Tra gli umani sentimenti ingiustamente additati c'è con ogni evidenza l'invidia. Più che un peccato, rappresenta un bivio. Successivo a una consapevolezza, e cioè che l'altro sia più bravo di te. Puoi dolertene, puoi accettarlo. E vivere abbastanza sereno ugualmente. Con uno sprone in più.
Io ero e sono invidioso di Vittorio Zucconi. Della sua qualità di scrittura, della sua leggerezza corposa, del suo approccio laterale al mondo. Uno che stava da Papa a Mosca come a Washington, passando per Milano Marittima, con l'attitudine, col tempo anche fisica, di un Hemingway della tigella al pesto.
In questi giorni maldestri, in cui microbi della Storia come il senatore Pillon hanno inteso riversare la propria miseria su chi ne aveva disvelato, via radio, la rotonda inutilità, molti hanno ricordato l'attitudine a romanzare di Vittorio. Qualcuno, specie i senza talento, con una punta di derisione.
Ma era gente che al bivio di cui sopra aveva preso la strada che porta alla frustrazione. Quelli che, quando muore uno figo, vorrebbero che quei commenti fossero per loro. Né vale citare l'antico adagio giornalistico, inutilmente cinico, secondo cui una bella storia non dovrebbe mai essere rovinata con la verità.
Quella di Zucconi è la verità. La sua. Viva, umanissima. Brillante. Innervata da quella deriva amorosa con la reazione all'imprevisto, lo scatto di reni sul girar di rotative, la notizia da riconoscere al balzo, che solo i giornalisti migliori, cioè gli interpreti più nobili di un mestiere che, nonostante tutto rimane nobile a sua volta, sanno pescare in loro stessi.
Un bel libro parte spesso da un bel titolo. Nella parte fresca del cuscino c'è l'immagine di una requie che ognuno di noi ha cercato almeno una volta nella vita. Leggi quella frase e senti la guancia sulla federa. Così come, nell'incedere delle pagine, immagini la grisaglia di Mike Bongiorno nel casermone in cui abitava il papà di Vittorio, Guglielmo. Vedi il flan di piselli che assaggiava. Immagini la Bianchina su cui il giovane Zucconi si ribalta senza conseguenze, come una Comaneci dell'autoscontro. Vedi, fisicamente, l'aeroplanino di latta fatto coi resti delle bibite lasciate dagli americani in Vietnam, o la vecchietta che spaccia orologi sovietici destinati a fermarsi in un lampo di Perestrojika.
Sei con lui, sei lui. C'è una finitezza ostentata, quasi autoavverante, lungo i capitoli di quello che non è un libro triste. Ma ha il tono malinconico e allegro del bilancio.
C'è una fila di chiuse, come diciamo noi tossici del piombo (da stampa) che valgono il singolo capitolo. Compongono, tutte insieme, quasi una frase di senso compiuto: "Nessuno dovrà mai deporre un santino per un robot". "Se avessi avuto ancora con me il mio vecchio computer, sono sicuro che finalmente avrebbe saputo scrivere un bel racconto". "La rivoluzione non finirà con un'esplosione, ma con un giocattolo". "Era finita la mia giovinezza".
Nell'esegesi postuma da cui le persone realmente ironiche andrebbero esentate per decreto, qualcuno ha inteso divaricare lo Zucconi social, quello radiofonico, il cronista, lo scrittore, come se i primi due rivestissero minor dignità. Le crociate contro l'analfabetismo grillino, i duetti di giornalismo carpiato con Edoardo Buffoni, le sue corrispondenze, questo libro, sono invece tutti figli degli stessi lombi. Quelli di un fuoriclasse.
Narciso, generoso, coraggioso, creativo, entusiasta. Scegliete l'aggettivo che preferite e applicatelo: avrete il "vostro" Vittorio Zucconi. Come lui aveva sempre la sua storia da raccontare.
Qui, ora.
Ancora.
Il libro di Vittorio Zucconi, "Il lato fresco del cuscino", sarà in vendita da domani con Repubblica al prezzo di 9,90 euro più il costo del giornale
Io ero e sono invidioso di Vittorio Zucconi. Della sua qualità di scrittura, della sua leggerezza corposa, del suo approccio laterale al mondo. Uno che stava da Papa a Mosca come a Washington, passando per Milano Marittima, con l'attitudine, col tempo anche fisica, di un Hemingway della tigella al pesto.
In questi giorni maldestri, in cui microbi della Storia come il senatore Pillon hanno inteso riversare la propria miseria su chi ne aveva disvelato, via radio, la rotonda inutilità, molti hanno ricordato l'attitudine a romanzare di Vittorio. Qualcuno, specie i senza talento, con una punta di derisione.
Ma era gente che al bivio di cui sopra aveva preso la strada che porta alla frustrazione. Quelli che, quando muore uno figo, vorrebbero che quei commenti fossero per loro. Né vale citare l'antico adagio giornalistico, inutilmente cinico, secondo cui una bella storia non dovrebbe mai essere rovinata con la verità.
Quella di Zucconi è la verità. La sua. Viva, umanissima. Brillante. Innervata da quella deriva amorosa con la reazione all'imprevisto, lo scatto di reni sul girar di rotative, la notizia da riconoscere al balzo, che solo i giornalisti migliori, cioè gli interpreti più nobili di un mestiere che, nonostante tutto rimane nobile a sua volta, sanno pescare in loro stessi.
Un bel libro parte spesso da un bel titolo. Nella parte fresca del cuscino c'è l'immagine di una requie che ognuno di noi ha cercato almeno una volta nella vita. Leggi quella frase e senti la guancia sulla federa. Così come, nell'incedere delle pagine, immagini la grisaglia di Mike Bongiorno nel casermone in cui abitava il papà di Vittorio, Guglielmo. Vedi il flan di piselli che assaggiava. Immagini la Bianchina su cui il giovane Zucconi si ribalta senza conseguenze, come una Comaneci dell'autoscontro. Vedi, fisicamente, l'aeroplanino di latta fatto coi resti delle bibite lasciate dagli americani in Vietnam, o la vecchietta che spaccia orologi sovietici destinati a fermarsi in un lampo di Perestrojika.
Sei con lui, sei lui. C'è una finitezza ostentata, quasi autoavverante, lungo i capitoli di quello che non è un libro triste. Ma ha il tono malinconico e allegro del bilancio.
C'è una fila di chiuse, come diciamo noi tossici del piombo (da stampa) che valgono il singolo capitolo. Compongono, tutte insieme, quasi una frase di senso compiuto: "Nessuno dovrà mai deporre un santino per un robot". "Se avessi avuto ancora con me il mio vecchio computer, sono sicuro che finalmente avrebbe saputo scrivere un bel racconto". "La rivoluzione non finirà con un'esplosione, ma con un giocattolo". "Era finita la mia giovinezza".
Nell'esegesi postuma da cui le persone realmente ironiche andrebbero esentate per decreto, qualcuno ha inteso divaricare lo Zucconi social, quello radiofonico, il cronista, lo scrittore, come se i primi due rivestissero minor dignità. Le crociate contro l'analfabetismo grillino, i duetti di giornalismo carpiato con Edoardo Buffoni, le sue corrispondenze, questo libro, sono invece tutti figli degli stessi lombi. Quelli di un fuoriclasse.
Narciso, generoso, coraggioso, creativo, entusiasta. Scegliete l'aggettivo che preferite e applicatelo: avrete il "vostro" Vittorio Zucconi. Come lui aveva sempre la sua storia da raccontare.
Qui, ora.
Ancora.
Il libro di Vittorio Zucconi, "Il lato fresco del cuscino", sarà in vendita da domani con Repubblica al prezzo di 9,90 euro più il costo del giornale