Riparlami d'amore
Massimo Recalcati , di MASSIMO RECALCATIÈ la frase più abusata del mondo: ma cosa vogliamo davvero dire quando diciamo “ti amo”? E perché tante coppie, quando si lasciano, arrivano a odiarsi? Sarà anche San Valentino ma un grande psicoanalista avverte: “Basta sdolcinature. Il vero amore è altrove”. Ecco dove
La psicoanalisi ha smascherato le credenze umane nei confronti degli idoli e degli ideali di ogni specie. Sotto la sua onda d'urto anche i sentimenti più altruistici e solidaristici si sono rivelati solo povere maschere che ricoprivano l'avidità originaria della pulsione. Al fondo della natura umana non si incontrano buoni sentimenti, ma solo una spinta pulsionale che afferma sé stessa. All'origine della vita - come sosteneva già Hobbes - non c'è l'amore ma la guerra di tutti contro tutti. E se allora l'amore, di cui la retorica di ogni tempo si è riempita la bocca, non fosse che una impostura? Se l'essere umano al suo fondo volesse solo potenziare il proprio Ego, se la natura stessa dell'inconscio fosse profondamente criminogena, se la pulsione avesse di mira solo il suo proprio soddisfacimento, come spiega Freud, come potrebbe mai esistere un amore altruistico? Un atto di donazione di sé stessi verso l&…
La psicoanalisi ha smascherato le credenze umane nei confronti degli idoli e degli ideali di ogni specie. Sotto la sua onda d'urto anche i sentimenti più altruistici e solidaristici si sono rivelati solo povere maschere che ricoprivano l'avidità originaria della pulsione. Al fondo della natura umana non si incontrano buoni sentimenti, ma solo una spinta pulsionale che afferma sé stessa. All'origine della vita - come sosteneva già Hobbes - non c'è l'amore ma la guerra di tutti contro tutti. E se allora l'amore, di cui la retorica di ogni tempo si è riempita la bocca, non fosse che una impostura? Se l'essere umano al suo fondo volesse solo potenziare il proprio Ego, se la natura stessa dell'inconscio fosse profondamente criminogena, se la pulsione avesse di mira solo il suo proprio soddisfacimento, come spiega Freud, come potrebbe mai esistere un amore altruistico? Un atto di donazione di sé stessi verso l'Altro capace di prescindere dal narcisismo? Come può esistere un amore che non sia solo rivolto a noi stessi?
L'odio è più antico e originario dell'amore, scriveva Freud. È sotto i nostri occhi una escalation individuale e collettiva della incultura dell'odio, dell'anti-amore, del rifiuto, della segregazione, del respingimento dell'Altro in qualunque forma esso appaia. L'odio è una risposta difensiva finalizzata a salvaguardare la vita in pericolo, esposta, come direbbe sempre Freud, alla natura straniera e ostile del mondo. Se dimenticassimo questa verità ridurremmo l'amore ad una marmellata di buoni sentimenti o, più precisamente, per usare una categoria della psicoanalisi, ad una rimozione dell'odio. Ma proprio perché il primo movimento dell'uomo, il più originario, è quello della chiusura, dell'arroccamento e della paura nei confronti del mondo "straniero e ostile", la possibilità dell'amore non può prescindere da questo carattere primario e dominante dell'odio. Ecco perché siamo così colpiti dai gesti di amore altruistico. Ci stupiamo forse sempre meno dell'orrore - che non ha limiti - e sempre di più dei gesti di amore e di solidarietà. Nondimeno è evidente, non solo agli psicoanalisti, che anche dove c'è amore serpeggia sempre una ambivalenza affettiva: io ti amo, ma poiché tu hai introdotto in me il seme della mancanza - poiché tu mi manchi proprio perché ti amo - , tu mi fai paura, io non mi posso fidare di te, tu sei pericolosa per la mia identità, ergo, ti odio.
L'amore è una vera alternativa all'odio solo quando sa assumere con slancio la dimensione della mancanza che l'esperienza dell'amore apre in noi. Si tratta di un movimento contro-natura: amo chi mi rende mancante. Come è possibile? La condizione dell'amore è quella di stabilire un rapporto di amicizia con la propria mancanza. Solo se si accoglie la nostra mancanza si può amare, ovvero sentire la mancanza di chi amiamo. Eppure ci sono amori che finiscono nell'odio e nella distruzione. Molto spesso sono gli amori più idealizzati, amori che hanno escluso l'insopportabile amando solo la bella immagine dell'Altro e non il suo fondo più insopportabile. Poi accade fatalmente che, in un modo o nell'altro, l'insopportabile faccia inaspettatamente irruzione e tutto frana, cade, si dissolve e di quell'amore non resta più nulla. Gli amori che finiscono nell'odio sono quelli che hanno cancellato l'insopportabile, che hanno amato solo l'immagine ideale dell'Altro, ovvero l'immagine che corrisponda alle nostre attese. Per questo Lacan diceva che un amore degno di questo nome sa amare tutto dell'Altro, dunque anche la sua parte più insopportabile. È un insegnamento che travalica il piano della vita amorosa e che investe ogni forma di legame umano: l'odio subentra all'amore quando l'idealizzazione lascia il posto alla delusione e questo accade tanto più facilmente quando l'infatuazione per l'Altro vorrebbe ricoprire i suoi limiti. Diversamente gli amori che durano sono gli amori che sanno condividere l'insopportabile, ovvero ciò che è veramente impossibile condividere.
Si dovrebbe allora aggiungere che se l'amore è amore non di qualcosa dell'Altro, ma di "tutto", nulla consentirà mai agli amanti di fare o di essere un tutto, di coincidere l'uno con l'altro. Ciascuno sarà infatti confinato al non-tutto come verità ineliminabile di ogni rapporto. Il mito platonico dell'androgino non dice la verità sull'amore: ricostruire l'intero non può mai essere la meta dell'amore. Piuttosto quando amiamo facciamo esperienza di perdere l'intero, di conoscere la nostra insufficienza e la nostra vulnerabilità. L'amore da questo punto di vista non ricompone la sfera, non sana la ferita ma la apre perché ci costringe a incontrare la mancanza. Ma se non possiamo aspirare a una totalità - è quello che accade invece nei regimi totalitari dove la massa ama e si sente amata dal suo leader, sentendosi un "tutto" - allora l'amore può essere una vera alternativa all'odio e non solo la sua fatale prosecuzione. L'amore scade nell'odio solo quando apre la ferita che avrebbe dovuto illusoriamente chiudere, ma se l'amore, invece, è la ferita, se è l'esperienza della mancanza, non è nel ritrovamento dell'intero, ma nella sua perdita che esso può realizzarsi. L'amore diventa così un grande antidoto ad ogni forma di odio, perché ci rende possibile fare amicizia con la nostra mancanza.
Il punto è che Freud non coglie la verità più profonda del messaggio cristiano. Egli riduce l'amore per il prossimo ad una contraddizione insanabile: perché dovrei amare lo sconosciuto? Lo straniero? O, addirittura, chi non sopporto? E come dargli torto? Ma il limite del suo ragionamento consiste nel non intendere che il "prossimo" - come spiegherà invece Lacan - è innanzitutto la parte più dissonante di me stesso. L'amore suppone sempre l'accettazione di questo "prossimo interno", di questo insopportabile che porto dentro di me. Allora colui a cui dichiaro il mio amore non è più la rappresentazione ideale di me stesso, lo specchio narcisistico che rende amabile la mia stessa immagine, ma diviene l'incontro con ciò che non intendo, che non posso avere e che non sono. La non coincidenza è, infatti, il senso più profondo di ogni legame d'amore. Per questo non c'è amore senza libertà, senza rispetto per la libertà dell'Altro. E per questo la violenza non fa parte dell'amore ma è la sua profanazione più estrema. Ogni amore ci espone al rischio di perdere un parte di noi stessi più che - come pensava Platone - di ritrovarla. Ma questo rischio comporta una gioia ineguagliabile che rende l'amore il più potente anti-depressivo in circolazione: esso introduce, infatti, una pausa, una tregua nel dolore infinito del mondo. Un nascondiglio? Un riparo? Una tana? Quando facciamo esperienza dell'amore facciamo esperienza di una interruzione nell'orrore insensato che accompagna l'esistenza. La mia esistenza, una volta amata, non è più alla deriva, non è più "di troppo", ma si trova, come direbbe Sartre, voluta sin nei suoi minimi dettagli, "chiamata", "attesa", "salvata". È tantissimo.
Lessico amoroso Il rapporto d'amore, raccontato in un programma tv con il linguaggio della psicanalisi e le citazioni cinematografiche: è il tema delle puntate del programma, condotto da Massimo Recalcati, in onda il lunedì in seconda serata su Raitre. A marzo pubblicherà per Feltrinelli "Mantieni il bacio. Sette lezioni brevi sull'amore"
L'odio è più antico e originario dell'amore, scriveva Freud. È sotto i nostri occhi una escalation individuale e collettiva della incultura dell'odio, dell'anti-amore, del rifiuto, della segregazione, del respingimento dell'Altro in qualunque forma esso appaia. L'odio è una risposta difensiva finalizzata a salvaguardare la vita in pericolo, esposta, come direbbe sempre Freud, alla natura straniera e ostile del mondo. Se dimenticassimo questa verità ridurremmo l'amore ad una marmellata di buoni sentimenti o, più precisamente, per usare una categoria della psicoanalisi, ad una rimozione dell'odio. Ma proprio perché il primo movimento dell'uomo, il più originario, è quello della chiusura, dell'arroccamento e della paura nei confronti del mondo "straniero e ostile", la possibilità dell'amore non può prescindere da questo carattere primario e dominante dell'odio. Ecco perché siamo così colpiti dai gesti di amore altruistico. Ci stupiamo forse sempre meno dell'orrore - che non ha limiti - e sempre di più dei gesti di amore e di solidarietà. Nondimeno è evidente, non solo agli psicoanalisti, che anche dove c'è amore serpeggia sempre una ambivalenza affettiva: io ti amo, ma poiché tu hai introdotto in me il seme della mancanza - poiché tu mi manchi proprio perché ti amo - , tu mi fai paura, io non mi posso fidare di te, tu sei pericolosa per la mia identità, ergo, ti odio.
L'amore è una vera alternativa all'odio solo quando sa assumere con slancio la dimensione della mancanza che l'esperienza dell'amore apre in noi. Si tratta di un movimento contro-natura: amo chi mi rende mancante. Come è possibile? La condizione dell'amore è quella di stabilire un rapporto di amicizia con la propria mancanza. Solo se si accoglie la nostra mancanza si può amare, ovvero sentire la mancanza di chi amiamo. Eppure ci sono amori che finiscono nell'odio e nella distruzione. Molto spesso sono gli amori più idealizzati, amori che hanno escluso l'insopportabile amando solo la bella immagine dell'Altro e non il suo fondo più insopportabile. Poi accade fatalmente che, in un modo o nell'altro, l'insopportabile faccia inaspettatamente irruzione e tutto frana, cade, si dissolve e di quell'amore non resta più nulla. Gli amori che finiscono nell'odio sono quelli che hanno cancellato l'insopportabile, che hanno amato solo l'immagine ideale dell'Altro, ovvero l'immagine che corrisponda alle nostre attese. Per questo Lacan diceva che un amore degno di questo nome sa amare tutto dell'Altro, dunque anche la sua parte più insopportabile. È un insegnamento che travalica il piano della vita amorosa e che investe ogni forma di legame umano: l'odio subentra all'amore quando l'idealizzazione lascia il posto alla delusione e questo accade tanto più facilmente quando l'infatuazione per l'Altro vorrebbe ricoprire i suoi limiti. Diversamente gli amori che durano sono gli amori che sanno condividere l'insopportabile, ovvero ciò che è veramente impossibile condividere.
Si dovrebbe allora aggiungere che se l'amore è amore non di qualcosa dell'Altro, ma di "tutto", nulla consentirà mai agli amanti di fare o di essere un tutto, di coincidere l'uno con l'altro. Ciascuno sarà infatti confinato al non-tutto come verità ineliminabile di ogni rapporto. Il mito platonico dell'androgino non dice la verità sull'amore: ricostruire l'intero non può mai essere la meta dell'amore. Piuttosto quando amiamo facciamo esperienza di perdere l'intero, di conoscere la nostra insufficienza e la nostra vulnerabilità. L'amore da questo punto di vista non ricompone la sfera, non sana la ferita ma la apre perché ci costringe a incontrare la mancanza. Ma se non possiamo aspirare a una totalità - è quello che accade invece nei regimi totalitari dove la massa ama e si sente amata dal suo leader, sentendosi un "tutto" - allora l'amore può essere una vera alternativa all'odio e non solo la sua fatale prosecuzione. L'amore scade nell'odio solo quando apre la ferita che avrebbe dovuto illusoriamente chiudere, ma se l'amore, invece, è la ferita, se è l'esperienza della mancanza, non è nel ritrovamento dell'intero, ma nella sua perdita che esso può realizzarsi. L'amore diventa così un grande antidoto ad ogni forma di odio, perché ci rende possibile fare amicizia con la nostra mancanza.
Il punto è che Freud non coglie la verità più profonda del messaggio cristiano. Egli riduce l'amore per il prossimo ad una contraddizione insanabile: perché dovrei amare lo sconosciuto? Lo straniero? O, addirittura, chi non sopporto? E come dargli torto? Ma il limite del suo ragionamento consiste nel non intendere che il "prossimo" - come spiegherà invece Lacan - è innanzitutto la parte più dissonante di me stesso. L'amore suppone sempre l'accettazione di questo "prossimo interno", di questo insopportabile che porto dentro di me. Allora colui a cui dichiaro il mio amore non è più la rappresentazione ideale di me stesso, lo specchio narcisistico che rende amabile la mia stessa immagine, ma diviene l'incontro con ciò che non intendo, che non posso avere e che non sono. La non coincidenza è, infatti, il senso più profondo di ogni legame d'amore. Per questo non c'è amore senza libertà, senza rispetto per la libertà dell'Altro. E per questo la violenza non fa parte dell'amore ma è la sua profanazione più estrema. Ogni amore ci espone al rischio di perdere un parte di noi stessi più che - come pensava Platone - di ritrovarla. Ma questo rischio comporta una gioia ineguagliabile che rende l'amore il più potente anti-depressivo in circolazione: esso introduce, infatti, una pausa, una tregua nel dolore infinito del mondo. Un nascondiglio? Un riparo? Una tana? Quando facciamo esperienza dell'amore facciamo esperienza di una interruzione nell'orrore insensato che accompagna l'esistenza. La mia esistenza, una volta amata, non è più alla deriva, non è più "di troppo", ma si trova, come direbbe Sartre, voluta sin nei suoi minimi dettagli, "chiamata", "attesa", "salvata". È tantissimo.
Lessico amoroso Il rapporto d'amore, raccontato in un programma tv con il linguaggio della psicanalisi e le citazioni cinematografiche: è il tema delle puntate del programma, condotto da Massimo Recalcati, in onda il lunedì in seconda serata su Raitre. A marzo pubblicherà per Feltrinelli "Mantieni il bacio. Sette lezioni brevi sull'amore"