✕
 San Diego, maggio 2018. Il prototipo del nuovo muro sul confine tra Stati Uniti e Messico voluto da Donald Trump. (dettaglio) (c) Kai Wiedenhöfer 

Il segno non ha nazione

L’artista apolide per eccellenza? Si chiama Shirin Neshat, da anni lontana dal suo Paese. Con le foto, i video e i film premiati ha trovato nel mondo la sua casa. E qui racconta quando ha rivisto il suo Iran: nel profondo Messico
3 minuti di lettura
L’arte dovrebbe avere il compito di confondere, se non di cancellare del tutto i confini. In particolare adesso, in questo momento della storia in cui può interconnettersi così facilmente alla cultura pop. Se gli artisti non provano a sfidare le pratiche artistiche tradizionali, rischiando di sconfinare in altri campi della creatività, l’arte rimarrà legata alle stesse convenzioni consolidatesi nel passato. Per questo penso che sia cruciale per noi artisti contemporanei mettere in discussione e ridefinire l’importanza e la posizione dell’arte in relazione al mondo, al tempo che viviamo, e soprattutto al pubblico che desideriamo raggiungere. Nella mia stessa pratica artistica, ho istintivamente abbandonato l’idea di fedeltà a un dato mezzo espressivo. Anche se lavorare simultaneamente con differenti media può risultare molto impegnativo, sento stranamente di aver raggiunto un grande senso di libertà proprio …
L’arte dovrebbe avere il compito di confondere, se non di cancellare del tutto i confini. In particolare adesso, in questo momento della storia in cui può interconnettersi così facilmente alla cultura pop. Se gli artisti non provano a sfidare le pratiche artistiche tradizionali, rischiando di sconfinare in altri campi della creatività, l’arte rimarrà legata alle stesse convenzioni consolidatesi nel passato. Per questo penso che sia cruciale per noi artisti contemporanei mettere in discussione e ridefinire l’importanza e la posizione dell’arte in relazione al mondo, al tempo che viviamo, e soprattutto al pubblico che desideriamo raggiungere. Nella mia stessa pratica artistica, ho istintivamente abbandonato l’idea di fedeltà a un dato mezzo espressivo. Anche se lavorare simultaneamente con differenti media può risultare molto impegnativo, sento stranamente di aver raggiunto un grande senso di libertà proprio perché so di potere esprimere un’idea, un concetto breve o più disteso, in una varietà di forme differenti a un pubblico più ampio. Quando mi è stato chiesto di dirigere l’Aida, per esempio, ho sentito che stavo compiendo un altro passaggio, provavo emozioni contraddittorie: panico ed euforia.

Nel mio “attraversare i confini” sono stata fortemente ispirata da donne che si sono dimostrate pioniere nei loro campi, che hanno corso rischi e che non hanno mai seguito modelli precostituiti nella loro vita e nella loro arte. Essere “originali”, però, non è mai semplice, non solo perché devi scontrarti con molti ostacoli, ma anche perché non si può mai essere sicuri del risultato finale. In ogni caso, le donne che hanno percorso sentieri mai battuti prima e che non hanno avuto paura di abbracciare territori sconosciuti sono i miei miti. Una di queste è certamente la cantante e musicista egiziana Oum Kulthum, a cui ho dedicato un film. È stata una vera maestra nel costruire da sola la sua immagine, mentre era in vita, certo, ma anche badando poi all’eredità che avrebbe lasciato. Voleva essere ricordata come un mito, un’icona, un simbolo della nazione, rifiutando di cadere in un destino già scritto per tante celebri artiste donne, che spesso è sfociato nell’autodistruzione, se non in una fine tragica. 

Comunemente considerata l’artista mediorientale più importante del Ventesimo secolo, quando le donne molto difficilmente ricevevano un riconoscimento di questo tipo, Oum Kulthum è un caso unico per la sua capacità di attraversare ogni confine e superare ogni tabù: culturale, religioso, di genere. Rimane ancora oggi universalmente una fonte di ispirazione per le donne musulmane.

Una persona che lascia il proprio luogo d’origine impara istintivamente a essere una sorta di camaleonte: si adatta a varie culture, linguaggi, cibi e climi semplicemente per sopravvivere. È successo anche a me. Anch’io ho affrontato la mia percentuale di adattamenti. Si è trattato di anni che ora sono diventati ricordi poco piacevoli, se non proprio dolorosi. Ma alla fine ho imparato a fare i conti con la realtà della mia vita “in esilio”. In questo momento, mi sento spesso spaesata, ho nostalgia del mio paese — l’Iran — anche se l’ho lasciato quando ero giovanissima. Allo stesso tempo, però, sono ormai legatissima agli Stati Uniti che mi ospitano.

Qualche anno fa, girando Tooba, in Messico, ho cercato dei luoghi che richiamassero proprio l’Iran. E li ho trovati a Qaxaca, con quelle sue colline ondeggianti e il paesaggio brullo. Durante le riprese, è nato uno stretto contatto con la popolazione dei nativi e il film è diventato un’opera tanto messicana quanto iraniana. Era come se parlasse di tutti e a tutti. Quel film, visto adesso, è una sorta di opera nomade: va al di là dell’Iran e della sua cultura, è una storia universale. 

Il mio prossimo progetto che comprende una serie di videoinstallazioni, fotografie e un lungometraggio, racconterà ancora di terre e di sogni: si intitolerà Land of Dreams. Jean-Claude Carrière, il leggendario autore francese, sta realizzando la sceneggiatura. Abbiamo già trovato il set in New Mexico. Sfortunatamente, alla luce della situazione politica globale, la crisi continua dei rifugiati, l’ascesa di nuovi fascismi e di governi di estrema destra, del razzismo dilagante ovunque, parleremo di confini ancora a lungo. Da parte mia, adesso difficilmente mi chiedo se sono un’artista iraniana, iraniano-americana o del mondo. Però, se ci penso, alla fine dei conti, mi identifico con tutte e tre queste definizioni.

Testo raccolto da Dario Pappalardo

Shirin Neshat Nata in Iran nel 1957, è fotografa, regista, videoartista. Nel 2009 ha vinto il Leone d’argento a Venezia con “Donne senza uomini”. Vive a New York

Il fotografo Nel 1989 il tedesco Kai Wiedenhöfer fotografò la caduta del Muro di Berlino. Da allora, per trent’anni, ha documentato l’emergere di muri e barriere ai confini tra gli Stati: da Israele al Messico, dal Marocco alla Corea per dire che non sono mai la soluzione ai problemi politici ed economici di oggi. Le sue fotografie sono riunite nel progetto “Confrontier. Borders 1989-2018” (che riprende e amplia il suo precedente “Wall” realizzato in Medio Oriente tra il 2003 e il 2006), di cui qui pubblichiamo uno scatto