✕
 L'onda di Milano contro il razzismo: la manifestazione del 2 marzo con corteo da Palestro a piazza Duomo organizzata da People. Credit: Duilio Piaggesi/Fotogramma 

Una piazza è per sempre

Cortei e manifestazioni sembravano in via di estinzione, sostituiti dalla politica digitale. Ma la voglia di esserci è tornata. E venerdì diventerà globale con lo “sciopero per il clima” innescato da una ragazzina. Che succede? Risponde uno storico che ne ha viste tante: tirando in ballo nientemeno che il Dna
4 minuti di lettura
Ma la piazza non era morta? Colpita al cuore dall'arena televisiva, poi seppellita da quella dilagante del digitale, sembrava relegata tra i simboli ammaccati di un'Italia démodé. Ed eccola invece risorgere a Milano dietro lo slogan di "Prima le persone", prima gli essere umani, indipendentemente dalla nazionalità o dal colore della pelle. E poi ancora rianimarsi in tutta la penisola, là dove c'è il mercato o la chiesa o il palazzetto civico, quasi un milione e seicentomila i democratici in cerca di leader. E sarà una piazza globale, non più comunale né nazionale, quella che il 15 marzo ospiterà "lo sciopero per il clima": al seguito di Greta Thunberg, la sedicenne svedese che dall'estate scorsa ogni venerdì manifesta davanti al Parlamento di Stoccolma, ragazzi di tutto il mondo scendono in strada per chiedere un futuro migliore.

Che cosa vuol dire questo nuovo fervore nelle piaz…
Ma la piazza non era morta? Colpita al cuore dall'arena televisiva, poi seppellita da quella dilagante del digitale, sembrava relegata tra i simboli ammaccati di un'Italia démodé. Ed eccola invece risorgere a Milano dietro lo slogan di "Prima le persone", prima gli essere umani, indipendentemente dalla nazionalità o dal colore della pelle. E poi ancora rianimarsi in tutta la penisola, là dove c'è il mercato o la chiesa o il palazzetto civico, quasi un milione e seicentomila i democratici in cerca di leader. E sarà una piazza globale, non più comunale né nazionale, quella che il 15 marzo ospiterà "lo sciopero per il clima": al seguito di Greta Thunberg, la sedicenne svedese che dall'estate scorsa ogni venerdì manifesta davanti al Parlamento di Stoccolma, ragazzi di tutto il mondo scendono in strada per chiedere un futuro migliore.

Che cosa vuol dire questo nuovo fervore nelle piazze d'Italia e del pianeta? La politica si riappropria dei luoghi fisici, dicendo basta ai tweet e alla pseudodemocrazia virtuale? Nessuno può rispondere meglio dello storico Mario Isnenghi, che alle vetrine urbane dell'identità sociale ha dedicato oltre vent'anni fa uno dei suoi libri più belli (L'Italia in piazza. I luoghi della vita pubblica dal 1848 ai nostri giorni, il Mulino). "È il saggio a cui sono più affezionato, anche se in molti continuano a preferirgli Il mito della grande guerra. Mi misi al lavoro proprio nel momento in cui delle piazze si celebrava il funerale. Una profezia smentita dalla storia!".

Per molto tempo, soprattutto a sinistra, sono apparse silenziose. Ora sembrano attraversate da una febbre nuova.
"È come un ritorno di fiamma. È scoppiato di nuovo l'amore per qualcosa che si considerava morto. Finito per sempre. Non più spendibile politicamente. D'un tratto ci si accorge che quel luogo, quel palcoscenico di pietre, è ancora pulsante di vita e di futuro. Prendiamo la romana piazza San Giovanni, potente simbolo di lotte politiche e sindacali: sembrava consegnata definitivamente a cantanti e rapper, quando un mese fa Landini neosegretario della Cgil s'è ripreso la scena".

La politica ha bisogno di luoghi fisici, di un radicamento territoriale.
"Sì, la piazza simboleggia una politica più vicina alla società, quindi il recupero di una dimensione collettiva. Scendere in piazza vuol dire contarsi, guardarsi negli occhi, sentire che si partecipa a qualcosa, insieme. È il momento più alto di quel grande teatro che è la politica: è sempre stato così ovunque, figuriamoci nel paese dell'opera lirica. E il digitale ha un effetto moltiplicatore. Basti pensare a quel gigantesco selfie collettivo che sono diventate le nostre vite. La piazza reale si dilata in quella virtuale".

Però la seconda non basta più.
"L'hanno capito perfino i Cinque Stelle. Per recuperare le piazze reali, Di Maio e Di Battista si sono dovuti precipitare a Parigi, tra i gilet gialli. Forse si sono accorti anche loro che il motore Rousseau ha fatto il suo tempo".

Le piazze di Milano e dei gazebo appaiono meno cupe rispetto alle proteste ruvide dei gilet gialli. E meno aggressive dei "vaffaday" di Grillo. Possiamo dire che le piazze del popolo sono più propositive di quelle populiste?
"Qui la fermo. Mi spiega lei perché abbiamo voluto regalare una bellissima parola - populismo - alle destre? Per me il populismo è quello di Turgenev, del suo Memorie di un cacciatore, atto d'accusa contro la servitù della gleba. Solo la sinistra italiana è capace di queste dissipazioni. Così come alla destra abbiamo regalato anche "la pancia" del paese: ma non avevamo detto che l'uomo è ciò che mangia?".

Aspetti, in osteria torneremo tra un momento, visto che è una componente importante della piazza storica italiana. Ma intanto le chiedo: non c'è una siderale distanza tra le piazze del potere che urlano contro le élite in nome del popolo e le piazze che invece una leadership la invocano, sapendo bene che non si può stare senza una classe dirigente?
"In questo la seguo. Preferisco però dire che queste piazze vanno alla ricerca non di un leader ma di un gruppo dirigente responsabile: il leader richiama l'idea di un uomo solo al comando. E la sinistra e il centro-sinistra oggi non hanno certo bisogno di un tribuno solitario".

Non mi ha ancora detto perché oggi riesplode la febbre delle piazze.
"Quello con la piazza è un amore che nella storia d'Italia conosce fasi alterne: a volte si inabissa come un fiume carsico che poi risale in superficie quando meno te l'aspetti. Di solito a scatenarlo è una sorta di emergenza civile: le strade si affollano quando non se ne può più. La piazza di Milano contro il razzismo e i gazebo democratici ci dicono che esiste un'Italia che si oppone al paese di Salvini e Di Maio. Sono movimenti nati dal dissenso che aspirano a diventare guida del paese. Naturalmente la piazza non basta. Serve anche un'elaborazione politica che traduca questa carica in azione".

Quella del 15 marzo dedicata al clima sarà una piazza radicalmente diversa dalle forme tradizionali: popolata da giovani e non più legata al campanile.
"Sì, questo è un forte elemento di novità. Bisogna vedere se il disancoramento da uno spazio geografico preciso e da storie nazionali diversificate porterà a risultati concreti o renderà la protesta più astratta. Personalmente rimarrò a guardare: confesso che il mio mondialismo lascia molto a desiderare".

Quando pubblicò "L'Italia in piazza", oltre vent'anni fa, le piazze erano date per morte.
"E io prendevo atto dell'annuncio funebre ma resistevo a portare il mio crisantemo sulla tomba. Era il 1994, subito dopo il trionfo elettorale di Silvio Berlusconi, il re della piazza massmediatica. E non a caso il requiem sulla piazza si accompagnava ad altri annunci funebri sul genere "non esistono più destra e sinistra", "le ideologie sono morte", "le grandi narrazioni sono esaurite", "la storia è finita... Debbo continuare con i necrologi?".

Quindi c'è una relazione stretta tra la liquidazione della piazza e la liquidazione della sinistra?
"Procedevano parallelamente, anche se sappiamo bene che storicamente le piazze nascono rosse - i movimenti socialisti tra Ottocento e Novecento - cambiano colore con i giovani nazionalisti di Alfredo Rocco e diventano nere con Mussolini che fu l'inventore dell'arena amplificata dalla radiofonia. Nel secondo dopoguerra i tre partiti di massa - cattolico, comunista e socialista - avrebbero provveduto a riportare la piazza entro le liturgie della vita democratica".

La sua prima piazza?
"Quella che ricordo risale al 1960 a Genova: con i giovani con le magliette a strisce che insieme ai partigiani inverano il mito della Resistenza. Con la fine della cosiddetta prima Repubblica si dichiarava conclusa anche la stagione delle piazze, che poi invece avrebbero resistito nelle declinazioni opposte: a sinistra nella protesta sindacale e nella forma ludica dei girotondi, sulla sponda opposta anche grazie ai rituali padani di Bossi i cui epigoni arrivarono a conquistare il campanile di San Marco a Venezia, la piazza per eccellenza".

Oggi la Lega ha cambiato linguaggio: non più padano ma sovranista-nazionalista. Però i selfie di Salvini evocano una componente fondamentale della piazza che è l'osteria: l'elogio della pancia contro il ragionamento che è proprio della civiltà dei caffè.
"Vero. Ma più che l'osteria autentica, che non esiste più, il ministro degli Interni incarna lo stile rustico, da finta pasta e fagioli".

Annunciata come morta, la piazza è destinata costantemente a risorgere. Forse perché fa parte del nostro Dna?
"Sì, è uno dei tratti più caratterizzanti dell'identità italiana, dove convergono la storia comunale delle cento città e la tradizione sacra del cattolicesimo. Piazza della cattedrale, piazza civica, piazza del mercato: distinte o concentrate in un solo luogo, raccontano una vicenda lunghi svariati secoli. E nessun'altra arena - televisiva o digitale - riuscirà a soppiantarle".