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 Betlemme, gennaio 2018. Una Madonna dipinta sul muro di separazione vicino al checkpoint d’ingresso. (dettaglio) (c) Kai Wiedenhöfer 

Ho scardinato i confini d'Europa

Nella notte di stelle di Tbilisi. Nelle osterie del Donegal in Irlanda. Nell’isola di Gavdos persa nel Mare Libico. Oppure a Narva, nell’Estonia al vento del Baltico. Il cuore del continente batte qui: come si può pensare di fermarlo?
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Tbilisi, in Georgia, a Oriente del Mar Nero. Notte piena di stelle e vento fresco che scende dal Caucaso. L'aria è piena di musica: si levano cori spontanei da bar, ristoranti, osterie. Da quelle parti si impara da piccoli a leggere le note e anche dalle case più sgarrupate senti uscire il suono di un pianoforte. Ma quella notte è speciale, l'intera città è in fermento: al teatro lirico danno la Nona sinfonia di Beethoven. Platea, palchi e loggione sono pieni all'inverosimile. Il pubblico ha grandi mazzi di fiori da regalare al direttore e agli orchestrali. Meglio di così, penso, è impossibile. E invece no. Quando arriva l'Inno alla gioia, ecco i duemila spettatori alzarsi tutti assieme con rumore di tuono e cantare - in tedesco - assieme al coro. Come se non aspettassero altro. Piango, trascinato dall'armonia. Un georgiano mi offre il suo fazzoletto. In nessuno dei paesi dell'Unione ho mai vissuto qualcosa di si…
Tbilisi, in Georgia, a Oriente del Mar Nero. Notte piena di stelle e vento fresco che scende dal Caucaso. L'aria è piena di musica: si levano cori spontanei da bar, ristoranti, osterie. Da quelle parti si impara da piccoli a leggere le note e anche dalle case più sgarrupate senti uscire il suono di un pianoforte. Ma quella notte è speciale, l'intera città è in fermento: al teatro lirico danno la Nona sinfonia di Beethoven. Platea, palchi e loggione sono pieni all'inverosimile. Il pubblico ha grandi mazzi di fiori da regalare al direttore e agli orchestrali. Meglio di così, penso, è impossibile. E invece no. Quando arriva l'Inno alla gioia, ecco i duemila spettatori alzarsi tutti assieme con rumore di tuono e cantare - in tedesco - assieme al coro. Come se non aspettassero altro. Piango, trascinato dall'armonia. Un georgiano mi offre il suo fazzoletto. In nessuno dei paesi dell'Unione ho mai vissuto qualcosa di simile.

L'Europa la incontri anche lontano, dove meno te l'aspetti. Una greca, a Rodi, mi disse un giorno che Europa è un'idea, qualcosa che sta ovunque e in nessun luogo. Forse è il sogno di chi non ce l'ha. I monaci benedettini la rilanciarono nel momento peggiore, con l'impero romano in macerie e sotto l'urto delle invasioni barbariche. I padri fondatori dell'Unione la concepirono negli anni senza speranza del nazi-fascismo. Il mio stesso europeismo è nato dalla disperazione: quella per la rinascita dei nazionalismi e il letargo di Bruxelles. Non parliamo dei disperati in attesa d'imbarco sulla battigia del Nord Africa: guardano Europa con un desiderio di cui è incapace il nostro mondo sfinito dal consumo. Le parole più commoventi su questa mia terra le ho sentite da una vecchia contadina ucraina, commossa davanti al mare di grano pettinato dal vento sulle sponde del Dnestr. Mi aveva preso per mano per dirmi: "Guarda quanta ricchezza, potrebbe nutrire tutta l'Europa". Nella sua bocca sdentata il mitico trisillabo aveva una dolcezza sconosciuta in Occidente.

Europa non abita nei centri ma nelle periferie, nelle banlieue dimenticate, sulle frontiere. Nelle osterie del Donegal, sulle coste tempestose d'Irlanda. Nell'isola di Gavdos, solitaria, persa nel Mare Libico. A Narva, in Estonia, sul confine russo battuto dal vento del Baltico. Persino a Bruxelles Europa è un elemento centrifugo. Giorni fa, una domenica di pioggia, sono arrivato in treno nella capitale dell'Unione e la città era paralizzata da un corteo di settantamila giovani che protestavano contro l'indifferenza della politica sul cambiamento climatico. Venivano da tutto il Belgio e anche dall'estero. Se ne fottevano dei confini e delle miserabili compartimentazioni etniche dei loro padri, divisi tra fiamminghi e francofoni. Sembrava di sognare, in un momento in cui l'Europa della politica riabilitava le frontiere e ricominciava a giocare coi fantasmi della razza, dei muri e dei reticolati. Quei ragazzi che la politica snobbava si erano radunati spontaneamente attraverso la rete ed erano lì per ammonirci; erano l'antitesi perfetta del mondo criptato degli eurocrati, e forse proprio per questo erano Europa. Quella dei miei sogni.

Spesso bisogna starne lontani per capire. Doversi blindare in casa la sera a Caracas perché fuori si spara. Tremare di fronte a una pattuglia della polizia in Messico. Vivere a Istanbul asserragliati in quartieri per ricchi chiusi da muri invalicabili. Perdersi per vie di New York che non hanno nomi ma solo numeri per distinguerle. Attraversare un paese come la Cina dove per quattro fusi orari la gente mangia l'identica ciotola di riso. Viaggiare per tre giorni in treno in Australia vedendo fuori dal finestrino sempre lo stesso deserto. Rischiare di farsi lapidare da orde di bambini mentre attraversi a piedi un villaggio etiope, o non trovare niente da mangiare per mille chilometri sulle strade del Sud Sudan. Perdersi nelle feroci bidonville di Rio de Janeiro. Allora capisci cos'è l'Europa. E ti accorgi di quanto sono pazzi quelli che la vorrebbero smantellare.

Un giorno il più grande dei miei nipotini - Chicco, sei anni - mi ha chiesto a bruciapelo cosa vuol dire "Europa". Gli ho risposto che è la terra che ci nutre, un po' come una mamma. Gli ho disegnato una mappa con fiumi e montagne e spiegato che quella è solo la parte finale di un continente più grande, l'Asia, e che siccome tra i due mondi non esiste confine, qui arrivano da sempre popoli a piedi o a cavallo in cerca di spazio. Popoli che però sono costretti a fermarsi qui, perché oltre c'è solo l'oceano. Ma i bimbi sono svegli, e così arriva la domanda su come fanno a starci tutti quei popoli nella piccola Europa. Gli rispondo che non hanno scelta. Devono solo capire se vivere in pace o ammazzarsi fra loro. Per questo abbiamo avuto momenti di pace ma anche tante guerre. Guerre tremende che hanno sterminato anche vecchi, donne e bambini. Dunque bisogna fare attenzione, perché la guerra è una cosa orrenda e può tornare in qualsiasi momento.

A quel punto devo dirgli cos'è la guerra. Che non è solo battaglia tra soldati ma una cosa per cui da un giorno all'altro il cielo si oscura e anche un bimbo può perdere tutto: la scuola, la casa, i giochi, gli amici, i soldi per mangiare. Tutto distrutto, derubato, in polvere. Puoi perdere anche mamma e papà, gli dico. E se non sei morto anche tu, uomini armati ti obbligheranno a scappare in fretta, in cerca di un posto dove non ci sono bombe, e farti bussare alla porta delle genti dove non c'è guerra, ma non sempre quella porta ti sarà aperta. E allora può accadere che ti tocchi abitare sotto una tenda, d'inverno, in miseria, chiedere la carità, dormire con scorpioni e serpenti che ti entrano nelle coperte. Lui resta in silenzio, a testa bassa. E allora gli dico: questo non deve succedere. Ecco perché tu dovrai difendere la terra dei popoli dai malvagi che vogliono la guerra.

Raccontare ai bambini serve a chiarirsi le idee. Ti scopri a dire cose cui non avevi pensato. Che l'Europa è un gran bel posto, dove non si muore di freddo né di caldo. Uno spazio temperato, fertile, verde, pieno di foreste, fiumi, montagne e antiche città. Una ricchezza che tutti ci invidiano, perché altrove hai spesso deserti, steppe, ghiacci, siccità. In Europa hai anche la democrazia, che è quella cosa che protegge i deboli e li difende dalla violenza dei malvagi. In tante parti del mondo non succede. Puoi essere ucciso per la strada, messo in prigione per nulla. L'Europa è circondata da nemici. È un piccolo paradiso che dà fastidio a tanti. E se faccio un bell'elenco delle minacce che ci circondano - il clima che cambia, i fanatici che uccidono in nome di Dio, i mercanti d'armi, i razzisti, i prepotenti che ignorano le regole e vorrebbero completare senza ostacoli il saccheggio del pianeta - ecco che quando chiedo al nipotino se di fronte a questi pericoli è giusto stare uniti o separati, lui non esita un attimo. Risponde: "Uniti!".

Europa, dico, è poter camminare da soli di notte senza timore di essere aggrediti, non solo perché c'è la polizia, ma perché regna la pace sociale. Europa è l'agorà, la piazza come luogo d'incontro dove puoi goderti il fresco della sera senza dover consumare. Europa sono le città dove miseria e nobiltà si mescolano liberamente, come a Napoli, Torino, Marsiglia, Londra. Europa è paesaggio umanizzato, percorribile, vecchi ponti in piedi da duemila anni, è sfiato di alambicchi, caffè con i giornali a disposizione, reticolo di strade e sentieri, chiese romaniche, guglie gotiche perse nei campi di grano, antiche forge e sonnolenti canali. È il santo perimetro dei monasteri. Europa è una terra dove gli dei e i mercanti si incontrano, spesso sulle sponde dello stesso mare. La terra delle diversità, dove basta cambiare valle per sentire un'altra parlata e mangiare un pane differente. Un mondo aperto, per demolire il quale lavorano senza sosta i falsi profeti, che siano ministri della paura, partigiani del cemento inutile, distruttori di panchine o talebani della sicurezza.

Viva i bambini. Vedono più lontano degli adulti, e dei politici non ne parliamo, che hanno relegato l'Europa nel regno dello sbadiglio e della recriminazione. Per non dire dei sovranisti e nazionalisti che ci hanno sempre portato alla rovina. Penso ai nostri soldati, mandati a combattere nell'inverno russo con scarpe di cartone nella Seconda guerra mondiale. Allora mi chiedo perché è così facile spiegare la nostra casa comune ai bambini mentre è così difficile farlo con gli uomini fatti. È da tempo che cerco una narrazione nuova, capace di riaccendere nei grandi la fiamma di un patriottismo europeo. E da buon nomade verifico spesso che un metodo è quello di evocare i luoghi dove ho incontrato Europa. Costruire un viaggio di parole, talvolta spingendomi in terre lontane. 

Quanti incontri straordinari ho fatto nei miei viaggi tra Atlantico e Urali. Volti riemergono a distanza di anni. Antonio e Giuseppe, contadini di Gomorra che, vedendomi camminare con un caldo bestiale mi chiamano dicendo: "Signo', assettateve nu poco, qui c'è un pozzo con acqua fresca". Un prete russo di nome Leonid, che in una notte bianca mi accoglie nella sua canonica in mezzo alla tundra. O Alejandra, bionda castigliana, che mi mostra la luna sulla Sierra de Guadarrama. Mi chiedo spesso che ne è di loro. Dov'è finito Atanassios, greco di anima e corpo, che mi ha regalato un sorriso e gamberi pescati in una baia delle Cicladi. Mauro, pastore del Molise, che mi ha congedato nella pioggia col più regale dei saluti: "T'accumpagno c'o pensiero". O Anatolij Fëdorovi?, che spremeva malinconia da un'armonica per belle ragazze dalle labbra di lampone, mentre sul Lago Onega le foreste prendevano il color dell'ambra.

Europa sono le persone più ancora dei luoghi. Un giorno, nella Francia profonda, mi capita di bussare senza preavviso alla porta semiaperta di un amico contadino che non vedo da vent'anni. È intento a farsi una zuppa di cipolle. L'odore non lascia dubbi. Senza girarsi e mostrare reazione alcuna, chiede: "Vous êtes combien?" - quanti siete - e quando rispondo "due", butta altra cipolla a tostare nel tegame, fa rudemente posto col dorso della mano sul tavolaccio ingombro di roba, vi posa due piatti e solo a quel punto si volta e viene sulla soglia ad abbracciarci. In lui era la Francia immortale ma, dietro la Francia, l'Europa.

Forse ho sentito battere il cuore d'Europa più spesso fuori che dentro i confini dell'Unione, e questo specialmente nelle terre dell'Est dove l'anima slava si mescola in modo indissolubile con l'ebraismo e la cultura tedesca. Un amalgama, che i due nefasti totalitarismi del secolo breve hanno smantellato, ma che rimane tuttora fortemente percepibile. Talvolta un'assenza può essere più forte di una presenza. In luoghi come Minsk in Bielorussia o Sarajevo in Bosnia gli ebrei sono quasi scomparsi, ma il segno che hanno lasciato è indelebile. La quintessenza del nostro mondo. Me ne accorgo con i ragazzi dell'orchestra sinfonica giovanile - Esyo - cui presto ogni estate la mia voce narrante. Quelli che vengono dalle terre dell'Est hanno una maggiore predisposizione alla pluralità culturale rispetto ai ragazzi dell'Ovest, una superiore carica vitale, più umiltà e voglia di imparare. 

Ma in nessun luogo come in Appennino - la patria di Benedetto patrono d'Europa - sento la mia terra-madre nella sua perfetta femminilità. Di sera soprattutto, quando attaccano i grilli e l'incendio del tramonto si spegne con infinita lentezza nelle gole e sui colli punteggiati di eremi medievali. A quell'ora tutto torna: la luce, il ticchettio del tempo, la devozione dell'ascolto, l'epopea di un continente sospeso tra l'oceano e l'urto dei popoli, le linee tremende di faglia e le paure che le percorrono. Ma soprattutto l'infinito senso di pace emanato da una terra che pure l'aratro di Dio sconvolge di continuo. So perfettamente da dove scaturisce l'infinita dolcezza di quel paesaggio fratturato in perenne sommovimento. È la mano dell'uomo che ha addomesticato la Bestia. Lo leggi nello sfalcio dei pendii, nei terrazzamenti, nelle vigne, nei paesi arroccati, nelle greggi al pascolo, nel profumo del pane, nelle litanie dei monasteri, nella bontà del vino, nella centralità della mensa e nel ritmo rotondo delle parlate. Una terra a misura d'uomo, misurabile e percorribile, dove è quasi impossibile distinguere ciò che è stato fatto dalla mano di Dio e ciò che è frutto della fatica delle genti. Ecco, questo per me è Europa.

Il fotografo Nel 1989 il tedesco Kai Wiedenhöfer fotografò la caduta del Muro di Berlino. Da allora, per trent’anni, ha documentato l’emergere di muri e barriere ai confini tra gli Stati: da Israele al Messico, dal Marocco alla Corea per dire che non sono mai la soluzione ai problemi politici ed economici di oggi. Le sue fotografie sono riunite nel progetto “Confrontier. Borders 1989-2018” (che riprende e amplia il suo precedente “Wall” realizzato in Medio Oriente tra il 2003 e il 2006), di cui qui pubblichiamo uno scatto