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 Si intitola "Monocromatic" il progetto fotografico (qui un esemplare) del giapponese Daisuke Takakura (1980). Attore di teatro, designer e fotografo, l’artista ha scelto come modelli ragazzi e ragazze di vent’anni. L’idea è quella di rappresentare le differenti personalità  che si celano nelle persone che a prima vista possono sembrarci molto simili a noi. Info sul sito web casane.jp e (c) Daisuke Takakura  

Ti metto i cuori e manco li vedi

Il ricorso compulsivo al consenso attraverso Internet danneggia la percezione di sé. Ma non tutto è perduto. Basterebbe aggiungere un altro tasto. Letterario
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A cosa servono i like? A convincersi di essere riconosciuti e apprezzati. Una speranza che occupa le nostre vite fin dai primi giorni. Che male c'è nel desiderio di piacere? Questa domanda ne implica altre più retoriche: piacere a qualcuno o a tutti? A pochi o a tanti? A individui pensanti o a cliccatori seriali? E soprattutto: apprezzati per quale virtù? Più che una soluzione, i like mi sembrano il segno di una mancanza, il sintomo di una solitudine. Non solo. Nella loro logica scissionale e binaria - pollice in giù, pollice in su - fanno fuori l'unico modo che abbiamo per affrontarla, questa mancanza: provando a comprendere e accettare la complessità e l'ambivalenza dei nostri bisogni e degli altrui investimenti. 

In psicoanalisi, si parla di economia psichica scissionale quando tendiamo a considerare noi stessi o gli altri in una logica buono/cattivo, piacere/dispiacere, non riuscendo a integrare le rappresentazioni dell&#…
A cosa servono i like? A convincersi di essere riconosciuti e apprezzati. Una speranza che occupa le nostre vite fin dai primi giorni. Che male c'è nel desiderio di piacere? Questa domanda ne implica altre più retoriche: piacere a qualcuno o a tutti? A pochi o a tanti? A individui pensanti o a cliccatori seriali? E soprattutto: apprezzati per quale virtù? Più che una soluzione, i like mi sembrano il segno di una mancanza, il sintomo di una solitudine. Non solo. Nella loro logica scissionale e binaria - pollice in giù, pollice in su - fanno fuori l'unico modo che abbiamo per affrontarla, questa mancanza: provando a comprendere e accettare la complessità e l'ambivalenza dei nostri bisogni e degli altrui investimenti. 

In psicoanalisi, si parla di economia psichica scissionale quando tendiamo a considerare noi stessi o gli altri in una logica buono/cattivo, piacere/dispiacere, non riuscendo a integrare le rappresentazioni dell'oggetto in immagini articolate. I like sono mattoncini di consenso e semplificazione, una piccola dieta narcisistica con cui saziare la fame di ben altri cibi affettivi e sociali. Prodotti in serie e su vasta scala sostituiscono la polifonia della vita psichica (la sua varietà e in fondo la sua fragile ma indispensabile democrazia) con la tirannia monocratica dello schieramento, il giudizio univoco e finale di un pollice gladiatorio che, in alto o in basso che sia, trasporta nell'imbuto dell'arena tutta la delicatezza delle nostre vite e il senso delle nostre comunicazioni. La sentenza impulsiva (burro o cannoni? Barabba o Gesù? La borsa o la vita?) che mortifica il dialogo. Proprio il contrario di come funziona la psiche al suo meglio, quando è capace di stare tra gli spazi e di attraversare i ponti faticosamente costruiti sull'arcipelago della nostra complessità. 

La polarizzazione del riconoscimento nega il suo presupposto, che è la reciprocità: per essere riconosciuti dobbiamo riconoscere. Avviene persino negli scambi primari tra il bambino e chi se ne prende cura. I like si accumulano sulla macchia cieca della nostra retina relazionale. Sulla faticosa gioia di (ri)conoscersi prevale la gratificazione effimera della medaglietta narcisistica. Perché il riconoscimento presuppone differenza, mentre i like propongono la validazione anaffettiva e anonima dell'applausometro. Un piacere di quantità più che di qualità. 

Anche se tutte le ricerche sullo sviluppo del bambino e dell'adolescente straripano di riferimenti al ruolo insostituibile del riconoscimento reciproco, oggi sempre più dobbiamo fare i conti con il fatto che gran parte dello sviluppo psichico ed emotivo dei nativi digitali è condizionato dai social, con conseguenti ricadute sulla percezione di sé e dell'altro e la creazione di ingannevoli porosità tra l'on- e l'off-line. Nelle parole di un arguto tormentone estivo, l'amore a prima vista diventa "amore a prima Insta": "Da quando ti ho vista ho messo 'Segui'/ Ti metto i cuori ma manco li vedi/ Foto dei seni, foto dei piedi/ Ne seguo mille, mi seguono in dieci/ Follow for follow, like for like/ Vivi di like, baby, like for life". Like e follower rispondono a un fisiologico bisogno di riconoscimento che non si può curare con illusioni di virtualità incarnata sempre pronte a dissolversi, cambiare rotta, vendersi. Se a soffrire sono le relazioni o l'autostima, il rimedio non saranno i like. Proprio come se a soffrire è la fiducia nella guida politica, il rimedio non saranno i tweet.

Permettetemi di concludere con una nota curiosa tratta dalla letteratura scientifica di questi ultimi mesi. Pare sia stata rilevata una correlazione tra il numero di amici sui social e l'intensità di tratti narcisistici della personalità, in particolare l'esibizionismo grandioso, la vanità, la tendenza a rivendicare privilegi e a sentirsi autorizzati a manipolare gli altri. 

Del resto conosciamo bene il lato oscuro dei social, l'odio che li funesta, la perdita dell'introspezione, l'autoreferenzialità, la costruzione di scorciatoie mentali e frettolosi consensi. Sotto gli inviti all'odio, alle banalità virtuali del male, aggiungerei oltre al tasto dell'I like, un bartlebyano "I would prefer not to".