Per crescere scrivete a mano
Michele Smargiassi , di MICHELE SMARGIASSINella società digitale ha ancora un senso la calligrafia? Un convegno aprirà la Book Fair di Bologna, a inizio aprile, con un messaggio rivolto ai più giovani: “Ricordati che non sei un robot”
Le lettere, per capirle, bisogna guardarle negli occhi. L'occhiello sussiegoso della elle, l'occhietto a mandorla della e, l'occhio di bue della o... Ogni lettera scritta a mano ha un carattere, altro che i caratteri tipografici, tutti uguali come soldatini in divisa. Scrivere a mano fa pensare meglio, attiva aree importanti del cervello, lo ripetono studi di cognitivisti e neurologi, la battaglia per l'insegnamento del corsivo a scuola ha acceso uno dei dibattiti pedagogici più infuocati degli ultimi decenni.
Ma serve anche leggere a mano? Il primo aprile un convegno aprirà la 56esima edizione della Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna, capitale mondiale della lettura precoce. E si porrà precisamente questa domanda: ha senso proporre libri per ragazzi i cui testi sembrino scritti a mano? Irregolari, corsivi, stravaganti? È un vezzo da illustratori? Una rivalsa contro la scrittura polliceversa dei telefonini?
Domande a cui l'editoria…
Ma serve anche leggere a mano? Il primo aprile un convegno aprirà la 56esima edizione della Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna, capitale mondiale della lettura precoce. E si porrà precisamente questa domanda: ha senso proporre libri per ragazzi i cui testi sembrino scritti a mano? Irregolari, corsivi, stravaganti? È un vezzo da illustratori? Una rivalsa contro la scrittura polliceversa dei telefonini?
Domande a cui l'editoria…
Le lettere, per capirle, bisogna guardarle negli occhi. L'occhiello sussiegoso della elle, l'occhietto a mandorla della e, l'occhio di bue della o... Ogni lettera scritta a mano ha un carattere, altro che i caratteri tipografici, tutti uguali come soldatini in divisa. Scrivere a mano fa pensare meglio, attiva aree importanti del cervello, lo ripetono studi di cognitivisti e neurologi, la battaglia per l'insegnamento del corsivo a scuola ha acceso uno dei dibattiti pedagogici più infuocati degli ultimi decenni.
Ma serve anche leggere a mano? Il primo aprile un convegno aprirà la 56esima edizione della Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna, capitale mondiale della lettura precoce. E si porrà precisamente questa domanda: ha senso proporre libri per ragazzi i cui testi sembrino scritti a mano? Irregolari, corsivi, stravaganti? È un vezzo da illustratori? Una rivalsa contro la scrittura polliceversa dei telefonini?
Domande a cui l'editoria in realtà ha già risposto di sì, infatti ne sforna in quantità crescenti. E fanno benissimo, approva Massimo Gonzato, presidente di Smed, che vuol dire "scrivere a mano nell'era digitale", l'associazione che si batte per non cacciare via penne e matite dai banchi di scuola: "Se vogliamo che i bambini conservino l'abilità di scrivere a mano, dobbiamo proporre un ambiente dove la scrittura a mano esista ancora, sia autorizzata e anche bella".
Quanto a questo, c'è poco da dubitare. Sono libri bellissimi. Il genere ha già i suoi classici. Il decano britannico Quentin Blake, l'illustratore di Roald Dahl, intrufola nei suoi disegni una grafia non corsiva e non del tutto stampatella. L'irlandese Oliver Jeffers due anni fa vinse il primo premio qui a Bologna con La bambina dei libri (Lapis): la cui protagonista naviga su mari fatti di parole stampate, s'arrampica su montagne di parole stampate, testi di classici della letteratura per l'infanzia, Verne e Grimm eccetera: ma i suoi pensieri, nel cielo, sono scritti a mano.
Chissà che non ci sia, sotto sotto, un po' di competizione fra autori dei testi e illustratori: non sarà che il testo "manuale" è un'invasione di campo dei secondi? Hervé Tullet, francese, fa tutto da solo, nel suo Il gioco delle ombre (L'Ippocampo) mescola disegni e parole, corsivi e stampatelli. Per Yocci, la giapponese naturalizzata italiana Yoshiko Noda, forse è più facile: nella sua cultura le lettere resistono nella loro forma manuale perfino sul display. Mentre Blexbolex, nome di penna (è il caso di dire) del francese Bernard Granger, ribalta il tavolo: in Destination: Abécédéria le lettere tipografiche sono i simboli inquietanti di un racconto noir sui mali del mondo.
In verità, la calligrafia c'entra poco, se intendiamo quell'esercizio zen che ha fatto soffrire secoli di amanuensi, dai monaci benedettini ai Bartleby sbuffanti sul copperplate anglosassone. Più che il calli-, il bello, in questa onda di libri handcrafted conta la -grafia, l'atto con cui la mano iscrive nel mondo un segno. Le lettere nervose e irregolari di Teresa Sdralevich, italiana expat in Belgio, dialogano con foto e disegni applicati a mano nel suo Poster Power, inno al collage.
Ora però, prudenza. Al lavoro da anni fra i bambini con disturbi di apprendimento, Laura Bravar raffredda gli entusiasmi. Non solo in nome di dislessici e disgrafici. "Ho fatto un test. Ho chiesto a una bibliotecaria. Mi ha rivelato che i bambini preferiscono i libri scritti in caratteri tipografici, mentre quelli scritti a mano piacciono ai loro genitori". Leggere non è una dote naturale. Si apprende. Con fatica. "Cominciare dai corsivi impone una fatica in più: separare una dall'altra tutte quelle letterine che si tengono per mano. La scrittura corsiva è per chi sa già leggere bene. Se l'obiettivo di un libro per bambini è invogliare a leggere, non cominciamo dal difficile". Le risponde una calligrafa, Monica Dengo: "La decifrazione non è l'unica cosa che conta. È bene che il bambino veda la scrittura a mano. Perfino quando è illeggibile per lui. Che sappia che esiste, che è bella: le cose belle vien voglia di imitarle". È faticoso... "Accettiamo di spendere tempo e fatica nello sport ma non nella scrittura, è curioso...".
Umberto Eco scrisse che vale la pena continuare a scrivere in corsivo semplicemente perché è piacevole farlo: così come, scomparsa la necessità di spostarsi a cavallo, nacquero i maneggi da diporto. La calligrafia, da obbligo a leisure? "Parliamo come se dovessimo fare una scelta, tastiera o scrittura a mano, ma non è così", lasciamolo dire a un calligrafo di fama mondiale, Ewan Clayton, passato dal monastero benedettino di Worth Abbey agli uffici tecnologici della Xerox a Palo Alto. "Abbiamo sempre scritto con più tecnologie nel passato, continueremo a farlo nel futuro. Certe penne elettroniche sono più sofisticate delle tastiere. Ci sarà sempre meno separazione fra le due modalità, e scrivere a mano continuerà a essere un'abilità necessaria alla vita quotidiana e nel lavoro".
Potrebbe perfino essere un salvavita. Non sempre c'è una tastiera a disposizione. Ma per saper scrivere a mano bisogna poter leggere cose scritte a mano. Del resto, perfino i display a volte lo pretendono. Il captcha del sito a cui chiediamo accesso ci chiede di leggere e trascrivere una scritta bizzarra, per "dimostrare che non sei un robot". Ecco, forse questo fanno, molto semplicemente, i libri scritti a mano. Dicono al bambino: ricordati che non sei un robot.
Ma serve anche leggere a mano? Il primo aprile un convegno aprirà la 56esima edizione della Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna, capitale mondiale della lettura precoce. E si porrà precisamente questa domanda: ha senso proporre libri per ragazzi i cui testi sembrino scritti a mano? Irregolari, corsivi, stravaganti? È un vezzo da illustratori? Una rivalsa contro la scrittura polliceversa dei telefonini?
Domande a cui l'editoria in realtà ha già risposto di sì, infatti ne sforna in quantità crescenti. E fanno benissimo, approva Massimo Gonzato, presidente di Smed, che vuol dire "scrivere a mano nell'era digitale", l'associazione che si batte per non cacciare via penne e matite dai banchi di scuola: "Se vogliamo che i bambini conservino l'abilità di scrivere a mano, dobbiamo proporre un ambiente dove la scrittura a mano esista ancora, sia autorizzata e anche bella".
Quanto a questo, c'è poco da dubitare. Sono libri bellissimi. Il genere ha già i suoi classici. Il decano britannico Quentin Blake, l'illustratore di Roald Dahl, intrufola nei suoi disegni una grafia non corsiva e non del tutto stampatella. L'irlandese Oliver Jeffers due anni fa vinse il primo premio qui a Bologna con La bambina dei libri (Lapis): la cui protagonista naviga su mari fatti di parole stampate, s'arrampica su montagne di parole stampate, testi di classici della letteratura per l'infanzia, Verne e Grimm eccetera: ma i suoi pensieri, nel cielo, sono scritti a mano.
Chissà che non ci sia, sotto sotto, un po' di competizione fra autori dei testi e illustratori: non sarà che il testo "manuale" è un'invasione di campo dei secondi? Hervé Tullet, francese, fa tutto da solo, nel suo Il gioco delle ombre (L'Ippocampo) mescola disegni e parole, corsivi e stampatelli. Per Yocci, la giapponese naturalizzata italiana Yoshiko Noda, forse è più facile: nella sua cultura le lettere resistono nella loro forma manuale perfino sul display. Mentre Blexbolex, nome di penna (è il caso di dire) del francese Bernard Granger, ribalta il tavolo: in Destination: Abécédéria le lettere tipografiche sono i simboli inquietanti di un racconto noir sui mali del mondo.
In verità, la calligrafia c'entra poco, se intendiamo quell'esercizio zen che ha fatto soffrire secoli di amanuensi, dai monaci benedettini ai Bartleby sbuffanti sul copperplate anglosassone. Più che il calli-, il bello, in questa onda di libri handcrafted conta la -grafia, l'atto con cui la mano iscrive nel mondo un segno. Le lettere nervose e irregolari di Teresa Sdralevich, italiana expat in Belgio, dialogano con foto e disegni applicati a mano nel suo Poster Power, inno al collage.
Ora però, prudenza. Al lavoro da anni fra i bambini con disturbi di apprendimento, Laura Bravar raffredda gli entusiasmi. Non solo in nome di dislessici e disgrafici. "Ho fatto un test. Ho chiesto a una bibliotecaria. Mi ha rivelato che i bambini preferiscono i libri scritti in caratteri tipografici, mentre quelli scritti a mano piacciono ai loro genitori". Leggere non è una dote naturale. Si apprende. Con fatica. "Cominciare dai corsivi impone una fatica in più: separare una dall'altra tutte quelle letterine che si tengono per mano. La scrittura corsiva è per chi sa già leggere bene. Se l'obiettivo di un libro per bambini è invogliare a leggere, non cominciamo dal difficile". Le risponde una calligrafa, Monica Dengo: "La decifrazione non è l'unica cosa che conta. È bene che il bambino veda la scrittura a mano. Perfino quando è illeggibile per lui. Che sappia che esiste, che è bella: le cose belle vien voglia di imitarle". È faticoso... "Accettiamo di spendere tempo e fatica nello sport ma non nella scrittura, è curioso...".
Umberto Eco scrisse che vale la pena continuare a scrivere in corsivo semplicemente perché è piacevole farlo: così come, scomparsa la necessità di spostarsi a cavallo, nacquero i maneggi da diporto. La calligrafia, da obbligo a leisure? "Parliamo come se dovessimo fare una scelta, tastiera o scrittura a mano, ma non è così", lasciamolo dire a un calligrafo di fama mondiale, Ewan Clayton, passato dal monastero benedettino di Worth Abbey agli uffici tecnologici della Xerox a Palo Alto. "Abbiamo sempre scritto con più tecnologie nel passato, continueremo a farlo nel futuro. Certe penne elettroniche sono più sofisticate delle tastiere. Ci sarà sempre meno separazione fra le due modalità, e scrivere a mano continuerà a essere un'abilità necessaria alla vita quotidiana e nel lavoro".
Potrebbe perfino essere un salvavita. Non sempre c'è una tastiera a disposizione. Ma per saper scrivere a mano bisogna poter leggere cose scritte a mano. Del resto, perfino i display a volte lo pretendono. Il captcha del sito a cui chiediamo accesso ci chiede di leggere e trascrivere una scritta bizzarra, per "dimostrare che non sei un robot". Ecco, forse questo fanno, molto semplicemente, i libri scritti a mano. Dicono al bambino: ricordati che non sei un robot.