✕
 La foto della copertina è di Nicola Nunziata/opfot.com 

Un romanzo che grida: non sarò madre

In "Maternità", libro un po’ diario, esaltante e triste come la vita, la scrittrice canadese Sheila Heti svela senza pudori il più potente tabù femminile
3 minuti di lettura
Perché facciamo ancora bambini? Se lo chiede la protagonista senza nome di Maternità, forse romanzo, forse diario, forse confessione, della quarantaduenne canadese Sheila Heti, 290 pagine stupefacenti, esilaranti, imbarazzanti, dolenti, vere, che piombano nel cuore delle lettrici, non so dei lettori, perché sono loro, le donne, a fare o non fare i bambini, e questo evento o non evento è cruciale, meraviglioso o sgradito per loro. 
Chiamiamola Sheila, come la scrittrice, la donna che si racconta, che si fa domande, che chiede risposte agli I Ching gettando tre monete sul tavolo, alla cartomante, al libro che sta scrivendo e che poi è proprio questo: ha 36 anni, è divorziata, non ha avuto dubbi ad abortire giovanissima, le è capitato talvolta di prendere la pillola del giorno dopo; vive a Toronto con Miles, avvocato, che da un precedente matrimonio ha già una figlia e non ne vorrebbe altri.

Sheila è sicura di non voler…
Perché facciamo ancora bambini? Se lo chiede la protagonista senza nome di Maternità, forse romanzo, forse diario, forse confessione, della quarantaduenne canadese Sheila Heti, 290 pagine stupefacenti, esilaranti, imbarazzanti, dolenti, vere, che piombano nel cuore delle lettrici, non so dei lettori, perché sono loro, le donne, a fare o non fare i bambini, e questo evento o non evento è cruciale, meraviglioso o sgradito per loro. 
Chiamiamola Sheila, come la scrittrice, la donna che si racconta, che si fa domande, che chiede risposte agli I Ching gettando tre monete sul tavolo, alla cartomante, al libro che sta scrivendo e che poi è proprio questo: ha 36 anni, è divorziata, non ha avuto dubbi ad abortire giovanissima, le è capitato talvolta di prendere la pillola del giorno dopo; vive a Toronto con Miles, avvocato, che da un precedente matrimonio ha già una figlia e non ne vorrebbe altri.

Sheila è sicura di non volerne di figli, ma avvicinandosi alla fine della fertilità si tormenta, piange, sogna, si consulta con le amiche, quella incinta, quella che allatta, quella che ha lasciato tutto per allevare il figlio, quella che ne ha già quattro. Loro la spingono a seguirle, lei sempre più non ne vuole sapere. "È come una guerra civile, tu da che parte stai?" le dicono. Sheila sa che dopo l'Olocausto, ogni brava donna ebrea, e lei lo è, ha il dovere di ripopolare il mondo, ma in segno di protesta per il male assoluto, come rappresaglia per i crimini commessi contro la sua gente, lei crede che almeno per cent'anni non dovrebbe più nascere nessuno. "Non metteremo al mondo altri aggressori né altre vittime, e in questo modo col nostro utero faremo qualcosa di buono". Non è sempre così arrabbiata la donna che non volendo bambini progetta di averli: "Mi chiedo se tutto questo mio ragionare sull'avere figli sia legato al fatto di aver perso la fede in ideali più alti, l'arte, la politica, l'amore romantico".

Maternità è un libro che si può raccontare solo citando l'ininterrotto groviglio dei pensieri ed emozioni e domande e dubbi e ricordi e sogni e magie e oracoli ed egoismi e paure di chi si racconta, perché poi la storia si riduce a questo, come per tante donne incerte su una vocazione e un cambiamento di vita sconosciuto. "Sarebbe più facile avere un bambino che fare quello che voglio davvero?". Cioè scrivere, scrivere sul serio cose belle di quelle che riempiono la vita, che ti fanno sentire te stessa, non una costretta ad essere come tutte, in quanto donna, il cui corpo alla fine è solo il passaggio inerte dal seme di un uomo alla messa al mondo di un altro uomo, o di un'altra donna perché faccia altri uomini. "Allevare dei figli è il contrario di tutto ciò che desidero, il contrario di tutto ciò che so fare, di tutte le cose che mi piacciono". I nonni di Sheila, quelli scampati ad Auschwitz, alla fine della guerra sono emigrati a Toronto da Budapest, gente poverissima, donne forti, invincibili: la mamma è diventata medico e amava soprattutto il suo lavoro, non era mai in casa e a un certo punto andò a vivere per conto suo, con la sua montagna di libri, per togliersi dai doveri domestici e materni. Era suo padre ad accudire la bambina, che ancora oggi sogna di essere figlia, non madre, perché essere madre non aveva reso felice la sua, l'aveva distratta, sia pure per poco, dalla sua vera vita, il lavoro.

Eppure nel mondo milioni di madri lavorano e milioni di lavoratrici fanno figli, anche le scrittrici oltre a figliare libri non rinunciano ad essere madri. Ma lei ambisce alla perfezione e non si sente all'altezza di essere perfetta in due ruoli che ritiene antitetici: una grande scrittrice, una grande madre. E poi ogni volta che un'amica le mette in braccio un bambinello, o la lascia sola a giocare con un altro, lei si spegne nell'infelicità, nell'imbarazzo. Perché ama giocare con le parole, con le virgole, oppure non far niente, a parte l'amore, sentirsi libera di non far niente, né responsabilità né angosce.

Maternità è davvero un libro speciale, ricchissimo di angosce e sogni femminili, esaltante e deprimente per tutte: le donne che hanno voluto figli e li hanno avuti ma anche no, quelle che non li volevano e non li hanno avuti oppure sì, quelle che si sono pentite di non averli avuti ma pure avuti. Un labirinto della femminilità oscura che rivelerebbe agli uomini il segreto delle donne. 

"Maternità" di Sheila Heti, Sellerio, 300 pagine, 16 euro, traduzione di Martina Testa