Niente di esotico: Mr Crusoe abita qui
Michele Mari , di MICHELE MARIVirginia Woolf aveva ragione: quel Robinson, più che un naufrago avventuroso, è un "ragioniere" che tutto calcola e costruisce. Eppure, a trecento anni di distanza dalla sua prima pubblicazione, l'eroe di Defoe affascina ancora
Probabilmente aveva ragione Virginia Woolf, quando spiegò il fascino del Robinson Crusoe con la sua capacità di spiazzare continuamente il lettore. Questi, avido e ingenuo, si aspetta già dal titolo (La vita e le strane, sorprendenti avventure di R. C.), e comunque dall’argomento in se stesso, una storia esotica, e invece si ritrova un pezzo di Inghilterra ricostruito meticolosamente su un’isola sperduta, come in vitro; si aspetta una natura immane e pittoresca, e invece si imbatte in una serie di situazioni meramente fisiche (freddo caldo secco umido fertile sterile); mette in conto la disperazione o la malinconia o la follia del naufrago, quando invece Robinson è un personaggio di assoluta pragmaticità e razionalità, anzi un “ragioniere” che tutto computa, misura, programma; il povero lettore, infine, si ripromette l’esperienza fantastica e regressiva dell’avventura, ma la sola, la vera avventura del roman…
Probabilmente aveva ragione Virginia Woolf, quando spiegò il fascino del Robinson Crusoe con la sua capacità di spiazzare continuamente il lettore. Questi, avido e ingenuo, si aspetta già dal titolo (La vita e le strane, sorprendenti avventure di R. C.), e comunque dall’argomento in se stesso, una storia esotica, e invece si ritrova un pezzo di Inghilterra ricostruito meticolosamente su un’isola sperduta, come in vitro; si aspetta una natura immane e pittoresca, e invece si imbatte in una serie di situazioni meramente fisiche (freddo caldo secco umido fertile sterile); mette in conto la disperazione o la malinconia o la follia del naufrago, quando invece Robinson è un personaggio di assoluta pragmaticità e razionalità, anzi un “ragioniere” che tutto computa, misura, programma; il povero lettore, infine, si ripromette l’esperienza fantastica e regressiva dell’avventura, ma la sola, la vera avventura del romanzo è il successo imprenditoriale del protagonista, uomo integro e sano. Non passerà un secolo, e in letteratura la salute del mercante si corromperà nel proprio contrario: avremo allora Michael Kohlhaas, che nel racconto di Kleist rinuncia al benessere, alla famiglia, alla patria e alla vita in nome di un capriccioso puntiglio. Ma Robinson è ancora troppo borghese e troppo puritano per concedersi il lusso della dilapidazione: nel suo mondo tutto è quantitativo perché tutto è misurabile, accumulabile, moltiplicabile; il tempo stesso è oggetto di calcolo, al punto da reificarsi nei feticci del calendario e del diario. E però, paradossalmente, proprio questi elementi delusivi catturano a poco a poco il lettore, imponendogli quella chiarezza prospettica che secondo la Woolf è propria dei capolavori, e che non sfuggì nemmeno a Karl Marx, quando nel Capitale affermò di conoscere pochi altri testi in cui il rapporto fra l’uomo e le cose sia così “semplice e chiaro”.
Defoe ci impone la sua visione con l’autorevolezza di un capocantiere o di un pioniere d’industria, ci costringe a fare l’inventario delle merci insieme a lui, e alla fine di ogni capitolo distribuisce fra noi un po’ di dividendi. Così, senza accorgercene, leggendo il libro diventiamo tutti dei piccoli capitalisti e dei piccoli imperialisti, emuli di Robinson e perciò, in potenza, anche suoi concorrenti. Robinson, diciamocelo, non è molto simpatico; c’è in lui qualcosa di scostante, come se non si fosse mai tolto la parrucca del ricco puritano: ma indubbiamente è una figura ammirevole. Torquato Tasso, che come sentenziò De Sanctis voleva essere eroico quando tutta la sua natura era idillica e sensuale, commise l’errore di puntare su un personaggio non erotico e non erotizzabile come Goffredo di Buglione: ebbene si può dire che Defoe sia riuscito precisamente nell’impresa di porre e mantenere l’ingente carico della narrazione tutto sulle spalle di un personaggio così, anaffettivo e metodico come una formichina. Romanzo di situazioni pratiche e di “cose”, il Robinson di Defoe ha potuto attraversare indenne la sensiblerie settecentesca e i tormenti romantici proprio perché, senza proporre alcun modello di “anima”, suggerisce e inscena tecnicamente un modo per sfuggire alla solitudine e alla morte. Non capiremmo altrimenti perché Rousseau avrebbe scritto: «Questo libro sarà il primo che il mio Emilio leggerà; per lungo tempo formerà da solo tutta la sua biblioteca e sempre vi occuperà un posto di rilievo. Qual è dunque questo meraviglioso libro? È Aristotele, è Plinio, è Buffon? No: è Robinson Crusoe».
Defoe ci impone la sua visione con l’autorevolezza di un capocantiere o di un pioniere d’industria, ci costringe a fare l’inventario delle merci insieme a lui, e alla fine di ogni capitolo distribuisce fra noi un po’ di dividendi. Così, senza accorgercene, leggendo il libro diventiamo tutti dei piccoli capitalisti e dei piccoli imperialisti, emuli di Robinson e perciò, in potenza, anche suoi concorrenti. Robinson, diciamocelo, non è molto simpatico; c’è in lui qualcosa di scostante, come se non si fosse mai tolto la parrucca del ricco puritano: ma indubbiamente è una figura ammirevole. Torquato Tasso, che come sentenziò De Sanctis voleva essere eroico quando tutta la sua natura era idillica e sensuale, commise l’errore di puntare su un personaggio non erotico e non erotizzabile come Goffredo di Buglione: ebbene si può dire che Defoe sia riuscito precisamente nell’impresa di porre e mantenere l’ingente carico della narrazione tutto sulle spalle di un personaggio così, anaffettivo e metodico come una formichina. Romanzo di situazioni pratiche e di “cose”, il Robinson di Defoe ha potuto attraversare indenne la sensiblerie settecentesca e i tormenti romantici proprio perché, senza proporre alcun modello di “anima”, suggerisce e inscena tecnicamente un modo per sfuggire alla solitudine e alla morte. Non capiremmo altrimenti perché Rousseau avrebbe scritto: «Questo libro sarà il primo che il mio Emilio leggerà; per lungo tempo formerà da solo tutta la sua biblioteca e sempre vi occuperà un posto di rilievo. Qual è dunque questo meraviglioso libro? È Aristotele, è Plinio, è Buffon? No: è Robinson Crusoe».