Siamo finito nell'Infinito
di SERGIO GIVONENon solo Leopardi, ma soprattutto prima i greci, molto più "pratici", fino alla scienza: come definire quel tutto illimitato che ci rifiuta
Come pensare, come immaginare l'infinito? Come concepire qualcosa che è e al tempo stesso non è? I greci hanno risolto il problema con la consueta, suprema eleganza. L'infinito, dice Anassimandro, è non-finito,
è a-peiron, non è qualcosa, perché non è quel che noi siamo (noi siamo finiti, mortali, parti di un tutto) ed è quel che noi non siamo. Infatti è il tutto, è l'eterno, mentre noi siamo individui caduchi ed effimeri. Ma che cos'è questo tutto che ci rifiuta e per così dire ci butta fuori, se non il nulla da cui proveniamo e il nulla in cui precipitiamo?Accade così che l'infinito diventi una sorta di misura e di paradigma della nostra vita. La quale da questo punto di vista si rivela come un debito da pagare, una colpa da espiare, secondo il detto: non c'è colpa maggiore che essere nati. Non è dunque una cosa reale, l'infin…
è a-peiron, non è qualcosa, perché non è quel che noi siamo (noi siamo finiti, mortali, parti di un tutto) ed è quel che noi non siamo. Infatti è il tutto, è l'eterno, mentre noi siamo individui caduchi ed effimeri. Ma che cos'è questo tutto che ci rifiuta e per così dire ci butta fuori, se non il nulla da cui proveniamo e il nulla in cui precipitiamo?Accade così che l'infinito diventi una sorta di misura e di paradigma della nostra vita. La quale da questo punto di vista si rivela come un debito da pagare, una colpa da espiare, secondo il detto: non c'è colpa maggiore che essere nati. Non è dunque una cosa reale, l'infin…
Come pensare, come immaginare l'infinito? Come concepire qualcosa che è e al tempo stesso non è? I greci hanno risolto il problema con la consueta, suprema eleganza. L'infinito, dice Anassimandro, è non-finito,
è a-peiron, non è qualcosa, perché non è quel che noi siamo (noi siamo finiti, mortali, parti di un tutto) ed è quel che noi non siamo. Infatti è il tutto, è l'eterno, mentre noi siamo individui caduchi ed effimeri. Ma che cos'è questo tutto che ci rifiuta e per così dire ci butta fuori, se non il nulla da cui proveniamo e il nulla in cui precipitiamo?Accade così che l'infinito diventi una sorta di misura e di paradigma della nostra vita. La quale da questo punto di vista si rivela come un debito da pagare, una colpa da espiare, secondo il detto: non c'è colpa maggiore che essere nati. Non è dunque una cosa reale, l'infinito, e neppure irreale; semmai è un'ipotesi o una simulazione di senso attraverso cui fare un po' di luce sul mistero dell'esistenza universale. Un tutto che nasconde un più profondo nulla. Leopardi, così profondamente imbevuto di cultura greca, lo aveva già compreso. Dell'infinito (degli "interminati spazi e sovrumani silenzi") dice: "Io nel pensiero mi fingo". Non si può definire, l'infinito, solo fingere.
Se l'infinito ha più del nulla che dell'essere, allora tanto vale lasciarlo alla poesia, che non sa cosa farsene della verità, ma ama la finzione, e attraverso la finzione trova una verità non meno vera di quell'altra. Ma proprio a Leopardi viene il dubbio che il nulla sia tanto reale quanto l'essere - il "solido nulla", lo chiamerà. Accanto all'idea (greca) che il mondo di cui facciamo esperienza sia finito, c'è in Leopardi l'idea (moderna) che la realtà sia senza fine, e senza confine, o con un confine sempre e soltanto provvisorio. Erano stati gli astronomi arabi a introdurre lo zero nei loro calcoli, e con lo zero anche l'infinito. I pittori rinascimentali inventarono la prospettiva e grazie a essa pervennero a una rappresentazione del mondo che ci vede abitatori dell'infinito.
Non è ancora l'idea dell'universo in infinita espansione (infinita finché la stessa espansione non si rovesci in contrazione altrettanto infinita), ma la strada è quella. Noi sappiamo che questa espansione è avvenuta (ne abbiamo fotografato le tracce!) ed è in corso, e allora: che cosa c'è al di là dei confini via via oltrepassati? A questa domanda la scienza probabilmente risponderebbe che è mal posta, poiché la scienza si occupa di ciò che è quantificabile e calcolabile, non di ciò che non lo è. La metafisica potrebbe riproporla un po' aggiornata, magari come domanda sul senso di questa arcana vicenda. Saggiamente, Leopardi si limita a dire che lo sguardo sull'ultimo orizzonte ci è precluso. Anche perché l'ultimo orizzonte non è mai l'ultimo, ma sempre e soltanto il penultimo.
L'ultimo libro di Sergio Givone è "Sull'infinito", Il Mulino
è a-peiron, non è qualcosa, perché non è quel che noi siamo (noi siamo finiti, mortali, parti di un tutto) ed è quel che noi non siamo. Infatti è il tutto, è l'eterno, mentre noi siamo individui caduchi ed effimeri. Ma che cos'è questo tutto che ci rifiuta e per così dire ci butta fuori, se non il nulla da cui proveniamo e il nulla in cui precipitiamo?Accade così che l'infinito diventi una sorta di misura e di paradigma della nostra vita. La quale da questo punto di vista si rivela come un debito da pagare, una colpa da espiare, secondo il detto: non c'è colpa maggiore che essere nati. Non è dunque una cosa reale, l'infinito, e neppure irreale; semmai è un'ipotesi o una simulazione di senso attraverso cui fare un po' di luce sul mistero dell'esistenza universale. Un tutto che nasconde un più profondo nulla. Leopardi, così profondamente imbevuto di cultura greca, lo aveva già compreso. Dell'infinito (degli "interminati spazi e sovrumani silenzi") dice: "Io nel pensiero mi fingo". Non si può definire, l'infinito, solo fingere.
Se l'infinito ha più del nulla che dell'essere, allora tanto vale lasciarlo alla poesia, che non sa cosa farsene della verità, ma ama la finzione, e attraverso la finzione trova una verità non meno vera di quell'altra. Ma proprio a Leopardi viene il dubbio che il nulla sia tanto reale quanto l'essere - il "solido nulla", lo chiamerà. Accanto all'idea (greca) che il mondo di cui facciamo esperienza sia finito, c'è in Leopardi l'idea (moderna) che la realtà sia senza fine, e senza confine, o con un confine sempre e soltanto provvisorio. Erano stati gli astronomi arabi a introdurre lo zero nei loro calcoli, e con lo zero anche l'infinito. I pittori rinascimentali inventarono la prospettiva e grazie a essa pervennero a una rappresentazione del mondo che ci vede abitatori dell'infinito.
Non è ancora l'idea dell'universo in infinita espansione (infinita finché la stessa espansione non si rovesci in contrazione altrettanto infinita), ma la strada è quella. Noi sappiamo che questa espansione è avvenuta (ne abbiamo fotografato le tracce!) ed è in corso, e allora: che cosa c'è al di là dei confini via via oltrepassati? A questa domanda la scienza probabilmente risponderebbe che è mal posta, poiché la scienza si occupa di ciò che è quantificabile e calcolabile, non di ciò che non lo è. La metafisica potrebbe riproporla un po' aggiornata, magari come domanda sul senso di questa arcana vicenda. Saggiamente, Leopardi si limita a dire che lo sguardo sull'ultimo orizzonte ci è precluso. Anche perché l'ultimo orizzonte non è mai l'ultimo, ma sempre e soltanto il penultimo.
L'ultimo libro di Sergio Givone è "Sull'infinito", Il Mulino