietà e in fondo la sua fragile ma indispensabile democrazia) con la tirannia monocratica dello schieramento, il giudizio univoco e finale di un pollice gladiatorio che, in alto o in basso che sia, trasporta nell'imbuto dell'arena tutta la delicatezza delle nostre vite e il senso delle nostre comunicazioni. La sentenza impulsiva (burro o cannoni? Barabba o Gesù? La borsa o la vita?) che mortifica il dialogo. Proprio il contrario di come funziona la psiche al suo meglio, quando è capace di stare tra gli spazi e di attraversare i ponti faticosamente costruiti sull'arcipelago della nostra complessità.
La polarizzazione del riconoscimento nega il suo presupposto, che è la reciprocità: per essere riconosciuti dobbiamo riconoscere. Avviene persino negli scambi primari tra il bambino e chi se ne prende cura. I like si accumulano sulla macchia cieca della nostra retina relazionale. Sulla faticosa gioia di (ri)conoscersi prevale la gratificazione effimera della medaglietta narcisistica. Perché il riconoscimento presuppone differenza, mentre i like propongono la validazione anaffettiva e anonima dell'applausometro. Un piacere di quantità più che di qualità.
Anche se tutte le ricerche sullo sviluppo del bambino e dell'adolescente straripano di riferimenti al ruolo insostituibile del riconoscimento reciproco, oggi sempre più dobbiamo fare i conti con il fatto che gran parte dello sviluppo psichico ed emotivo dei nativi digitali è condizionato dai social, con conseguenti ricadute sulla percezione di sé e dell'altro e la creazione di ingannevoli porosità tra l'on- e l'off-line. Nelle parole di un arguto tormentone estivo, l'amore a prima vista diventa "amore a prima Insta": "Da quando ti ho vista ho messo 'Segui'/ Ti metto i cuori ma manco li vedi/ Foto dei seni, foto dei piedi/ Ne seguo mille, mi seguono in dieci/ Follow for follow, like for like/ Vivi di like, baby, like for life". Like e follower rispondono a un fisiologico bisogno di riconoscimento che non si può curare con illusioni di virtualità incarnata sempre pronte a dissolversi, cambiare rotta, vendersi. Se a soffrire sono le relazioni o l'autostima, il rimedio non saranno i like. Proprio come se a soffrire è la fiducia nella guida politica, il rimedio non saranno i tweet.
Permettetemi di concludere con una nota curiosa tratta dalla letteratura scientifica di questi ultimi mesi. Pare sia stata rilevata una correlazione tra il numero di amici sui social e l'intensità di tratti narcisistici della personalità, in particolare l'esibizionismo grandioso, la vanità, la tendenza a rivendicare privilegi e a sentirsi autorizzati a manipolare gli altri.
Del resto conosciamo bene il lato oscuro dei social, l'odio che li funesta, la perdita dell'introspezione, l'autoreferenzialità, la costruzione di scorciatoie mentali e frettolosi consensi. Sotto gli inviti all'odio, alle banalità virtuali del male, aggiungerei oltre al tasto dell'I like, un bartlebyano "I would prefer not to".