Piccoli suicidi tra amici
Stefania Parmeggiani , di STEFANIA PARMEGGIANI“Il respiro del sangue”, il romanzo di Luca D'Andrea, è ambientato in un borgo sud tirolese rinserrato nei suoi segreti e nelle sue menzogne. In un clima alla Stephen King
La narrativa del terrore è un'arte sottile. Gli scrittori che la praticano camminano su una fune tesa nel vuoto. Un passo falso e precipitano nell'orrore o nella repulsione. Non che sia sbagliato: se le luci si spengono e qualcosa con gli artigli ti afferra la spalla oppure qualcosa di viscido ti schizza sul braccio, be' tutto questo fa parte del gioco.
Ma, come scrisse Stephen King in Danse Macabre, un saggio del 1981 ormai diventato cult, il terrore è un'altra cosa: torni a casa e ti accorgi che tutto ciò che possedevi è stato portato via e sostituito da una copia perfetta, le luci si spengono e avverti una presenza dietro di te, ne sei sicuro, la senti, ti volti e non c'è nulla. Questo è il terrore: un dettaglio sbagliato in un ambiente famigliare.
Luca D'Andrea, scrittore bolzanino amatissimo all'estero, fin dal suo primo libro, La sostanza del male, ha passeggiato sulle montagne del Sud Tirolo cercando …
Ma, come scrisse Stephen King in Danse Macabre, un saggio del 1981 ormai diventato cult, il terrore è un'altra cosa: torni a casa e ti accorgi che tutto ciò che possedevi è stato portato via e sostituito da una copia perfetta, le luci si spengono e avverti una presenza dietro di te, ne sei sicuro, la senti, ti volti e non c'è nulla. Questo è il terrore: un dettaglio sbagliato in un ambiente famigliare.
Luca D'Andrea, scrittore bolzanino amatissimo all'estero, fin dal suo primo libro, La sostanza del male, ha passeggiato sulle montagne del Sud Tirolo cercando …
La narrativa del terrore è un'arte sottile. Gli scrittori che la praticano camminano su una fune tesa nel vuoto. Un passo falso e precipitano nell'orrore o nella repulsione. Non che sia sbagliato: se le luci si spengono e qualcosa con gli artigli ti afferra la spalla oppure qualcosa di viscido ti schizza sul braccio, be' tutto questo fa parte del gioco.
Ma, come scrisse Stephen King in Danse Macabre, un saggio del 1981 ormai diventato cult, il terrore è un'altra cosa: torni a casa e ti accorgi che tutto ciò che possedevi è stato portato via e sostituito da una copia perfetta, le luci si spengono e avverti una presenza dietro di te, ne sei sicuro, la senti, ti volti e non c'è nulla. Questo è il terrore: un dettaglio sbagliato in un ambiente famigliare.
Luca D'Andrea, scrittore bolzanino amatissimo all'estero, fin dal suo primo libro, La sostanza del male, ha passeggiato sulle montagne del Sud Tirolo cercando sulla superficie della normalità le crepe da cui fare affiorare il male. E nel suo ultimo romanzo, Il respiro del sangue (Einaudi), dimostra di avere appreso così bene la lezione di King da dilatare, pagina dopo pagina, la sensazione di vuoto che precede l'ignoto. Ogni passo un dettaglio inquietante, una immagine distorta, una sbavatura della realtà che trascina il lettore in un vortice di ansia.
L'inizio è rassicurante: Tony, uno scrittore solitario di romanzi sentimentali, passeggia insieme al suo unico amico, un cane San Bernardo di centodieci chili, lungo una strada di campagna. Ma dopo una pagina le cose si complicano mostrando al lettore che quell'uomo si troverà suo malgrado in mezzo a un sacco di guai.
Una Yamaha sporca di fango scala le marce, piega di lato e si ferma proprio davanti a lui. Una ragazza bionda, esile e furibonda, gli sbatte in faccia una foto che lo ritrae vent'anni prima, sorridente, accanto al cadavere di una donna: la madre della ragazza.
Sybille è una ventenne spericolata, decisa a svelare il mistero che ruota attorno a quella morte anche se tutti, in paese, sostengono che non vi sia nulla da chiarire: un suicidio, punto e basta. E invece, grazie all'aiuto di Tony che vent'anni prima si trovava accanto al cadavere per l'unica inchiesta della sua brevissima carriera da giornalista, Sybille si inoltrerà tra le ombre della piccola comunità di Kreuzwirt. Il paese è la crepa che permette al male di affiorare dalla normalità.
Gli abitanti sono persone diffidenti che coltivano gerani sui terrazzi e menzogne tra le pareti di casa. Dal passato emergono storie di famiglie disfunzionali e violente, abusi emotivi, rabbia e abbandono. C'è una realtà fatta di prostituzione e droga, solitudine e follia, una società rigidamente divisa tra tedeschi e italiani, ma anche orrori e dettagli soprannaturali che trasfigurano il Sud Tirolo in una terra inquietante, lontanissima dalle montagne sagge e idilliache del premio Strega Cognetti.
Il paesaggio, tanto suggestivo quanto indifferente, è attraversato da una figura misteriosa, il Wanderer (viandante in lingua tedesca) davanti a cui tutti si inchinano.
Del resto, che in quell'idillio vi sia qualcosa di spaventoso è chiaro fin dai primi capitoli, quando nell'intreccio cominciano a delinearsi i personaggi principali. Non solo Erika la stramba - così tutti chiamavano da viva la madre di Sybille, continuando a farlo anche dopo la morte, trasformandola in uno dei tanti fantasmi che agitano le fantasie dei bambini - ma anche i suoi vecchi amici: Karin e Martin, i figli gemelli della famiglia più potente del paese, Elisa e Gabriel, due anime fragili destinate alla deriva.
Elisa morirà qualche anno dopo Erika e anche nel suo caso la versione ufficiale sarà quella di una disgrazia. Gabriel riaffiorerà nella storia come un tossico tormentato dagli incubi. La perdita dell'innocenza, i giochi tra bambini nei boschi e tra le mura di una vecchia villa, si intrecciano con simboli misteriosi e con episodi a dir poco inquietanti, che oscillano tra passato e presente costruendo corrispondenze dal sapore soprannaturale.
Un solo esempio: Erika la stramba, ancora bambina, era stata morsa da una volpe rabbiosa, tenendo il segreto per giorni fino a quando un guardiaboschi si era accorto del segno dei denti, dei brividi, della sete e dell'aggressività. Durante una delle sue passeggiate Tony incontra una volpe dai denti aguzzi e coperti di bava, per una frazione di secondo gli occhi dell'animale si trasformano in una voragine, un pozzo nero da cui emerge una figura, Erika la stramba.
Il dettaglio sbagliato che irrompe nella normalità di una passeggiata nei boschi, una smagliatura della realtà che fa percepire al lettore una presenza, il vuoto che si spalanca in attesa dell'ignoto e poi... Niente: basta un latrato del cane perché Tony, e i lettori con lui, tornino alla realtà. D'Andrea cammina sulla fune tesa nel vuoto, a volte si sbilancia contaminando le sue pagine con i toni dell'horror e del visionario, ma non molla mai la presa: è il terrore l'emozione che insegue.
Già ai tempi del suo primo thriller, alcuni recensori avevano evocato Stephen King e il David Lynch di Twin Peaks. Che questi nomi siano nel pantheon di D'Andrea lo conferma Il respiro del sangue. Non solo per i meccanismi narrativi e per le evidenti citazioni (il San Bernardo, la rabbia, i ritornelli crudeli e ossessivi dei bambini, la comunità chiusa nei suoi segreti) - ma anche per quel gusto di cercare le smagliature della realtà e guardare sempre più a fondo negli abissi del male.
Ma, come scrisse Stephen King in Danse Macabre, un saggio del 1981 ormai diventato cult, il terrore è un'altra cosa: torni a casa e ti accorgi che tutto ciò che possedevi è stato portato via e sostituito da una copia perfetta, le luci si spengono e avverti una presenza dietro di te, ne sei sicuro, la senti, ti volti e non c'è nulla. Questo è il terrore: un dettaglio sbagliato in un ambiente famigliare.
Luca D'Andrea, scrittore bolzanino amatissimo all'estero, fin dal suo primo libro, La sostanza del male, ha passeggiato sulle montagne del Sud Tirolo cercando sulla superficie della normalità le crepe da cui fare affiorare il male. E nel suo ultimo romanzo, Il respiro del sangue (Einaudi), dimostra di avere appreso così bene la lezione di King da dilatare, pagina dopo pagina, la sensazione di vuoto che precede l'ignoto. Ogni passo un dettaglio inquietante, una immagine distorta, una sbavatura della realtà che trascina il lettore in un vortice di ansia.
L'inizio è rassicurante: Tony, uno scrittore solitario di romanzi sentimentali, passeggia insieme al suo unico amico, un cane San Bernardo di centodieci chili, lungo una strada di campagna. Ma dopo una pagina le cose si complicano mostrando al lettore che quell'uomo si troverà suo malgrado in mezzo a un sacco di guai.
Una Yamaha sporca di fango scala le marce, piega di lato e si ferma proprio davanti a lui. Una ragazza bionda, esile e furibonda, gli sbatte in faccia una foto che lo ritrae vent'anni prima, sorridente, accanto al cadavere di una donna: la madre della ragazza.
Sybille è una ventenne spericolata, decisa a svelare il mistero che ruota attorno a quella morte anche se tutti, in paese, sostengono che non vi sia nulla da chiarire: un suicidio, punto e basta. E invece, grazie all'aiuto di Tony che vent'anni prima si trovava accanto al cadavere per l'unica inchiesta della sua brevissima carriera da giornalista, Sybille si inoltrerà tra le ombre della piccola comunità di Kreuzwirt. Il paese è la crepa che permette al male di affiorare dalla normalità.
Gli abitanti sono persone diffidenti che coltivano gerani sui terrazzi e menzogne tra le pareti di casa. Dal passato emergono storie di famiglie disfunzionali e violente, abusi emotivi, rabbia e abbandono. C'è una realtà fatta di prostituzione e droga, solitudine e follia, una società rigidamente divisa tra tedeschi e italiani, ma anche orrori e dettagli soprannaturali che trasfigurano il Sud Tirolo in una terra inquietante, lontanissima dalle montagne sagge e idilliache del premio Strega Cognetti.
Il paesaggio, tanto suggestivo quanto indifferente, è attraversato da una figura misteriosa, il Wanderer (viandante in lingua tedesca) davanti a cui tutti si inchinano.
Del resto, che in quell'idillio vi sia qualcosa di spaventoso è chiaro fin dai primi capitoli, quando nell'intreccio cominciano a delinearsi i personaggi principali. Non solo Erika la stramba - così tutti chiamavano da viva la madre di Sybille, continuando a farlo anche dopo la morte, trasformandola in uno dei tanti fantasmi che agitano le fantasie dei bambini - ma anche i suoi vecchi amici: Karin e Martin, i figli gemelli della famiglia più potente del paese, Elisa e Gabriel, due anime fragili destinate alla deriva.
Elisa morirà qualche anno dopo Erika e anche nel suo caso la versione ufficiale sarà quella di una disgrazia. Gabriel riaffiorerà nella storia come un tossico tormentato dagli incubi. La perdita dell'innocenza, i giochi tra bambini nei boschi e tra le mura di una vecchia villa, si intrecciano con simboli misteriosi e con episodi a dir poco inquietanti, che oscillano tra passato e presente costruendo corrispondenze dal sapore soprannaturale.
Un solo esempio: Erika la stramba, ancora bambina, era stata morsa da una volpe rabbiosa, tenendo il segreto per giorni fino a quando un guardiaboschi si era accorto del segno dei denti, dei brividi, della sete e dell'aggressività. Durante una delle sue passeggiate Tony incontra una volpe dai denti aguzzi e coperti di bava, per una frazione di secondo gli occhi dell'animale si trasformano in una voragine, un pozzo nero da cui emerge una figura, Erika la stramba.
Il dettaglio sbagliato che irrompe nella normalità di una passeggiata nei boschi, una smagliatura della realtà che fa percepire al lettore una presenza, il vuoto che si spalanca in attesa dell'ignoto e poi... Niente: basta un latrato del cane perché Tony, e i lettori con lui, tornino alla realtà. D'Andrea cammina sulla fune tesa nel vuoto, a volte si sbilancia contaminando le sue pagine con i toni dell'horror e del visionario, ma non molla mai la presa: è il terrore l'emozione che insegue.
Già ai tempi del suo primo thriller, alcuni recensori avevano evocato Stephen King e il David Lynch di Twin Peaks. Che questi nomi siano nel pantheon di D'Andrea lo conferma Il respiro del sangue. Non solo per i meccanismi narrativi e per le evidenti citazioni (il San Bernardo, la rabbia, i ritornelli crudeli e ossessivi dei bambini, la comunità chiusa nei suoi segreti) - ma anche per quel gusto di cercare le smagliature della realtà e guardare sempre più a fondo negli abissi del male.