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La foto è tratta dalla serie "Lovers" di Giulia Bersani. Dal 2012 la fotografa milanese, appassionata di fotografia analogica, ritrae i momenti di intimità di giovani innamorati. (c) Giulia Bersani  

Macché poesia, amarsi che fatica

Franco Marcoaldi e Peppe Servillo. Il poeta e il musicista. Insieme sullo stesso palco per celebrare il sentimento "più inutile che c'è". Ma allora perché così difficile da rincorrere? Da Roland Barthes a Francesco De Gregori, ecco a voi i frammenti di un discorso non sempre amoroso ma certo seducente. Con consiglio finale 
7 minuti di lettura
Quelli che per il semiologo sono Frammenti di un discorso amoroso per il poeta sono "vizio assurdo", "durissima battaglia" magari, "tra Amore e non Amore", visione di "distesi, nudi amanti,/ belli per noi - ed è quanto basta - solo di foglie di palpebre coperti,/ sprofondati nella notte vasta". E certo, da Roland Barthes a Wislawa Szymborska si potrebbe continuare all'infinito o quasi, perché amore e poesia si chiamano, si seducono vicendevolmente, si sfidano, si completano. Emanano potenza. Sono sangue. Sono musica. Sono la vita.

"Sapete chi non riesce proprio ad apprezzare l'umorismo sul fumo? I cardiologi. Una volta, dopo un controllo medico andato bene ho osato dire che a me il fumo ha salvato la vita e questo medico, cupissimo, mi ha risposto: Su queste cose non si scherza". Franco Marcoaldi, gran fumatore, è prima di tutto un poeta. E del poeta ha l'ironia e quel gusto del paradosso capace di cat…
Quelli che per il semiologo sono Frammenti di un discorso amoroso per il poeta sono "vizio assurdo", "durissima battaglia" magari, "tra Amore e non Amore", visione di "distesi, nudi amanti,/ belli per noi - ed è quanto basta - solo di foglie di palpebre coperti,/ sprofondati nella notte vasta". E certo, da Roland Barthes a Wislawa Szymborska si potrebbe continuare all'infinito o quasi, perché amore e poesia si chiamano, si seducono vicendevolmente, si sfidano, si completano. Emanano potenza. Sono sangue. Sono musica. Sono la vita.

"Sapete chi non riesce proprio ad apprezzare l'umorismo sul fumo? I cardiologi. Una volta, dopo un controllo medico andato bene ho osato dire che a me il fumo ha salvato la vita e questo medico, cupissimo, mi ha risposto: Su queste cose non si scherza". Franco Marcoaldi, gran fumatore, è prima di tutto un poeta. E del poeta ha l'ironia e quel gusto del paradosso capace di catturare l'attenzione. Siamo nella sua casa di Roma che qualsiasi amante dei libri non gli invidierà mai abbastanza, non solo perché è calda e accogliente, ma perché la stanza dove ci sediamo per questo dialogo ha tutte le pareti rivestite di volumi. Bellissimi. E di tutte le età, a raccontare una vita di letture. Con lui Peppe Servillo, musicista e amico di vecchia data lo guarda curioso. E questo vuol dire che sul suo volto si possono leggere tutte le sensazioni che si trova a provare: sorpresa, interesse, incredulità sospesa. "Ma io non scherzavo: a me il fumo la vita l'ha salvata davvero, perché anni fa dovevo andare da Phoenix a New York con mia moglie e sugli aerei si poteva ancora fumare, ma non c'erano più posti fumatori. Più di cinque ore di viaggio senza poter accendere una sigaretta! Mi sono rifiutato di salire e ho preso quello successivo dove ho mangiato, bevuto e fumato. Moltissimo. Quando sono arrivato ho saputo che quell'altro aereo era caduto: anche se oggi mi capitasse la peggiore sventura, a me trent'anni di vita me li ha garantiti il fumo!".

C'è una lunga storia di collaborazione tra voi.
Franco Marcoaldi:
"Credo che tutto sia nato da uno spettacolo intitolato Sconcerto una decina di anni fa. Un tentativo indefinibile, tanto che l'abbiamo chiamato "Teatro musicale" perché non rientrava in nessun canone. Era stata ideata da tre persone: io ho scritto il testo, Giorgio Battistelli le musiche e Toni, il fratello di Peppe, era l'interprete e il regista. Si trattava di un concerto che non riusciva mai a partire perché Toni era preso da mille impicci, mentre tu suonavi il corno e poi cantavi una ballata insieme a lui".

Peppe Servillo: "Poi tu hai scritto una canzone, Il cinghiale, che è stata pubblicata nell'ultimo disco degli Avion Travel, il mio gruppo, e in seguito ti ho chiesto se potevo utilizzare dei testi tratti dal tuo libro Animali in versi per lo spettacolo Il carnevale degli animali di Camille Saint-Saëns".

Marcoaldi: "E a quel punto ti ho chiesto a mia volta di lavorare insieme a questo progetto legato al libro Amore non Amore".

Di che cosa si tratta?
Marcoaldi:
"Sarà un incontro tra le poesie del libro e le canzoni che canta Peppe. Quando scrissi quel pezzo per lui sul cinghiale mi divertii moltissimo. In questo caso è avvenuto un po' lo stesso, perché ognuno di noi ha dovuto abbandonare una parte del proprio narcisismo nel nome di una cosa più bella: poesia e musica sono sorelle che però prendono strade diverse".

Servillo: "La poesia è un fatto musicale ma anche le canzoni possono essere fatto poetico. Noi ne abbiamo scelte quattro più due strumentali, provenienti dal repertorio napoletano, perché il repertorio napoletano è qualcosa da cui non si può prescindere: un'epoca d'oro in cui i parolieri erano spesso poeti di grandissimo valore e dove la musica ha determinato un'aggiunta di senso enorme per quei testi. Inoltre, fatto fondamentale, la canzone napoletana ha indagato in modo incredibilmente vario e interessante il sentimento amoroso".

Lei lavora da molto tempo sulla canzona napoletana...
Servillo:
"Sì, ci lavoro con un quartetto d'archi da diversi anni e questo incontro con la poesia di Franco ha messo in moto una possibilità di dialogo che ha trasformato entrambe in modo inaspettato".

Cosa succederà dunque nello spettacolo?
Marcoaldi
: "La cosa decisiva del canzoniere è il titolo Amore non Amore, ovvero il tentativo di incorporare nel motore primo dell'esistenza la sua costitutiva ambivalenza. Il centro dunque è la relazione amorosa che prende in esame però le più diverse modalità dell'amore. Quello per gli animali, per esempio, che è una cosa che conosco per esperienza diretta. Oppure l'amore per Dio o il rapporto con i morti e, al contrario, l'amore per i viventi e per il mondo. Tutti sperimentiamo luci e ombre nella vita e nel rapporto amoroso; questa varietà di timbri che va dall'aspetto romantico a quello ironico o addirittura sarcastico sono solo alcune delle sfaccettature che cercheremo di rileggere: leggendo, alternandoci, un primo blocco di poesie che sono quelle vicine alla scoperta del sentimento amoroso a cui segue un intermezzo strumentale e due canzoni meravigliose, tra cui la mia preferita, Uocchi che ragionate: già solo il titolo desta entusiasmo".

Servillo: "Era anche la preferita di Eduardo, non a caso".

E poi?
Marcoaldi
: "Ci sarà una parte centrale che leggerò da solo a cui seguiranno altre due canzoni di Peppe".

Servillo: "Magari di Peppe! C'è n'è una di Bovio, 'A serenata a Pulecenella, che parla di un amore che si spende gratuitamente senza avere nulla in cambio: un tema che tu hai toccato, ovvero "Il vero amore che è quello di chi ama non di chi è amato"".

Marcoaldi: ""Sii fine e popolare" come diceva Caproni: suono e senso si rincorrono nella poesia e nella canzone. E Robert Frost, criticando il verso libero: "Scrivere una poesia senza rime è come giocare a tennis senza la rete". Le regole sono importanti. In poesia e in amore".

Servillo: "La musica te le impone".

Questa costrizione fa bene o male?
Marcoaldi: "Certo che è un vincolo avere una griglia dentro la quale muoversi! Ma è bellissimo proprio giocare dentro questo vincolo e quando lavoriamo insieme vedere la metamorfosi che la poesia subisce è affascinante".

Servillo: "Infatti, ci dobbiamo difendere dalla potenza della musica in qualche modo. Comunque gli diamo una dimensione, una proporzione rispettosa del valore della poesia che è la cosa che a me interessa di più portare avanti".

Qual è la regola della musica?
Servillo:
"Beh, ti obbliga metricamente e moltiplica il senso non solo per il significato che le parole custodiscono. In questo recital dunque abbiamo dovuto prestare attenzione a dare le proporzioni giuste per evitare che la musica prenda il sopravvento a causa della sua immediatezza, ma nell'incapacità della parola a rappresentare tutto c'è la bellezza di quella sfida di cui parlava Franco".

Marcoaldi: "Pessoa dava una definizione sintetica ma felicissima della poesia dicendo che si tratta di "un canto senza musica" e a proposito di differenze, il ritmo e l'idea del tempo mentre nella musica è scritto quando la poesia viene detta ad alta voce è il poeta che stabilisce i tempi delle pause".

In nessuna circostanza il verso libero è ammesso?
Marcoaldi:
"Secondo me va benissimo praticare il verso libero ma solo dopo aver appreso tutte le regole della rima. Fare i conti con la metrica è comunque sempre una buonissima cosa".

Servillo: "Forse il verso libero cerca proprio quel tempo di cui si parlava per cui può avere una ragione che lo giustifica".

Lei che tipo di regole usa?
Marcoaldi
: "Uso tantissimo la rima al mezzo, le assonanze. Ad essere sinceri devo ammettere che c'è anche un rischio di tenere a bada per chi è portato, la facilità nel tenere la rima e quindi creare degli accidenti per inceppare il meccanismo perché altrimenti ci si arriva troppo facilmente".

C'è un poeta che ama particolarmente?
Marcoaldi
: "Giorgio Caproni. Che, non a caso, viene dalla musica. Quando gli si voleva fare un complimento gli si diceva che i suoi versi erano musicali, eh beh no: la sua era proprio musica".

Servillo: "Il suo sogno era stato agli inizi quello di fare il violinista".

Non a caso il suo "Res amissa" inizia con un "Allegretto con brio"...
Marcoaldi:
"Lui racconta di quando doveva fare dei corali a quattro voci e prendeva dei testi dai classici. Nessuno se ne accorgeva, così che ha inziato a scrivere dei testi suoi. Tanto che a un certo punto disse: "Il musicista è finito ed è rimasto il paroliere". Comunque, per rispondere alla domanda su quali siano i miei poeti preferiti, io di solito dico: "I più intonati"".

Ok Caproni. Un altro nome?
Marcoaldi:
"Montale. Un altro che ha la musica dentro: sono convinto che il piacere, il gusto, la naturalezza del canto siano quello che determinano la qualità della poesia".

Abbiamo bisogno della poesia?
Marcoaldi
: "Ne abbiamo bisogno come di tutte le cose inutili. Due cari amici, purtroppo morti di recente, che cosa leggevano negli ultimi mesi? Poesia, ovvero la cosa più inutile nella società utilitaristica contemporanea. Inutile come la musica, come l'amore".

A proposito di poeti, un piccolo gioco. Francesco De Gregori, in un recente incontro con lui raccontava di come un suo pezzo, "Le storie di ieri", recitasse la frase "i poeti che brutte creature". Uscito prima su "Volume 8" di De André, lui la modifica in "i poeti che strane creature". Voi con chi state?
Marcoaldi:
"Ovviamente sarei portato per De André ma mi incuriosisce: come mai De Gregori dice questa cosa: è una questione di forza del verso? Da questo punto di vista capisco".

Solo lui potrebbe rispondere ma credo che in effetti ci sia un divertimento nel giocare sull'ambivalenza, su un affermare negando, su una problematizzazione di qualsiasi cosa per cui mentre afferma la forza della poesia contemporaneamente la nega.
Marcoaldi
:"Questo è comprensibilissimo e anche molto sano".

Servillo: "Lo apprezzo molto: è un modo intelligente di porre il problema del linguaggio della canzone contrapposto a quello della poesia".

E infatti volevo arrivare al premio Nobel a Bob Dylan: come lo considerate? Giusto o sbagliato?
Marcoaldi
: "Vedo nella decisione della giuria un po' di coda di paglia nel premiare un personaggio molto famoso. Le straordinarie canzoni di Dylan, non so se spogliate della musica siano grande poesia. Sarei forse più in difficoltà con Leonard Cohen".

Servillo: "Guardiamo l'opera in cui anche libretti a volte non eccelsi vengono nobilitati da una musica straordinaria".

Marcoaldi: "Lo stesso Auden, da poeta che si avventura nell'opera, diceva che i libretti sono come una lettera privata che scriveva al compositore e poi il compositore ne facesse quel che crede".

Tornando al libro, colpisce molto quell'immagine in riferimento all'invenzione dell'amore, di Dio come demiurgo folle: "Che perfido disegno/ invitarci al volo, solo/ per farci poi precipitare al suolo..."
Marcoaldi: "Le facce del sentimento amoroso sono molteplici: l'idea è appunto quella del dio mitologico come entità capricciosa e ambivalente che ti getta nelle braccia di una persona che magari ti rovinerà l'esistenza. Poi però c'è anche una coppia di poesie che dice "io non invidio tanto chi miete successi, denaro e potere ma chi è preso da questo amore per dio". La grande fatica dello stare al mondo è sopportare le sollecitazioni di una parte e dell'altra riconoscendo dunque l'ambivalenza dei sentimenti, dei pensieri, dei desideri. La vera radicalità sta nel sostenere questa doppiezza piuttosto che andare dritti come un fuso verso una parte".

Parlando di amore non possiamo prescindere dai "Frammenti di un discorso amoroso" di Roland Barthes: come si pone un poeta di fronte a un semiologo?
Marcoaldi:
"Barthes è un autore che ho amato moltissimo. Pensando a quel libro la prima cosa che mi viene in mente è la sua analisi dell'attesa della telefonata, che oggi è una cosa che non avviene più. Però è interessante soffermarsi a pensare come una cosa tecnica, la telefonata, influisca su un grande tema come l'attesa. Questo analizza il semiologo. Il poeta invece forse non sa da dove sta pescando: io non saprei dire se qualcosa è entrato nelle mie poesia per via di Conte o De Gregori piuttosto che per via di Dante o Catullo e non cerco neanche di capirlo. Il semiologo, invece, credo che faccia questo tentativo. Amo quando il caso mi regala un'idea: una volta ero in macchina in campagna e la radio ha trasmesso un brano di George Harrison, Here Comes the Sun, che ho citato con il titolo in una poesia, perché era perfetta in quel momento".

Servillo: "Oggi non ci sarebbe caso, perché un algoritmo avrebbe selezionato il pezzo per te sulla base dei tuoi ascolti precedenti".

Marcoaldi: "Non credo negli algoritmi ma nelle corrispondenze sotterranee sì, per cui si creano flussi per cui le persone simili si incontrano, i libri diventano fratelli tra loro senza che tu lo sappia, un'immagine si apparenta a un'altra e si crea così una rete".

E dunque: di cosa parliamo quando parliamo d'amore?
Servillo:
 "L'amore è una fatica (lo dice in napoletano, ndr)".

Marcoaldi: "E quanto è bello il piacere della fatica, nella poesia e nell'amore. Forse questa è una cosa importante da dire oggi".

Scendiamo scale buie e ripide per ritornare in strada senza smettere di pensare al rebus. Ciò con cui si può dire in estrema sintesi la parola "amore": "Se avessi te/ Se avessi/ Se".