Banderas mette a nudo l’anima di Almodóvar
di ELSA FERNÁNDEZ-SANTOS“Dolor y gloria”, nelle sale il 17 maggio, è il “testamento” del regista premio Oscar interpretato dal suo attore feticcio
Dolor y gloria è qualcosa di più che il nuovo film di Pedro Almodóvar. Potrebbe essere quello definitivo. Non solo perché getta una nuova luce sulla sua filmografia precedente, ma anche perché d'ora in poi sarà difficile dissociare il regista da Salvador Mallo, questo alter ego magistralmente interpretato da uno dei suoi attori feticcio, Antonio Banderas. Un gioco di specchi dove la realtà rimanda alla finzione con uno scopo: mettere a nudo l'anima del regista. Come una vecchia sala cinematografica, Dolor y gloria, che uscirà in Italia il 17 maggio, estrae luci dall'ombra e, come la vita, scorre tra il dramma, la commedia e un'inevitabile malinconia.
Almodóvar (Calzada de Calatrava, 1949) e Banderas (Malaga, 1960) sono seduti uno di fronte all'altro nell'ufficio del primo. L'attore ha visto il film qualche ora fa e parla di un "enorme sollievo", dice di aver visto "qualcosa di mo…
Almodóvar (Calzada de Calatrava, 1949) e Banderas (Malaga, 1960) sono seduti uno di fronte all'altro nell'ufficio del primo. L'attore ha visto il film qualche ora fa e parla di un "enorme sollievo", dice di aver visto "qualcosa di mo…
Dolor y gloria è qualcosa di più che il nuovo film di Pedro Almodóvar. Potrebbe essere quello definitivo. Non solo perché getta una nuova luce sulla sua filmografia precedente, ma anche perché d'ora in poi sarà difficile dissociare il regista da Salvador Mallo, questo alter ego magistralmente interpretato da uno dei suoi attori feticcio, Antonio Banderas. Un gioco di specchi dove la realtà rimanda alla finzione con uno scopo: mettere a nudo l'anima del regista. Come una vecchia sala cinematografica, Dolor y gloria, che uscirà in Italia il 17 maggio, estrae luci dall'ombra e, come la vita, scorre tra il dramma, la commedia e un'inevitabile malinconia.
Almodóvar (Calzada de Calatrava, 1949) e Banderas (Malaga, 1960) sono seduti uno di fronte all'altro nell'ufficio del primo. L'attore ha visto il film qualche ora fa e parla di un "enorme sollievo", dice di aver visto "qualcosa di molto bello".
Salvador Mallo, il protagonista di "Dolor y gloria", abita in una casa come la sua, si veste come lei e ha malattie di cui lei soffre o ha sofferto. Perché ha messo la sua intimità al servizio della macchina da presa?
Pedro Almodóvar: "Quasi per un senso pratico. Avevo appena scritto una sceneggiatura che non mi convinceva troppo e così la misi via. Cominciai allora a pensare che avrei preferito scrivere qualcosa di più interiore".
Ha assunto eroina come il suo personaggio?
Almodóvar: "No, mai. Tutto è iniziato quando i miei problemi alla schiena mi costrinsero a casa. Un giorno mi vidi come un personaggio. Dato che gli antidolorifici non mi facevano niente, sognai che il mio personaggio ricorreva all'eroina per sopportare il dolore. Iniziai a scrivere questa piccola idea, per gioco, e mi venne fuori una scena molto divertente. Poi la misi da parte e non pensavo di riprenderla finché mi riportò a un monologo femminile che avevo scritto e che era un ricordo degli anni Ottanta. Parlava della droga e del cinema della mia infanzia, dell'odore di brezza estiva e di orina. Si intitolava El cine y los líquidos (Il cinema e i liquidi)".
"Dolor y gloria" è un'autobiografia o un'autofiction? Nel film, sua madre le dice che questa cosa dell'autofiction non le piace affatto.
Almodóvar: "Mia madre, ovviamente, non ha mai detto di non amare l'autofiction, ma mi piace che lo dica Julieta (Serrano, che interpreta la vecchia madre ndr). Non è un'autobiografia. È autofiction come punto di partenza".
Antonio Banderas: "Il fatto è che suscita troppe curiosità... Ma tu non ti sei seduto a scrivere su te stesso. Alcune cose ti appartengono e altre meno".
Almodóvar: "Proietto sempre una parte di me stesso nei miei film. Ma quello che è certo è che, sebbene tutti i miei film mi rappresentino, questo mi rappresenta molto più di ogni altro. Sono andato un po' oltre. C'è più che mai la mia anima in questo film, e questo non ha nulla a che vedere con il fatto che una cosa sia successa o meno".
Nel film c'è un regolamento di conti tra madre e figlio. Non è il rapporto che credevamo di conoscere. È forse il momento più duro.
Almodóvar: "Nel copione non c'era questa scena, l'abbiamo improvvisata. L'ho scritta la sera prima".
Banderas: "Quel giorno non riuscivi a parlare. Sei rimasto bloccato".
Almodóvar: "Ma quella conversazione non è mai avvenuta. Non è reale perché non è la mia vita, non ho mai avuto quel tipo di rapporto con mia madre. Quella sequenza riassume in modo profondo e doloroso qualcosa che non riguarda tanto mia madre quanto la mia infanzia e la mia adolescenza".
Pensa che sua madre abbia sofferto per causa sua?
Almodóvar: "Certo, anche se non ne abbiamo mai parlato. In paese, in tutti i paesi, la gente è molto crudele. E probabilmente non ebbero riguardo per mia madre. Quando la crudeltà si manifestava solo contro di me, come accadeva a scuola, io reagivo. Ho fatto a botte un paio di volte solo per dimostrare che avevo le palle come chi mi offendeva".
In modo molto sottile, si stabilisce un triangolo tra la giovane madre, interpretata da Penélope Cruz, il muratore e il bambino. La madre intuisce che c'è qualcosa che non va.
Almodóvar: "Le madri capiscono queste cose. Quel muratore non è mai esistito, non mi sono mai innamorato di un muratore, a quell'età non sai nemmeno che cosa sia. Né ho vissuto, come nel film, in una grotta. Ma quando ci siamo trasferiti da La Mancha in Estremadura, in un paese in provincia di Badajoz, Orellana la Vieja, siamo andati ad abitare in un quartiere che era come il Far West. Le case erano fatte di paglia e fango. Mia madre, con molto spirito di iniziativa e vergogna per me, a quel tempo, cominciò a scrivere lettere per le vicine. E lo facevo anch'io, che avevo una calligrafia più bella. In cambio, ci aiutavano".
Ha mai parlato con sua madre della sua sessualità?
Almodóvar: "Mai. Anche se lo sapeva, perché era mia madre e perché io non mi nascondevo molto. Ma il discorso non è venuto fuori, per rispetto e perché era meglio non parlare delle cose che mettevano a disagio. Mia madre non è mai andata a vedere i miei film, pur essendo molto orgogliosa di me. Non era la tipica madre dell'artista. A lei bastava il mio successo e che avessimo una vita più agiata. Lei intuiva che i miei film non le sarebbero piaciuti. E secondo me ha fatto benissimo".
Antonio Banderas è sempre stato la prima scelta come suo alter ego?
Almodóvar: "Avevo in testa qualche alternativa, per una questione di salute mentale cerco di non dipendere da un solo nome. Ma sapevo che nessuno poteva farlo come lui. Il più legittimo era Antonio perché ha vissuto accanto a me molte cose che il film racconta. Uscivamo insieme tutte le sere negli anni Ottanta".
Banderas: "Quando lessi la sceneggiatura riconobbi alcune storie e delle persone che avevo incontrato, storie che si mescolavano. Ma quello che mi colpì di più fu l'austerità dell'approccio. C'erano meno barocchismi di altre volte. Pedro ha raffinato tanto il suo stile che ora sembra perfino minimalista".
Dopo aver interpretato personaggi estremi come quello di "Légami!" o di "La pelle che abito", questo non l'ha spaventata di più?
Banderas: "Quando decisi di fare il film, presi una decisione: sarei diventato un soldato semplice. Volevo fare un vero esercizio per capire in profondità ogni nota, ogni indicazione. Se facevo questo film, dovevo partire dall'umiltà, perché c'è qualcosa di molto personale dentro. Alcune cose sono sue e altre le ha sognate, ma per me è chiaro che lui ci sta dentro come non c'è mai stato prima e io dovevo entrare nella sua anima".
Come è stato questa volta il rapporto attore-regista?
Banderas: "Non mi sono mai sentito così vicino a Pedro durante le riprese come adesso, e pochissime volte in tutta la mia carriera mi sono sentito così vicino a un regista. Avevo paura? Sì, ma quella paura è scomparsa alla fine della prima settimana. Ho capito che stavamo giocando allo stesso gioco".
Che cosa avete scoperto l'uno dell'altro in questo film?
Banderas: "Pedro è una persona molto creativa e con una grande personalità e questo, purtroppo, è molto raro nel cinema di oggi. È molto fedele alla sua opera e al suo linguaggio. Ha la reputazione di essere un uomo molto forte. E lo è. Ma ho scoperto una dolcezza nascosta che mi commuove. Il giorno della scena con Julieta Serrano sul balcone di casa, c'eravamo solo noi tre e quando Pedro ha iniziato a dire la mia parte all'improvviso si è interrotto ed è rimasto in silenzio. Mi sono spaventato, ho capito quanto fosse importante per lui, per la sua vita, per le sue cose. Anche se quella conversazione con sua madre non era avvenuta, lui la sentiva così. Forse sua madre la pensava così e lui voleva dirle che non era colpa sua se era come era. Voleva dire a sua madre che gli dispiaceva molto".
Almodóvar: "Questo film parla del passare del tempo, della ferita del tempo. E il suo personaggio è un uomo consumato perché ha vissuto e anche per alcune malattie specifiche. E io vedo in Antonio questa ferita. C'è qualcosa di diverso in lui, gesti sul suo viso che non avevo mai visto prima, qualcosa che ha a che fare con l'età e anche con il dolore. Quando ci siamo rivisti ho notato che aveva sofferto. Antonio ha subito tre interventi chirurgici a cuore aperto, e quell'esperienza, anche se non ne parla, rimane".
Banderas: "Quando ebbi l'infarto, tutto accadde molto velocemente, ma quella stessa sera un'infermiera inglese anziana e molto simpatica mi disse: "Antonio, ora ti accadrà una cosa: sarai molto triste perché, contrariamente a quanto crede la gente, il cuore non solo invia sangue e ossigeno al corpo, ma è un magazzino di emozioni, e oggi te lo abbiamo toccato. Gli ci vorrà un po' di tempo per riprendersi". Non si sbagliava".
Avete litigato mentre lavoravate?
Banderas: "Litigato, litigato no. Lui si è arrabbiato con me, questo sì. E anche io con lui. Ma senza mai esagerare".
Il film racconta proprio l'incontro di un regista con un attore del passato davanti al quale intona il mea culpa per aver giudicato male il suo lavoro. Chi c'è dietro quell'attore?
Banderas: "È astratto. Non è nessuno. Però è vero che ha avuto dei forti conflitti con alcuni dei suoi attori".
Almodóvar: "Sì, ho avuto delle famose discussioni. Il personaggio di Asier (Etxeandia, ndr) è un compendio di molte storie. Forse non lo dico abbastanza, ma l'unica cosa che provo nei confronti di tutti gli attori con cui ho lavorato è una gratitudine assoluta".
Lo schermo vuoto è il grande feticcio di questo film?
Almodóvar: "Del film e di tutta la mia vita, in effetti è l'unico feticcio a cui sono stato fedele. Lo schermo, anche muto, è stato un compagno per me".
Quest'opera chiude, ha detto, una trilogia involontaria iniziata con "La legge del desiderio" e proseguita con "La mala educación"... Precisamente quattordici anni dopo "La mala educación" sembra che sia giunto il momento di parlare pubblicamente degli abusi sessuali all'interno della Chiesa spagnola. Quel film ne denunciava già i danni irreparabili.
Almodóvar: "Ogni volta che la Chiesa apre la bocca sugli abusi è di un cinismo vergognoso. I nostri vescovi, compreso il Papa, cercano di evitare gli effeminati nei seminari perché non ci siano futuri sacerdoti omosessuali. Sembra che l'omosessualità per il Papa sia sinonimo di pederastia".
Banderas: "Come molti dei temi che Pedro ha toccato nel corso della sua carriera, con La mala educación ha anticipato quella che oggi è purtroppo una delle più grandi vergogne della Chiesa".
"Dolor y gloria" ha un sapore di testamento cinematografico. D'ora in poi, sarà difficile vedere uno qualunque dei suoi film senza avere questo in mente. Perché ha sentito questo bisogno proprio adesso?
Almodóvar: "Spero che non sia il mio testamento cinematografico, voglio continuare a fare film, per me è essenziale quanto lo è per il protagonista di Dolor y gloria".
Banderas: "Ahimè... stiamo invecchiando tutti. Con il passare degli anni ti rendi conto che c'è un momento in cui c'è spazio solo per la verità. Credo che Pedro avesse un bisogno viscerale di affrontare certe verità... che hanno un peso importante, che si riflettono in modo molto diretto sulla sua vita, sulla scia che lasci dietro di te, sulla solitudine, e forse anche sulle cure dei propri mali, quelle che passano attraverso la generosità e la speranza".
TRADUZIONE DI LUIS E. MORIONES
© ELSA FERNÁNDEZ-SANTOS / EDICIONES EL PAÍS S.L., 2019
Almodóvar (Calzada de Calatrava, 1949) e Banderas (Malaga, 1960) sono seduti uno di fronte all'altro nell'ufficio del primo. L'attore ha visto il film qualche ora fa e parla di un "enorme sollievo", dice di aver visto "qualcosa di molto bello".
Salvador Mallo, il protagonista di "Dolor y gloria", abita in una casa come la sua, si veste come lei e ha malattie di cui lei soffre o ha sofferto. Perché ha messo la sua intimità al servizio della macchina da presa?
Pedro Almodóvar: "Quasi per un senso pratico. Avevo appena scritto una sceneggiatura che non mi convinceva troppo e così la misi via. Cominciai allora a pensare che avrei preferito scrivere qualcosa di più interiore".
Ha assunto eroina come il suo personaggio?
Almodóvar: "No, mai. Tutto è iniziato quando i miei problemi alla schiena mi costrinsero a casa. Un giorno mi vidi come un personaggio. Dato che gli antidolorifici non mi facevano niente, sognai che il mio personaggio ricorreva all'eroina per sopportare il dolore. Iniziai a scrivere questa piccola idea, per gioco, e mi venne fuori una scena molto divertente. Poi la misi da parte e non pensavo di riprenderla finché mi riportò a un monologo femminile che avevo scritto e che era un ricordo degli anni Ottanta. Parlava della droga e del cinema della mia infanzia, dell'odore di brezza estiva e di orina. Si intitolava El cine y los líquidos (Il cinema e i liquidi)".
"Dolor y gloria" è un'autobiografia o un'autofiction? Nel film, sua madre le dice che questa cosa dell'autofiction non le piace affatto.
Almodóvar: "Mia madre, ovviamente, non ha mai detto di non amare l'autofiction, ma mi piace che lo dica Julieta (Serrano, che interpreta la vecchia madre ndr). Non è un'autobiografia. È autofiction come punto di partenza".
Antonio Banderas: "Il fatto è che suscita troppe curiosità... Ma tu non ti sei seduto a scrivere su te stesso. Alcune cose ti appartengono e altre meno".
Almodóvar: "Proietto sempre una parte di me stesso nei miei film. Ma quello che è certo è che, sebbene tutti i miei film mi rappresentino, questo mi rappresenta molto più di ogni altro. Sono andato un po' oltre. C'è più che mai la mia anima in questo film, e questo non ha nulla a che vedere con il fatto che una cosa sia successa o meno".
Nel film c'è un regolamento di conti tra madre e figlio. Non è il rapporto che credevamo di conoscere. È forse il momento più duro.
Almodóvar: "Nel copione non c'era questa scena, l'abbiamo improvvisata. L'ho scritta la sera prima".
Banderas: "Quel giorno non riuscivi a parlare. Sei rimasto bloccato".
Almodóvar: "Ma quella conversazione non è mai avvenuta. Non è reale perché non è la mia vita, non ho mai avuto quel tipo di rapporto con mia madre. Quella sequenza riassume in modo profondo e doloroso qualcosa che non riguarda tanto mia madre quanto la mia infanzia e la mia adolescenza".
Pensa che sua madre abbia sofferto per causa sua?
Almodóvar: "Certo, anche se non ne abbiamo mai parlato. In paese, in tutti i paesi, la gente è molto crudele. E probabilmente non ebbero riguardo per mia madre. Quando la crudeltà si manifestava solo contro di me, come accadeva a scuola, io reagivo. Ho fatto a botte un paio di volte solo per dimostrare che avevo le palle come chi mi offendeva".
In modo molto sottile, si stabilisce un triangolo tra la giovane madre, interpretata da Penélope Cruz, il muratore e il bambino. La madre intuisce che c'è qualcosa che non va.
Almodóvar: "Le madri capiscono queste cose. Quel muratore non è mai esistito, non mi sono mai innamorato di un muratore, a quell'età non sai nemmeno che cosa sia. Né ho vissuto, come nel film, in una grotta. Ma quando ci siamo trasferiti da La Mancha in Estremadura, in un paese in provincia di Badajoz, Orellana la Vieja, siamo andati ad abitare in un quartiere che era come il Far West. Le case erano fatte di paglia e fango. Mia madre, con molto spirito di iniziativa e vergogna per me, a quel tempo, cominciò a scrivere lettere per le vicine. E lo facevo anch'io, che avevo una calligrafia più bella. In cambio, ci aiutavano".
Ha mai parlato con sua madre della sua sessualità?
Almodóvar: "Mai. Anche se lo sapeva, perché era mia madre e perché io non mi nascondevo molto. Ma il discorso non è venuto fuori, per rispetto e perché era meglio non parlare delle cose che mettevano a disagio. Mia madre non è mai andata a vedere i miei film, pur essendo molto orgogliosa di me. Non era la tipica madre dell'artista. A lei bastava il mio successo e che avessimo una vita più agiata. Lei intuiva che i miei film non le sarebbero piaciuti. E secondo me ha fatto benissimo".
Antonio Banderas è sempre stato la prima scelta come suo alter ego?
Almodóvar: "Avevo in testa qualche alternativa, per una questione di salute mentale cerco di non dipendere da un solo nome. Ma sapevo che nessuno poteva farlo come lui. Il più legittimo era Antonio perché ha vissuto accanto a me molte cose che il film racconta. Uscivamo insieme tutte le sere negli anni Ottanta".
Banderas: "Quando lessi la sceneggiatura riconobbi alcune storie e delle persone che avevo incontrato, storie che si mescolavano. Ma quello che mi colpì di più fu l'austerità dell'approccio. C'erano meno barocchismi di altre volte. Pedro ha raffinato tanto il suo stile che ora sembra perfino minimalista".
Dopo aver interpretato personaggi estremi come quello di "Légami!" o di "La pelle che abito", questo non l'ha spaventata di più?
Banderas: "Quando decisi di fare il film, presi una decisione: sarei diventato un soldato semplice. Volevo fare un vero esercizio per capire in profondità ogni nota, ogni indicazione. Se facevo questo film, dovevo partire dall'umiltà, perché c'è qualcosa di molto personale dentro. Alcune cose sono sue e altre le ha sognate, ma per me è chiaro che lui ci sta dentro come non c'è mai stato prima e io dovevo entrare nella sua anima".
Come è stato questa volta il rapporto attore-regista?
Banderas: "Non mi sono mai sentito così vicino a Pedro durante le riprese come adesso, e pochissime volte in tutta la mia carriera mi sono sentito così vicino a un regista. Avevo paura? Sì, ma quella paura è scomparsa alla fine della prima settimana. Ho capito che stavamo giocando allo stesso gioco".
Che cosa avete scoperto l'uno dell'altro in questo film?
Banderas: "Pedro è una persona molto creativa e con una grande personalità e questo, purtroppo, è molto raro nel cinema di oggi. È molto fedele alla sua opera e al suo linguaggio. Ha la reputazione di essere un uomo molto forte. E lo è. Ma ho scoperto una dolcezza nascosta che mi commuove. Il giorno della scena con Julieta Serrano sul balcone di casa, c'eravamo solo noi tre e quando Pedro ha iniziato a dire la mia parte all'improvviso si è interrotto ed è rimasto in silenzio. Mi sono spaventato, ho capito quanto fosse importante per lui, per la sua vita, per le sue cose. Anche se quella conversazione con sua madre non era avvenuta, lui la sentiva così. Forse sua madre la pensava così e lui voleva dirle che non era colpa sua se era come era. Voleva dire a sua madre che gli dispiaceva molto".
Almodóvar: "Questo film parla del passare del tempo, della ferita del tempo. E il suo personaggio è un uomo consumato perché ha vissuto e anche per alcune malattie specifiche. E io vedo in Antonio questa ferita. C'è qualcosa di diverso in lui, gesti sul suo viso che non avevo mai visto prima, qualcosa che ha a che fare con l'età e anche con il dolore. Quando ci siamo rivisti ho notato che aveva sofferto. Antonio ha subito tre interventi chirurgici a cuore aperto, e quell'esperienza, anche se non ne parla, rimane".
Banderas: "Quando ebbi l'infarto, tutto accadde molto velocemente, ma quella stessa sera un'infermiera inglese anziana e molto simpatica mi disse: "Antonio, ora ti accadrà una cosa: sarai molto triste perché, contrariamente a quanto crede la gente, il cuore non solo invia sangue e ossigeno al corpo, ma è un magazzino di emozioni, e oggi te lo abbiamo toccato. Gli ci vorrà un po' di tempo per riprendersi". Non si sbagliava".
Avete litigato mentre lavoravate?
Banderas: "Litigato, litigato no. Lui si è arrabbiato con me, questo sì. E anche io con lui. Ma senza mai esagerare".
Il film racconta proprio l'incontro di un regista con un attore del passato davanti al quale intona il mea culpa per aver giudicato male il suo lavoro. Chi c'è dietro quell'attore?
Banderas: "È astratto. Non è nessuno. Però è vero che ha avuto dei forti conflitti con alcuni dei suoi attori".
Almodóvar: "Sì, ho avuto delle famose discussioni. Il personaggio di Asier (Etxeandia, ndr) è un compendio di molte storie. Forse non lo dico abbastanza, ma l'unica cosa che provo nei confronti di tutti gli attori con cui ho lavorato è una gratitudine assoluta".
Lo schermo vuoto è il grande feticcio di questo film?
Almodóvar: "Del film e di tutta la mia vita, in effetti è l'unico feticcio a cui sono stato fedele. Lo schermo, anche muto, è stato un compagno per me".
Quest'opera chiude, ha detto, una trilogia involontaria iniziata con "La legge del desiderio" e proseguita con "La mala educación"... Precisamente quattordici anni dopo "La mala educación" sembra che sia giunto il momento di parlare pubblicamente degli abusi sessuali all'interno della Chiesa spagnola. Quel film ne denunciava già i danni irreparabili.
Almodóvar: "Ogni volta che la Chiesa apre la bocca sugli abusi è di un cinismo vergognoso. I nostri vescovi, compreso il Papa, cercano di evitare gli effeminati nei seminari perché non ci siano futuri sacerdoti omosessuali. Sembra che l'omosessualità per il Papa sia sinonimo di pederastia".
Banderas: "Come molti dei temi che Pedro ha toccato nel corso della sua carriera, con La mala educación ha anticipato quella che oggi è purtroppo una delle più grandi vergogne della Chiesa".
"Dolor y gloria" ha un sapore di testamento cinematografico. D'ora in poi, sarà difficile vedere uno qualunque dei suoi film senza avere questo in mente. Perché ha sentito questo bisogno proprio adesso?
Almodóvar: "Spero che non sia il mio testamento cinematografico, voglio continuare a fare film, per me è essenziale quanto lo è per il protagonista di Dolor y gloria".
Banderas: "Ahimè... stiamo invecchiando tutti. Con il passare degli anni ti rendi conto che c'è un momento in cui c'è spazio solo per la verità. Credo che Pedro avesse un bisogno viscerale di affrontare certe verità... che hanno un peso importante, che si riflettono in modo molto diretto sulla sua vita, sulla scia che lasci dietro di te, sulla solitudine, e forse anche sulle cure dei propri mali, quelle che passano attraverso la generosità e la speranza".
TRADUZIONE DI LUIS E. MORIONES
© ELSA FERNÁNDEZ-SANTOS / EDICIONES EL PAÍS S.L., 2019