Un’ondata d’imbarbarimento chiamata populismo
Sergio Rizzo , di SERGIO RIZZODa Berlusconi a Salvini-Di Maio. Un libro-intervista di padre Bartolomeo Sorge
Il germe del nuovo populismo italiano ha radici che per molti sarebbero insospettabili. Bartolomeo Sorge le fa risalire a Silvio Berlusconi: "È stato quattro volte al governo come presidente del consiglio. Si può ben dire che sia stato lui a introdurre il populismo nell'Italia repubblicana". Riecco dunque il gesuita che insieme a Ennio Pintacuda schierò i cattolici siciliani al fianco della Primavera di Palermo e di Leoluca Orlando. Rieccolo a novant'anni di età affidare le sue riflessioni sulla piega che hanno preso il Paese e la politica a un libro intervista con Chiara Tintori in uscita oggi per le Edizioni Terra Santa, dal titolo: Perché il populismo fa male al popolo. Le deviazioni della democrazia e l'antidoto del popolarismo. E non può essere considerata una coincidenza il fatto che sia passato un secolo esatto dall'appello ai "Liberi e forti" del 1919 di Luigi Sturzo, da cui nacque il partito popolar…
Il germe del nuovo populismo italiano ha radici che per molti sarebbero insospettabili. Bartolomeo Sorge le fa risalire a Silvio Berlusconi: "È stato quattro volte al governo come presidente del consiglio. Si può ben dire che sia stato lui a introdurre il populismo nell'Italia repubblicana". Riecco dunque il gesuita che insieme a Ennio Pintacuda schierò i cattolici siciliani al fianco della Primavera di Palermo e di Leoluca Orlando. Rieccolo a novant'anni di età affidare le sue riflessioni sulla piega che hanno preso il Paese e la politica a un libro intervista con Chiara Tintori in uscita oggi per le Edizioni Terra Santa, dal titolo: Perché il populismo fa male al popolo. Le deviazioni della democrazia e l'antidoto del popolarismo. E non può essere considerata una coincidenza il fatto che sia passato un secolo esatto dall'appello ai "Liberi e forti" del 1919 di Luigi Sturzo, da cui nacque il partito popolare proprio mentre l'Italia si stava per inabissare nel fascismo. Perché proprio da lì inizia il ragionamento di Sorge, a lungo ispiratore della scuola di formazione politica Pedro Arrupe con il marchio dei Centri di studi sociali di Sturzo: "L'intuizione sturziana del popolarismo come area laica riformista di ispirazione trascendente ma aconfessionale, aperta a tutti i "liberi e forti", in antitesi al populismo, non si è mai realizzata pienamente. Il partito popolare nacque e si affermò come qualsiasi altro partito ideologico, accanto a quelli già esistenti". Poi il fascismo populista, il dopoguerra, la Democrazia cristiana, la lunga stagione dell'arco costituzionale, e di nuovo il populismo con il suo moderno interprete: Berlusconi.
"Fin dalla sua prima discesa in campo", scrive Sorge, "apparve con chiarezza la parzialità del modo in cui egli intendeva la politica, preoccupato anzitutto di provvedere agli interessi propri e degli amici suoi sostenitori (...) Questa mancanza di senso dello Stato e del bene comune costituisce, appunto, l'essenza del populismo. Avviene cioè che il premier uscito vittorioso dalle urne si consideri unico rappresentante dell'intero Paese; sia quindi portato a privilegiare il rapporto diretto con il popolo anziché passare attraverso le istituzioni e gli strumenti propri della democrazia rappresentativa. L'equivoco di fondo sta nel ritenere che la maggioranza parlamentare si identifichi con il popolo tutto intero (...). Governare non è sinonimo di comandare, ma esige che si rispettino tutte le legittime forme di rappresentanza dei cittadini, anche quelle minoritarie (...). Il populismo, pertanto, fa male al popolo, in quanto favorisce il diffondersi nel Paese di atteggiamenti contrari alla legalità, al senso dello Stato e alla solidarietà". Con conseguenze sociali, sottolinea Sorge, devastanti: "Il comportamento deprecabile del leader si diffonde nel corpo sociale come una sorta di cellula tumorale che si moltiplica giungendo a corrodere il costume civile, accrescendo il degrado morale della gente e allontanando sempre più i cittadini dalla politica e dalle istituzioni. La prova più evidente di quanto abbia fatto male al Paese il comportamento trasgressivo dei leader dei movimenti populisti, da Berlusconi a Salvini, a Di Maio, è l'ondata di imbarbarimento culturale (perfino verbale) che avvelena la società italiana di oggi (odio, egoismo, discriminazione, razzismo, xenofobia)...".
Sorge torna anche sul dramma degli immigrati, ricordando di aver rivissuto, mentre il 22 gennaio scorso si sgombrava il Cara di Castelnuovo di Porto, "l'esperienza traumatica dell'adolescenza, quando insieme ad altri giovani dell'Azione cattolica passavamo le giornate alla stazione ferroviaria nel tentativo, per lo più vano, di recare qualche sollievo ai deportati verso i campi di sterminio nazisti, stipati come animali nei vagoni piombati di lunghi treni merci. L'impiego oggi di comodi pullman, come ostentato a Castelnuovo di Porto, non potrà mai cambiare la natura disumana e bestiale della deportazione di esseri umani". Ancor più grave, lascia intendere, se l'ispiratore di questa politica ha giurato sul Vangelo, come ha fatto Matteo Salvini il 24 febbraio 2018: "Questo comportamento è l'esempio classico di strumentalizzazione della religione. Egli pure cade nell'abbaglio della cosiddetta "religione civile", come capita a coloro che vengono chiamati "atei devoti". È l'errore in cui incappano coloro che riconoscono il valore della fede cristiana non però quale vera rivelazione ed esperienza di Dio, ma usando il nome cristiano, il crocifisso e altri simboli religiosi solo in modo formale e strumentale, in vista dei vantaggi civili che se ne possono trarre".
"Fin dalla sua prima discesa in campo", scrive Sorge, "apparve con chiarezza la parzialità del modo in cui egli intendeva la politica, preoccupato anzitutto di provvedere agli interessi propri e degli amici suoi sostenitori (...) Questa mancanza di senso dello Stato e del bene comune costituisce, appunto, l'essenza del populismo. Avviene cioè che il premier uscito vittorioso dalle urne si consideri unico rappresentante dell'intero Paese; sia quindi portato a privilegiare il rapporto diretto con il popolo anziché passare attraverso le istituzioni e gli strumenti propri della democrazia rappresentativa. L'equivoco di fondo sta nel ritenere che la maggioranza parlamentare si identifichi con il popolo tutto intero (...). Governare non è sinonimo di comandare, ma esige che si rispettino tutte le legittime forme di rappresentanza dei cittadini, anche quelle minoritarie (...). Il populismo, pertanto, fa male al popolo, in quanto favorisce il diffondersi nel Paese di atteggiamenti contrari alla legalità, al senso dello Stato e alla solidarietà". Con conseguenze sociali, sottolinea Sorge, devastanti: "Il comportamento deprecabile del leader si diffonde nel corpo sociale come una sorta di cellula tumorale che si moltiplica giungendo a corrodere il costume civile, accrescendo il degrado morale della gente e allontanando sempre più i cittadini dalla politica e dalle istituzioni. La prova più evidente di quanto abbia fatto male al Paese il comportamento trasgressivo dei leader dei movimenti populisti, da Berlusconi a Salvini, a Di Maio, è l'ondata di imbarbarimento culturale (perfino verbale) che avvelena la società italiana di oggi (odio, egoismo, discriminazione, razzismo, xenofobia)...".
Sorge torna anche sul dramma degli immigrati, ricordando di aver rivissuto, mentre il 22 gennaio scorso si sgombrava il Cara di Castelnuovo di Porto, "l'esperienza traumatica dell'adolescenza, quando insieme ad altri giovani dell'Azione cattolica passavamo le giornate alla stazione ferroviaria nel tentativo, per lo più vano, di recare qualche sollievo ai deportati verso i campi di sterminio nazisti, stipati come animali nei vagoni piombati di lunghi treni merci. L'impiego oggi di comodi pullman, come ostentato a Castelnuovo di Porto, non potrà mai cambiare la natura disumana e bestiale della deportazione di esseri umani". Ancor più grave, lascia intendere, se l'ispiratore di questa politica ha giurato sul Vangelo, come ha fatto Matteo Salvini il 24 febbraio 2018: "Questo comportamento è l'esempio classico di strumentalizzazione della religione. Egli pure cade nell'abbaglio della cosiddetta "religione civile", come capita a coloro che vengono chiamati "atei devoti". È l'errore in cui incappano coloro che riconoscono il valore della fede cristiana non però quale vera rivelazione ed esperienza di Dio, ma usando il nome cristiano, il crocifisso e altri simboli religiosi solo in modo formale e strumentale, in vista dei vantaggi civili che se ne possono trarre".