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 Ritratti di Marta Signori: nell'ordine, Elena Ferrante, dall'identità tuttora sconosciuta, Fabio Fazio e Carlo Cracco  

Fenomenologia del Grand Banal

Bravi bravissimi. Eccellentissime eccellenze. Dall'arte alla tv, passando per il cinema, tutti numeri uno (e tutti forieri di grandi numeri) nei rispettivi campi. Come hanno fatto a volare fin lassù?
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Elena Ferrante. È la banalità del Sud che piace agli americani e agli italiani del Nord. Scarpe rotte, fame, padri violenti, e in tv dialetto sottotitolato come nella Terra Trema di Visconti: un tardo dickensismo partenopeo, la banalità del ma-re. Ma la Napolitudine, la presunta specialità di essere napoletani, non è una chimica del liquido seminale, ma un’identità di carta che scala le classifiche, il luogo comune delle emozioni e dei friarielli, del rione pittoresco e straccione, la letteratura dell’irredimibile che scalda le coscienze. Ed è banale il mistero del nom de plume in un mondo senza mistero, il gioco femminile dello pseudonimo: da Neera a Liala, dalle scrittrici rosa a Sveva Casati Modigliani. C’è pure la banalità di nascondersi dietro un uomo, (forse) un gran marito.

Fabio Fazio. È la banalità di sinistra, bene ormai prezioso nella …
Elena Ferrante. È la banalità del Sud che piace agli americani e agli italiani del Nord. Scarpe rotte, fame, padri violenti, e in tv dialetto sottotitolato come nella Terra Trema di Visconti: un tardo dickensismo partenopeo, la banalità del ma-re. Ma la Napolitudine, la presunta specialità di essere napoletani, non è una chimica del liquido seminale, ma un’identità di carta che scala le classifiche, il luogo comune delle emozioni e dei friarielli, del rione pittoresco e straccione, la letteratura dell’irredimibile che scalda le coscienze. Ed è banale il mistero del nom de plume in un mondo senza mistero, il gioco femminile dello pseudonimo: da Neera a Liala, dalle scrittrici rosa a Sveva Casati Modigliani. C’è pure la banalità di nascondersi dietro un uomo, (forse) un gran marito.

Fabio Fazio. È la banalità di sinistra, bene ormai prezioso nella Rai militarizzata dalla banalità di destra. Buonista educato, asseconda troppo i suoi ospiti e promuove libri che non ha letto, ma preferisce l’accoglienza al razzismo e la corda civile alla corda pazza. È dunque la virtuosa banalità del politicamente corretto, oggi espulso dalla coscienza nazionale, che resiste alla viziosa banalità del vaffa-sovranismo più scorretto, del potere che si spaccia per contropotere. È il garbo che intona contro lo sgarbo che rintrona, il suono che assopisce contro il tuono che stordisce l’intera tv, persino da Lilli Gruber che pure del garbo è la signora. Diceva Eco: “Ci siamo spinti alla comica banalità di chiamare non vedente il cieco, ma la civiltà del rispetto vale la fatica”.

Santiago Calatrava. È il grand’uomo del ponte. Alla struttura sempre uguale del ponte strallato, com’era quello di Genova, sospeso e sostenuto da cavi ancorati ai piloni, Calatrava aggiunge la griffe degli sfarzosi elementi decorativi: una cresta, l’arpa, le eliche o — a Bilbao e a Venezia — il pavimento di vetro per rovinosamente scivolare e farsi molto male nel modo più banale. Costi altissimi, tempi lunghissimi, errori e tribunali sono le sue originalità. Eppure non c’è sindaco che non voglia un bel ponte di Calatrava. Quello di Cosenza è la banalità più alta d’Europa. A Reggio Emilia e a Dallas ce ne sono tre. In California e a New York, in Spagna e in Germania, a Londra e in Italia, non c’è ruscello che non abbia il suo Calatrava.

Lorenzo Jovanotti. È la banalità di cuore-amore da sempre in testa alle classifiche. Non l’amore disperato del sempre tradito, lasciato e maltrattato, ma l’amore felice ed entusiasta: “sento il mare dentro una conchiglia / l’eternità è un battito di ciglia”. Poca musica, poca voce, molta simpatia, è onesto sincero e dolce di pensiero, la banalità della passione timorata, ancora a 53 anni scavezzacollo per mamme. Il manifesto della sua banalità è “No Vasco / io non ci casco” rimario di un improbabile rock morigerato contro la smodatezza del rock degli spericolati. Leggi i titoli — Mi fido di te, Baciami ancora, Chiaro di luna, Un raggio di sole... — e senti in bocca l’acqua delle patate lesse. E però in confronto alle “banalità originali” di Fedez, Mahmood, Ultimo e Achille Lauro, sembra il canto del pastore leopardiano.

Maurizio Cattelan. È la banalità del finto scandalo: un gabinetto d’oro, Papa Wojtyla steso dal meteorite, i bimbi — pupazzi impiccati all’albero, Hitler in ginocchio, e in un museo c’è pure la denunzia del furto di un’opera d’arte invisibile che, ha detto ai carabinieri, “tenevo nell’auto”. Niente più basco in testa e pennello in mano, si laurea artista negandosi alla banalità della popolarità. “Per 7 anni — ha raccontato Massimiliano Gioni — rilasciavo interviste e ritiravo premi al suo posto. E l’ho fatto parlare con frasi di Breton, Kafka e Carmelo Bene. Ma era quello il vero Cattelan: l’artista con l’identità cangiante”. Di sé dice: “Io sono le fake news”. Trasgredendo seppellisce la trasgressione e il mito dell’artista-diavolo. È la banalità più pagata del mondo.

Carlo Cracco. È la banalità del sapore spacciato per sapere. Il tuorlo marinato, l’ostrica coi fichi e il cioccolato con le olive nere sono banalità creative che somigliano alle parodie di Antonio Albanese, al brodo arrosto e al riso tatuato all’incenso. Ma intimidiscono il palato e friggono il giudizio perché sempre la banalità monta e gonfia come la sua maionese di liquirizia. Negli spot pubblicitari si compiace come un campione, come David Beckham: “Il mio bagno, il mio living, la mia cucina”. Al contrario quando faceva il giudice di Masterchef era cattivo, (quasi) all’altezza delle sue grue di cacao sul salmone. Quando serve la pizza, cara perché gourmet, ricorda la signora Coriandoli (Maurizio Ferrini) che alla banda Arbore serviva il coniglio con le cozze cucinato con lo strutto.

Matteo Messina Denaro. È la banalità del male, senza volto e sempre in fuga. Nel 2010 Forbes lo descrisse ricchissimo: “È conosciuto (sic) come Diabolik e come the italian mafia’s playboy, noto (sic) per lo stile di vita veloce, le Porsche e i Rolex”. Quando poi li prendono, questi imprendibili mafiosi, sono invece banalissimi panciuti con l’aria e il lessico dei sottoproletari. Lui è latitante da 26 anni benché siano stati arrestati un centinaio di complici e benché gli investigatori speciali — Sco, Ros, Gico, Scico, Aisi, Aise — siano sempre a un passo dal prenderlo: “È mai possibile che a Castelvetrano tutti incontrano Matteo tranne noi?”. Ecco la banalità secondo Borges: “Somigliava a tutti gli uomini, tranne nel fatto che somigliava a tutti gli uomini”.

Christian De Sica. È la banalità del figlio. Simpatico, bravo, eclettico e pure bello, non è colpa sua se l’Italia di Pane, amore e fantasia di Vittorio De Sica è diventata l’Italia delle parolacce e delle corna di Christian De Sica. A lui si deve però l’attentato all’eccellenza del panettone e la definitiva sconfitta, solo in Italia, della nobiltà del cinema di Natale che da Frank Capra è passato ai Vanzina e a Neri Parenti, dai classici di Disney alle pernacchie con Boldi. È la banalità dell’incasso. Ed è una banalità italiana che i figli — nella politica, nell’imprenditoria, nella mafia e persino nell’antimafia — non solo non portino, come Enea faceva con Anchise, il padre sulle spalle, ma al contrario gli si arrampichino sulle spalle.

Roberto Bolle. È la banalità del gluteo. Nel 2009, recensendo l’Aida di Zeffirelli, il critico musicale Paolo Isotta scrisse sul Corriere che l’unica cosa memorabile erano le natiche “liberamente periziabili di Roberto Bolle” che “per miracolo mettevano d’accordo tutti i sessi e ceti e categorie”. Ma Bolle mai esibisce la banalità della malizia, e mai ammicca al sesso: è l’eccellenza del diavolo buono, il ballo atletico senza la sensualità dei Nureyev. Ha scritto il New York Times che il nostro non è più il tempodelle ballerine, ma dei ballerini maschi: “There’s never been a better time to be a male dancer”. E però l’arte di Bolle, alla Scala e in tv, non solo non è di genere, ma è un’impresa inventata dalla mamma e gestita dalla sorella: una magnifica banalità italiana.

Alfonso Signorini. È la banalità del gossip e della tv trash. Si dichiara gay ed è bravo a raccontare l’Italia come un melodramma. Ma rimprovera, nientemeno, al cardinale Ravasi, coltissimo biblista ed ebraista, la simpatia per Mahmood: “Basta con questa Chiesa da Baci Perugina”. Tra i suoi scoop recenti: la gravidanza di Belén e le giostre sentimentali di Elisa Isoardi. Da almeno due decenni pubblica le foto in panza e braghe dei nemici di Berlusconi — il suo editore — che invece tratta e trucca come un re: “Per lui mi butterei dal balcone”. Però dice: “Il gossip deve essere irriverente e spudorato”. Aggiunge, con buone ragioni: “I giornali blasonati ci copiano e fanno peggio di noi”. Gli sono stati dedicati libri molto (troppo?) seri. “La banalità — scrive Bartezzaghi — non sempre è stupida e la stupidità non sempre è banale”.