La vignetta di copertina realizzata da Altan per il nuovo Robinson (dettaglio)
La storia eravamo noi
Corrado Augias
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di CORRADO AUGIAS
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Tutto è cominciato con la cancellazione della prova scritta all’esame di maturità: agli studenti non è più richiesta la conoscenza storica. “Repubblica” ha chiesto al governo di tornare indietro. Poi glielo hanno chiesto tre intellettuali, poi altri mille. E ora quasi 50 mila cittadini. Lo chiediamo di nuovo
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Poco tempo prima di morire, già molto ammalato, Antonio Gramsci scrisse a suo figlio Delio una breve lettera diventata celebre: "Mi sento un po' stanco e non posso scriverti molto. Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che ti interessa nella scuola. Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono fra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa".
Poche righe che contengono l'elogio della storia ma anche un suo profilo: la storia come catena di eventi con i quali gli uomini migliorano se stessi e la società. Una concezione che i filosofi chiamerebbero teleologica, la storia che si muove verso un fine, guidata dalla provvidenza per i credenti, tesa alla conquis…
Poco tempo prima di morire, già molto ammalato, Antonio Gramsci scrisse a suo figlio Delio una breve lettera diventata celebre: "Mi sento un po' stanco e non posso scriverti molto. Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che ti interessa nella scuola. Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono fra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa".
Poche righe che contengono l'elogio della storia ma anche un suo profilo: la storia come catena di eventi con i quali gli uomini migliorano se stessi e la società. Una concezione che i filosofi chiamerebbero teleologica, la storia che si muove verso un fine, guidata dalla provvidenza per i credenti, tesa alla conquista del potere da parte della classe operaia per i seguaci di Marx. Non credo che siano molti oggi quelli che credono ad una storia come sequenza di eventi in vista di uno scopo finale. L'impressione è che si sia piuttosto toccato l'estremo opposto: trascurarla la storia, in generale il passato, alla luce di un invasivo presente, frenetico e disordinato, che riempie la vita di individui per lo più ignari del passato, disinteressati al futuro.
Eppure, nessuno può negare l'utilità di conoscerlo quel passato: il proprio, quello del proprio paese, del mondo. Non perché la storia insegni ad evitare gli errori, compresi i più grossolani, da questo punto di vista la storia è una povera maestra. Conserva però un'utilità altrettanto illuminante: dare ai fatti una prospettiva, aiutare a capire senso e valore di quanto accade. Alla domanda se bisogna o no praticare la storia, c'è una sola risposta possibile: sì.
La domanda più impegnativa però è quella che segue: come farlo? Si possono dare alcuni esempi. Nel 1966 il pensatore tedesco Hans Magnus Enzensberger pubblicò sul Menabò, rinomata rivista diretta da Elio Vittorini e Italo Calvino, un saggio dal titolo La letteratura come storiografia nel quale venivano messi a confronto un testo dello storico Golo Mann e un brano del romanzo Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin. Entrambi gli scritti si riferivano al drammatico anno 1928 quando si stavano per dischiudere le uova del nazismo; lo storico riferiva dati statistici, il romanziere riferiva gli stessi fatti vissuti, e patiti, da un qualunque abitante della capitale tedesca.
La storia si può guardare da sopra o da sotto. Nel primo caso, fatto di curve e di percentuali, i conti tornano sempre; nel secondo, tessuto da esistenze individuali, quasi mai. Nei due modi di raccontare la storia l'efficacia può essere simile, l'empatia suscitata, il coinvolgimento della coscienza e della memoria del lettore, è invece molto diversa.
Anche nel nostro maggior romanzo storico, I promessi sposi, la terribile epidemia di peste che infierì all'inizio del Seicento sull'Italia settentrionale e su Milano, è raccontata da sopra e da sotto. Manzoni riferisce in che modo il contagio arrivò in città e come si tentò, invano, d'arginarlo; poi però racconta gli aspetti umani del flagello ("Scendeva dalla soglia d'uno di quegli usci...") arriva a fare della peste il fattore risolutivo per lo scioglimento della vicenda con la morte del vilain e le sospirate nozze dei due fidanzati. Si può aggiungere il fortunatissimo romanzo di Elsa Morante La Storia. Anche lì la guerra viene vista dall'alto nelle brevi sintesi dei fatti (1900-1967) in apertura di capitolo, seguono le palpitanti vicende dei vari personaggi.
Nel XX secolo, la scuola francese delle Annales ha elaborato un nuovo modo di guardare alla storia introducendovi le scienze sociali compresa la geografia umana vista in collegamento con la "nuova storia". Da noi, un economista come Carlo M. Cipolla e un sociologo come Pietro Camporesi si sono dedicati alla storia costruendo uno sguardo d'insieme partendo da vicende particolari. Volumi di enorme fascino; per esempio I pidocchi e il Granduca o Vele e cannoni di Cipolla; I balsami di Venere o Il pane selvaggio di Camporesi.
Nelle scuole la storia viene in genere insegnata come una successione un po' meccanica di eventi segnati da nomi e date, pace e guerra, battaglie e trattati. A Parigi, da giovane, ho sperimentato un metodo ancora una volta diverso. Un corso nel quale si partiva dalla legge sulla laicità del 1905, che sancisce in Francia la separazione tra Stato e Chiesa, per ricostruire, a ritroso, il percorso secolare attraverso il quale vi si era arrivati. La coerenza del tema dava risalto alle diverse tappe accrescendone il significato e - in termini didattici - facilitandone la memoria.
La sola cosa che non bisognerebbe fare è guardare alla storia come a una serie di episodi slegati ovvero fatti lontani che hanno poco a che vedere con la nostra vita. Quale che sia il metodo, insegnare storia dovrebbe servire a trasmettere il senso della continuità e del mutamento nel tempo. Come ha scritto Benedetto Croce che di storia è vissuto: "La cultura storica ha il fine di serbare viva la coscienza che la società umana ha del proprio passato, cioè del suo presente, cioè di se stessa".