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 Territori occupati, 2009. Il muro che separa l’insediamento israeliano di Pisgat Zeev dal campo profughi palestinese di Shuafat.  (dettaglio) (c) Kai Wiedenhöfer 

Dr Lennon & Mr Kafka

E se un giorno il genio della “Metamorfosi” incontrasse il padre dei Beatles? Imagine: in fondo Gregor Samsa si trasformò proprio in uno scarafaggio... Dialogo, e certo, senza confini: “Puoi dirmi che sono un sognatore. Ma non sono il solo”
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Due uomini si incontrano in un dialogo impossibile. Hanno lineamenti fini e sensibili, forse persino belli, ma in modo poco appariscente. Si chiamano John e Franz, due nomi comunissimi. John parla del futuro che ha immaginato. Non esiterebbero più i singoli Stati, non si andrebbe più a uccidere in nome di qualcosa, tutti vivrebbero in pace e fratellanza. Franz risponde con un colpo di tosse, brutta, che non riesce a trattenere.
"Puoi dirmi che sono un sognatore, ma non sono il solo", si schermisce John, "spero che un giorno ti unisca a noi e il mondo diventi uno".
"Ah, sarebbe bello!", commenta Franz.
Nel mondo che John immagina non si morirebbe più in guerra, ma la morte non sarebbe vinta. L'uomo con cui parla è spacciato, la cura per guarirlo verrà trovata quando è sottoterra da decenni. John si dà dell'insensibile, ma Franz non se l'è presa a male.
"Sai", dice trasognato, &qu…
Due uomini si incontrano in un dialogo impossibile. Hanno lineamenti fini e sensibili, forse persino belli, ma in modo poco appariscente. Si chiamano John e Franz, due nomi comunissimi. John parla del futuro che ha immaginato. Non esiterebbero più i singoli Stati, non si andrebbe più a uccidere in nome di qualcosa, tutti vivrebbero in pace e fratellanza. Franz risponde con un colpo di tosse, brutta, che non riesce a trattenere.
"Puoi dirmi che sono un sognatore, ma non sono il solo", si schermisce John, "spero che un giorno ti unisca a noi e il mondo diventi uno".
"Ah, sarebbe bello!", commenta Franz.
Nel mondo che John immagina non si morirebbe più in guerra, ma la morte non sarebbe vinta. L'uomo con cui parla è spacciato, la cura per guarirlo verrà trovata quando è sottoterra da decenni. John si dà dell'insensibile, ma Franz non se l'è presa a male.
"Sai", dice trasognato, "da giovane mi sono inventato una storia ambientata in America che finiva in un teatro itinerante. La troupe accoglieva tutti, il teatro era così grande da sembrare senza confini".
"Un lieto fine? Io ho imparato a ammirarti grazie a quel tale che si trova mutato in un insetto...".
"...he found himself transformed into a huge Beatle", lo interrompe Franz, che con quel calembour mostra un imprevedibile senso dell'umorismo.
Ridono entrambi. Franz tossicchia.
"È stata la guerra a convincerti che il mondo sarà sempre un posto orribile?", chiede John. "Io ero troppo piccolo per ricordarla, ma zia Mimi raccontava che, quando sono nato, era in corso un bombardamento. Così mi hanno dato un secondo nome, Winston. Cos'ha fatto Churchill per risollevare Liverpool? La guerra ha distrutto la mia famiglia: padre sparito, madre incapace di prendersi cura del sottoscritto. Per quanto mi riguarda le nazioni, gli appelli patriottici, le religioni possono andare al diavolo".
"Da ragazzo", interviene Franz, "anch'io ero ateo e socialista. Purtroppo sono un animale notturno, un insonne. Non conosco i bei sogni. Gli incubi talvolta li ho trasformati in qualcosa di decente". 
John pensa agli incubi di Franz fatti romanzo che hanno previsto il peggio: un potere arbitrario e burocratico che stritola gli uomini comuni. Ricorda pure delle lettere a una donna che poi è stata uccisa in un campo di concentramento. Spera che, morto prima, non ne sia a conoscenza Franz che sembra avergli letto nel pensiero.
"La malattia mi ha tenuto lontano da tutto, persino quando anch'io ho insistito per arruolarmi. Me ne farei una ragione, avendo guadagnato degli anni per scrivere anziché cadere in trincea come il più indegno della truppa. Però nel '38-39, non fossi stato già sepolto, avrei ottenuto un visto per l'America o la Svizzera e, da lì, avrei mosso il possibile per portare via da Praga le mie sorelle, almeno la mia amata Ottla. Questa è la mia colpa più imperdonabile".
"Ma che dici! La colpa è dei nazisti e pure dei paesi democratici che non hanno detto, venite, ebrei, froci, zingari, oppositori del regime - le nostre frontiere sono aperte".
Una scossa attraversa il corpo di Franz che, al contempo, impallidisce.
"Non pensare", si giustifica John, "che parli così avendo vissuto nel privilegio di potermi permettere i miei sogni. Mi sono svegliato anch'io con la minaccia che venissero a portarmi su un aereo in manette e non avevo fatto niente di male, tranne alzare la mia voce. Ero famoso, ero ricco, ma solo grazie a un insieme di circostanze sono riuscito a restare negli Stati Uniti dopo un incubo durato quattro anni".
"Mi dispiace. Noi europei tendiamo a aspettarci troppo dall'America...".
"L'America! Dove oggi deportano i messicani e sono arrivati a mettere in gabbia dei bambini. Da noi invece manca poco e riprendiamo a spararci con gli irlandesi, solo perché hanno fatto credere alla gente che masse di migranti erano pronte a invadere la cara vecchia Inghilterra. Sono tutti impazziti! Come te lo spieghi che vogliono i muri, le frontiere blindate, quando hanno vissuto in pace così a lungo grazie al beneficio che fossero piuttosto permeabili".
Franz sospira e si ferma a riflettere.
"Dopo la guerra ho scritto una favoletta. Provo a dirtela a memoria, è davvero breve:
Ahimé, disse il topo, il mondo diventa ogni giorno più angusto. Prima era talmente vasto che ne avevo paura, corsi avanti e fui felice di vedere finalmente dei muri a destra e a sinistra, ma questi lunghi muri si ristringono così in fretta che sono già nell'ultima camera, e là nell'angolo sta la trappola in cui andrò a cadere. Non hai che da cambiare direzione, disse il gatto e se lo mangiò".
"Abbiamo paura del mondo sconfinato e allora cerchiamo di proteggerci, ma alla fine ci aspetta sempre una trappola e un gatto che ha la meglio su di noi topi: intendi questo?".
"I nostri confini, le nostre trappole, ce li portiamo appresso dalla nascita sino a quando emettiamo l'ultimo colpo di tosse o, rientrando tra le mura domestiche, troviamo lo squilibrato che ci ammazza".
"Sarebbe una giustificazione?".
"Chi l'ha detto, John?".

Helena Janeczek Scrittrice tedesca naturalizzata italiana, è nata nel 1964 a Monaco di Baviera. Premio Strega 2018 con “La ragazza con la Leica” (Guanda) 

Il fotografo Nel 1989 il tedesco Kai Wiedenhöfer fotografò la caduta del Muro di Berlino. Da allora, per trent’anni, ha documentato l’emergere di muri e barriere ai confini tra gli Stati: da Israele al Messico, dal Marocco alla Corea per dire che non sono mai la soluzione ai problemi politici ed economici di oggi. Le sue fotografie sono riunite nel progetto “Confrontier. Borders 1989-2018” (che riprende e amplia il suo precedente “Wall” realizzato in Medio Oriente tra il 2003 e il 2006), di cui qui pubblichiamo uno scatto