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 Meules (Covoni) di Claude Monet venduto all’asta da Sotheby’s per 110,7 milioni di dollari (ap)

Ci salverà Monet?

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Per la prima volta il re degli impressionisti supera all’asta i 100 milioni di dollari. E l’arte diventa bene rifugio dalla realtà 
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Centodieci milioni di dollari sono quasi cento milioni di euro. Con questa cifra, il collezionista (o la collezionista?) che martedì notte a New York si è aggiudicato all'asta di Sotheby's il quadro di Monet - Covoni in un campo della Normandia - avrebbe potuto comprare cento milioni di metri quadrati di terreno in quella stessa Normandia. Qualche tempo fa, infatti, un sindaco di quella bucolica regione francese ha offerto al prezzo simbolico di un euro per metro quadrato i terreni del suo villaggio, con la speranza di ripopolarlo e sottrarlo al destino di inerte scenario agreste per villeggianti inglesi. Ma non avrebbe avuto mai i covoni. Essi non esistono più. Le macchine agricole comprimono e pressano, creando sui campi nuove forme solide, cilindri di una perfezione non meno affascinante. Ma il covone - e il pagliaio e il mucchio di fieno - era un manufatto umano, lo ammucchiavano i contadini coi forconi dopo la mietitura, e ogni stelo di grano che lo c…
Centodieci milioni di dollari sono quasi cento milioni di euro. Con questa cifra, il collezionista (o la collezionista?) che martedì notte a New York si è aggiudicato all'asta di Sotheby's il quadro di Monet - Covoni in un campo della Normandia - avrebbe potuto comprare cento milioni di metri quadrati di terreno in quella stessa Normandia. Qualche tempo fa, infatti, un sindaco di quella bucolica regione francese ha offerto al prezzo simbolico di un euro per metro quadrato i terreni del suo villaggio, con la speranza di ripopolarlo e sottrarlo al destino di inerte scenario agreste per villeggianti inglesi. Ma non avrebbe avuto mai i covoni. Essi non esistono più. Le macchine agricole comprimono e pressano, creando sui campi nuove forme solide, cilindri di una perfezione non meno affascinante. Ma il covone - e il pagliaio e il mucchio di fieno - era un manufatto umano, lo ammucchiavano i contadini coi forconi dopo la mietitura, e ogni stelo di grano che lo componeva era stato strappato alla terra dalla fatica del contadino. 

Ora, nel quadro, da cui sono assenti gli uomini che li hanno fatti, quegli oggetti inanimati che proiettano sul prato la loro ombra comunicano un senso di lancinante lontananza: la perdita irreparabile di un mondo che è stato il nostro. Un'emozione simile hanno suscitato poco tempo fa la visione della cattedrale di Notre-Dame in fiamme e il crollo della guglia. Più che la distruzione di un capolavoro gotico (e neogotico), commuoveva la cancellazione della storia che l'ha generata. Le opere d'arte oggi riverberano una bellezza sfuggente, e sfuggita - che si può possedere, non più creare. Forse è anche per questo che il mercato dell'arte ha perso ogni contatto con la realtà fisica delle cose, con la metafisica dei valori, e il senso stesso dell'arte. Essa è il rifugio degli speculatori - comprensibilmente: basti pensare che chi ha venduto questo Monet ha valorizzato di 44 volte il suo investimento di 33 anni prima, e solo la finanza più spericolata può immaginare un rendimento simile per i propri capitali. 

Pochi centimetri quadrati di tela tirata da Monet sul cavalletto, en plein air nel 1890 in un angolo della campagna francese, a poca distanza dalla casa di Giverny in cui si era trasferito da sette anni, qualche grammo di colore a olio comprato in un negozio e spremuto da lui sulla tavolozza, valgono oggi più di qualunque miniera d'oro o di diamanti. 

Un celebre indovinello per bambini recitava: "Pesa più un quintale di piombo o un quintale di paglia, di piume o di ferro?". I Covoni di Sotheby's - fatti non di materia, ma della mano che l'ha dipinta e dagli occhi che l'hanno vista - sono una sorta di antimateria, il cui peso non è ancora quantificabile. E il valore esorbitante non è accresciuto nemmeno dall'aura dell'unicità o della non riproducibilità: il quadro di Sotheby's appartiene a una serie di 25 con gli stessi covoni: perché nell'estate del 1890, quando lo dipinse, Monet aveva appena iniziato a sperimentare la serialità (poi, con enorme fortuna, si sarebbe concentrato proprio su quella, creando sequenze di lavori sullo stesso soggetto, come la Cattedrale di Rouen, i Pioppi, o le Ninfee del suo giardino di Giverny). La predilezione odierna verso gli impressionisti, che per la prima volta superano in un'asta la soglia dei 100 milioni di dollari, e il fondatore e capofila del movimento, ha perciò qualcosa di esaltante e insieme di derisorio. 

Quando Monet dipinse questo paesaggio senza figure, fatto solo di luce, atmosfera e colore, era reduce da quasi trent'anni di battaglie per la legittimazione della propria arte, incompresa e vilipesa. Il suo gallerista, Paul Durand-Ruel (lo stesso che vendette questi Covoni alla collezionista americana nella cui famiglia sono rimasti quasi un secolo) gli stava creando un pubblico e un mercato, ma solo quando lo espose - insieme agli altri, nella mostra del 1891 - e ottenne un successo immediato, cominciò a credere di esserne uscito vincitore. 

Il suo modo di dipingere, le pennellate visibili, le immagini sfocate, il luminismo pulviscolare, l'attenzione rivolta unicamente ai mutamenti della luce su soggetti qualunque (una barca in acqua, una stazione, un fiore, un albero), erano stati, e in parte erano ancora, innovativi e provocatori. Oggi, questo paesaggio appare invece consolatorio, quasi edulcorato - un'idea gentile della campagna, accarezzata dal sole al tramonto, immagine di un luogo edenico da cui ogni male è stato escluso. Una finestra che inquadra silenzio e bellezza. Un'opera da contemplare in solitudine, come forse farà il proprietario finché non se ne priverà a sua volta, per dimenticare l'orrore disumano che incombe là fuori. Ciò forse paradossalmente restituisce al quadro una funzione, e lo sottrae all'insulto del commercio - di diventare, meramente, denaro. Ne fa un'opera di devozione, in qualche modo sacra.