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 Lo scrittore 

Don Winslow: confesso, sono il Bardo dei narcos

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Molto Shakespeare, zero serie televisive: l'autore racconta come ha scritto l’ultimo atto della “Trilogia del Cartello"
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E quindi Don Winslow, lei, maestro del romanzo poliziesco e della letteratura narcos, autore dell'attesissimo "Il confine", ultimo capitolo della "Trilogia del Cartello" ora in libreria per Einaudi, davvero non guarda mai le famose serie tv sul traffico di droga tra Messico e Stati Uniti?
"No".

E come mai?
"Non è per disprezzo o spregio. Ci sono due ragioni. Innanzitutto, in questo campo, non voglio essere influenzato da altre opere. E la seconda è che, dopo aver scritto per dieci ore sul narcotraffico, secondo lei io mi metto a guardare una serie tv sullo stesso tema? Gimme a break, ma fatemi il piacere".

Notizia. Anche Don Winslow può stufarsi. In genere non accade mai: una ventina di libri dal 1991, quasi uno all'anno, spesso due scritti contemporaneamente, gli ultimi tutti bestseller mondiali. "Io non mi annoio mai, c'è troppo da dire e raccontare nel mondo", dichiara dallo studio di J…
E quindi Don Winslow, lei, maestro del romanzo poliziesco e della letteratura narcos, autore dell'attesissimo "Il confine", ultimo capitolo della "Trilogia del Cartello" ora in libreria per Einaudi, davvero non guarda mai le famose serie tv sul traffico di droga tra Messico e Stati Uniti?
"No".

E come mai?
"Non è per disprezzo o spregio. Ci sono due ragioni. Innanzitutto, in questo campo, non voglio essere influenzato da altre opere. E la seconda è che, dopo aver scritto per dieci ore sul narcotraffico, secondo lei io mi metto a guardare una serie tv sullo stesso tema? Gimme a break, ma fatemi il piacere".

Notizia. Anche Don Winslow può stufarsi. In genere non accade mai: una ventina di libri dal 1991, quasi uno all'anno, spesso due scritti contemporaneamente, gli ultimi tutti bestseller mondiali. "Io non mi annoio mai, c'è troppo da dire e raccontare nel mondo", dichiara dallo studio di Julian, San Diego, al confine col Messico, il 65enne scrittore americano nato e cresciuto in Rhode Island, Nebraska e a New York, dove ha gestito prima un cinema e poi ha fatto l'investigatore privato - sempre nei cinema - per poi lavorare in Africa (guida safari), Cina (guida trekking) e infine trasferirsi in California, dove vive da quasi trent'anni. "Non mai avuto bisogno di una scrivania", racconta Winslow, "perché ho sempre scritto ovunque, on the road, in hotel, in treno, aereo, in ogni condizione e in ogni momento, quando facevo altri lavori per vivere. Non ho bisogno della stabilità, non ho bisogno della luce a un'inclinazione di 35 gradi per scrivere".

È anche questo il segreto della sua prolificità?
"Non nego che avere una certa stabilità ora mi piace, alla mia età. Ma non è sempre la strada giusta per scrivere un buon libro. Credo che la flessibilità renda più creativi. La routine va benissimo e adesso sono anche più abitudinario che in passato. Ma quando smuovi un po' le acque, la mente apre sempre nuovi canali creativi".

Mai avuto il blocco dello scrittore?
"No, mai. E non ci credo nemmeno. Il blocco dello scrittore è non voler scrivere nemmeno la prima bozza, è come un cavallo che gira intorno a un galoppatoio. Anche per questo scrivo più di un libro contemporaneamente. Così se un giorno non mi sento particolarmente coinvolto in una mia opera  non ne scaglio le bozze contro il muro, ma passo direttamente all'altro libro in costruzione. E poi ci sono troppe cose da fare nella vita, da raccontare. L'unico momento in cui ho avuto delle esitazioni nella scrittura era quando scrivevo di pomeriggio, e non di mattina presto, come faccio sempre adesso: mi veniva tutto una merda".

Quanto affina quello che scrive in prima battuta?
"Moltissimo. La prima bozza per me è simile a una persona che mi insegue. Quindi a un certo punto mi fermo, lo affronto e torno indietro. Così rileggo sempre per dieci, quindici volte quello che ho scritto, ogni giorno. Perché la prima versione è espressione di ciò che sento io. Ma poi, le riletture successive le dedico al lettore, ossia cerco di plasmare la mia scrittura il più vicino possibile a chi legge. Dunque mi chiedo: suona bene? È abbastanza poetico? Ha senso? Capirà chi legge? O resterà confuso? O si annoierà? Ma prima di tutto voglio che il testo suoni bene, e lo leggo decine di volte a voce alta. Oppure, se sono stanco, prendo due o tre pagine e per un quarto d'ora mi concentro solo sui verbi, o soltanto sui nomi, o gli aggettivi. Una cosa evito a prescindere: gli avverbi. Ingolfano la scrittura. Sono inutili".

Lei viene spesso paragonato a un altro scrittore "californiano" come James Ellroy. Ma i vostri stili sono molto diversi. Ellroy ha una scrittura decisamente più tortuosa.
"Anche se ho sempre stimato James e ogni tanto ci parliamo, abbiamo certamente stili differenti. Ellroy è più oggettivo nella narrazione, io più soggettivo. Nella trama Ellroy resta fuori dai personaggi, io tendo a essere più "interno"".

E poi, Winslow, i suoi libri sembrano film scritti.
"Credo che non esista un genere più interconnesso al cinema di quello poliziesco in letteratura. Sono due mondi che si influenzano incredibilmente. E, sì, la sua osservazione è sicuramente giusta. Non a caso, io sono cresciuto nei cinema e col cinema".

Quale film è stato decisivo per lei?
"Il braccio violento della legge, nel 1971, di William Friedkin. Ricordo bene quando all'epoca lo vidi in un cinema di Broadway. Mi sconvolse per la bellezza e la "scrittura cinematografica". Fu allora che decisi di diventare scrittore: ho sempre aspirato di arrivare a quel livello. E poi Serpico e Il Principe della città sono stati evocativi, importanti per me, mi hanno influenzato".

E come?
"Per ogni scrittore della mia generazione, i film, soprattutto questi che ho appena citato, sono stati una grande fonte di ispirazione in quegli anni, vedi le pellicole di Jackie Chan oppure certa New Wave francese, penso a Bande à part di Godard, che mescolano sapientemente il poliziesco ad altri generi o elementi. A volte, quando scrivo, penso proprio a rendere la mia narrazione cinematografica, utilizzando le parole per "girare" un "primo piano", o una "carrellata". Questa connessione tra linguaggi è sempre nella mia testa. E poi il cinema influisce in tanti altri aspetti, come i tempi verbali: nel 1960 il presente in letteratura si diffonde molto anche perché è cinematico, mentre il tempo passato è letterario. Sono il cinema e la televisione che hanno reinventato la narrazione letteraria al tempo presente".

Ridley Scott sta lavorando sul suo "Cartello", anni fa Oliver Stone declinò al cinema il suo "Le belve", però, nonostante la sua scrittura estremamente cinematografica, forse sul grande schermo lei ha ottenuto meno di quanto meritasse, almeno sinora. 
"Io davvero ancora non ho capito come funzioni Hollywood. Ma va bene così". 

Almeno c'è il suo maestro Raymond Chandler. Altra differenza con Ellroy, che invece lo denigra per la sua "inconsistenza". 
"Rispetto il pensiero di James, ma per me Chandler è un dio. Sono stato proprio pochi giorni fa nel suo studio a La Jolla, San Diego, che non è aperto al pubblico: lo considero il mio personale santuario del genere noir".

Ma perché per lei Chandler è come una divinità?
"Perché Chandler per la prima volta ha dimostrato che nel poliziesco ci può essere poesia. Ha elevato tutto il genere a un livello superiore e decisamente diverso. E poi Chandler aveva uno stile inarrivabile, una lingua quasi musicale, scritta così meravigliosamente che quando la leggi sembra un fiato jazz in sottofondo. La mia asticella, anche quando ripasso e correggo ossessivamente i miei scritti, è sempre Chandler, anche se il suo livello è irraggiungibile. Per esempio, prendiamo l'incipit del Lungo addio: "The first time I laid eyes on Terry Lennox he was drunk in a Rolls-Royce Silver Wraith outside the terrace of The Dancers" ("La prima volta che gli misi gli occhi addosso, Terry Lennox era ubriaco a bordo di una Rolls-Royce Silver Wraith, davanti alla terrazza del Dancers"). È perfetto, da ogni punto di vista. Potrei parlare per ore e ore di questa frase davanti a una classe di scrittura creativa. Ma ovviamente non si vive di solo Chandler. I miei maestri sono anche Elmore Leonard, James M. Cain, Charles Wilford, James Crumley, Jim Thompson e Lawrence Block".

Jason Sheenan della radio americana "Npr" ha fatto un paragone secondo me molto calzante. Lei "è un po' uno Shakespeare nei nostri tempi", perché, come il Macbeth per la politica scozzese dell'XI secolo e come l'Enrico VII e VIII per rappresentare la monarchia di secoli fa, per comprendere la guerra della droga basta leggere lei, senza nemmeno passare per le notizie. E poi ci sono altri paralleli con il Bardo, come la centralità del sanguinario. 
"Ammetto che sono cresciuto con Shakespeare. Sin da quando avevo 6-7 anni mi esercitavo a teatro con i suoi capolavori. Successivamente sono venuto a studiare e vivere in Inghilterra, e lì il Bardo ha incarnato definitivamente un'enorme influenza su di me, fino a quest'ultima trilogia del Cartello che dopo Il potere del Cane e il Cartello ora si chiude con Il Confine. Per quest'ultima opera, avevo provato con una struttura a tre atti ma non scorreva. Come Shakespeare, avevo bisogno di cinque atti: come è suddiviso ora il libro, ed è stato perfetto. Ma ci sono altri punti di connessione tra Shakespeare e le mie opere, o il poliziesco in generale".

Per esempio?
"La guerra alla successione di Adán Barrera ricorda il passaggio da Enrico V e Enrico VI in Shakespeare, il vuoto dinastico da colmare, il caos che creano alcuni personaggi letteralmente tragici. Non mi paragono di certo al Bardo, ma certo anche l'aspetto sanguinario è centrale in entrambi, grazie alla violenza secca, netta, anche se in Shakespeare diventa quasi immediatamente poetica. Insomma, il genere poliziesco secondo me è tragicamente ambizioso e si alimenta molto da Shakespeare - che in genere leggo sempre un paio d'ore la domenica - e altri classici".

Quali?
"A parte Shakespeare, fino a venti anni fa circa ignoravo i classici. Ma poi ho iniziato con la tragedia greca, Platone e altri, scoprendo che la "crime fiction" ha molto a che fare con loro. Per esempio, per la redenzione del secondo capitolo di questa mia trilogia, Il cartello, mi sono ispirato direttamente a Moby Dick di Herman Melville". 

Secondo Ellroy, invece, il suo "Il cartello" è il "Guerra e pace" della droga e della battaglia dei narcos.
"È un complimento eccellente, e in un certo senso veritiero perché Guerra e pace allora è stato molto importante per me, ma soprattutto istruttivo nel saper intrecciare micro e macrostrutture della trama: Tolstoj era un maestro proprio nel saper raccontare il microcosmo di due persone che prendono in tè nel mezzo di una battaglia colossale. Ma, più in generale, credo che il genere noir e poliziesco debba molto ai classici, se penso a Chandler e Conan Doyle è automatico legarli a Euripide o Eschilo per le strutture tragiche dei loro testi. Ma anche, andando più avanti con gli anni, per noi romanzieri del genere sono fondamentali Dickens, o il Don Chisciotte di Cervantes, forse il primo scrittore di livello che si concentrò sulle classi minori della società. Il Padrino di Mario Puzo poi diventato il leggendario film di Francis Ford Coppola è una sorta di remake dell'Enrico IV di Shakespeare. Le trame sono incredibilmente simili. Perciò mi dispiace un sacco che sempre meno studenti si iscrivano ai corsi di laurea in letteratura e storia".

Come mai?
"Oramai altri percorsi accademici sono più remunerativi nella società di oggi. Ma così perdiamo un valore immenso. Di questo passo, diventeremo sempre più vuoti e lasceremo ancora più pericolosamente strada a personaggi assurdi e distruttivi come Donald Trump, che oramai può dire qualsiasi cosa senza essere nemmeno contraddetto. Ma sono fiducioso che alle elezioni del 2020 verrà sconfitto. Del resto, neanche il tanto strombazzato muro con il Messico è stato ancora costruito, per esempio".

Intanto però questa trilogia "Il potere del cane" è finita. Già le manca?
"Beh, è passato un anno da quando ho completato Il Confine, anche se sento ancora il suo coinvolgimento. In un certo senso, sì, mi manca, perché scriverne è stato per me una sorpresa e anche un sollievo. Ma ora sto lavorando su altro, ma non posso dire di più al momento".

E le manca anche il grande protagonista della trilogia, il complicatissimo agente della Dea (e non solo) Art Keller?
"Ho passato tanto, forse troppo tempo con lui. E chi lo sa se un giorno tornerà in scena. Art è stato un po' un'ossessione per me, non a caso ancora oggi lo sento intorno a me, oppure a volte lo invoco, anche se la Trilogia del Cartello è giunta a termine. Da un lato voglio bene ad Art, dall'altro non mi piace per il suo rigido assolutismo, la spietatezza, il carattere ossessivo. Come lui, anche io a volte posso essere moralmente davvero granitico, black and white e soprattutto soggiacere all'ombra della colpa, che in due soggetti di estrazione cattolica come me e Keller è decisiva e a volte opprimente".

Anche il muro Usa Messico e il narcotraffico al confine sono una sua ossessione, letteraria e non solo.
"Non a caso questo libro volevo chiamarlo Il Muro. Poi all'ultimo, poco prima che andasse in stampa, ho scelto Il Confine, perché volevo esprimere il concetto non soltanto di barriera fisica, ma soprattutto morale. E cioè il confine tra i nostri istinti migliori e peggiori, una proiezione dei nostri contrasti interiori, il limite tra umanità e disumanità, tra angeli e demoni della nostra natura".

In molti suoi personaggi il bene e il male convivono quasi sempre. Anzi, tante volte coincidono.
"Sì, ma anche in questo sono positivo. Al di là del narcotraffico, per cui tra l'altro la grandissima parte della droga in America entra attraverso la frontiera legale, sulla questione del muro sono sicuro che solo il 10% dei sostenitori di Trump, cioè soltanto i fascisti e i razzisti dei suoi fan, sono d'accordo con la reclusione degli immigrati bambini senza genitori, per esempio. Tutti gli altri, messi di fronte a una simile realtà, mostrerebbero in pratica invece molta più umanità, proprio come accade a chi vive al confine. Qui da noi, con il Messico a poche miglia, in venticinque anni non ho mai visto discriminazioni sociali su base etnica, o uno scontro tra americani bianchi e quelli di origine ispanica o i messicani stessi. Mai. Ciò fa capire la differenza tra chi vive davvero il confine, ogni giorno, e chi invece vuole costruire muri, da Trump all'impiegato repubblicano di Baltimora, ignorando totalmente la realtà sul campo. Anche per questo, educo mio figlio senza predicare, ma mostrandogli tutta la varietà, la gentilezza e la bontà del mondo. Che da qualche parte, anche se nascosta, c'è".