L’ultima sfida per controllare i Beni culturali
Sergio Rizzo , di SERGIO RIZZOUn segretario generale fedelissimo di Di Maio. Un direttore da sempre ostile al nuovo assetto del Mibac. E la Lega esclusa. Ecco che cosa c'è dietro l'attacco alla riforma Franceschini
Eccolo, il nuovo ministro dei Beni culturali: Giovanni Panebianco, finanziere, fino ad agosto dello scorso anno dirigente di seconda fascia alla presidenza del Consiglio, dipartimento politiche antidroga. Nominato allora a sorpresa segretario generale, ha subito assunto il ruolo dell'uomo forte del ministero affidato ad Alberto Bonisoli. Che si è trovato lì quasi per caso, e si vede con chiarezza.
La poltrona dei Beni culturali era destinata senza ombra di dubbio a Vincenzo Spadafora, classe 1974 da Afragola, fedelissimo di Luigi Di Maio. Ma prima che saltasse fuori dal suo passato la storia di un rapporto più che solido con Angelo Balducci, l'ex capo del consiglio superiore dei lavori pubblici condannato in primo grado a sei anni e mezzo per gli appalti dei Grandi eventi gestiti dalla Protezione civile allora di Guido Bertolaso. L'imbarazzo fu risolto con il trasferimento di Spadafora a Palazzo Chigi nelle vesti di sottosegretario alla Presidenza. E …
La poltrona dei Beni culturali era destinata senza ombra di dubbio a Vincenzo Spadafora, classe 1974 da Afragola, fedelissimo di Luigi Di Maio. Ma prima che saltasse fuori dal suo passato la storia di un rapporto più che solido con Angelo Balducci, l'ex capo del consiglio superiore dei lavori pubblici condannato in primo grado a sei anni e mezzo per gli appalti dei Grandi eventi gestiti dalla Protezione civile allora di Guido Bertolaso. L'imbarazzo fu risolto con il trasferimento di Spadafora a Palazzo Chigi nelle vesti di sottosegretario alla Presidenza. E …
Eccolo, il nuovo ministro dei Beni culturali: Giovanni Panebianco, finanziere, fino ad agosto dello scorso anno dirigente di seconda fascia alla presidenza del Consiglio, dipartimento politiche antidroga. Nominato allora a sorpresa segretario generale, ha subito assunto il ruolo dell'uomo forte del ministero affidato ad Alberto Bonisoli. Che si è trovato lì quasi per caso, e si vede con chiarezza.
La poltrona dei Beni culturali era destinata senza ombra di dubbio a Vincenzo Spadafora, classe 1974 da Afragola, fedelissimo di Luigi Di Maio. Ma prima che saltasse fuori dal suo passato la storia di un rapporto più che solido con Angelo Balducci, l'ex capo del consiglio superiore dei lavori pubblici condannato in primo grado a sei anni e mezzo per gli appalti dei Grandi eventi gestiti dalla Protezione civile allora di Guido Bertolaso. L'imbarazzo fu risolto con il trasferimento di Spadafora a Palazzo Chigi nelle vesti di sottosegretario alla Presidenza. E lo sbarco ai Beni culturali di Bonisoli, reduce da una disastrosa performance elettorale.
Di Maio lo candida nel collegio uninominale di Milano centro, dove però non arriva nemmeno al 14 per cento, surclassato non soltanto da Bruno Tabacci, ma anche dalla candidata del centrodestra Cristina Rossello. Uno smacco deprimente. Ma Bonisoli ha dalla sua l'amicizia con Gianroberto Casaleggio, il fondatore insieme a Beppe Grillo del Movimento 5 stelle, e autentico motore politico del medesimo fino alla sua prematura scomparsa. E i sentimenti vanno onorati. Anche se quel posto è troppo importante per relegarlo a una questione sentimentale.
Il piano è chiaro fin dall'inizio. Bonisoli sarà affiancato da un segretario generale al quale verranno dati grandi poteri. Una persona di assoluta fiducia di Di Maio, ma soprattutto di Spadafora. Il nome è Giovanni Panebianco, viene dalla Finanza e ha un curriculum lungo come una quaresima nel quale spunta un incarico alla presidenza del Consiglio dove "ha coordinato la ricognizione dei procedimenti dei Grandi eventi (150 anni unità d'Italia, Mondiali di nuoto...)" nel periodo dal 2008 al 2010. Pieno governo Berlusconi, sono gli anni in cui Balducci per via di quei Grandi eventi è sulla cresta dell'onda.
Ma il vero motivo per cui arriva al ministero dei Beni culturali non si capisce fino a quando, nelle scorse settimane, viene alla luce l'ennesimo progetto di riforma che proietta la figura di Panebianco verso un ruolo di potere assoluto.
L'obiettivo è chiarissimo: smontare pezzo per pezzo la precedente riforma di Dario Franceschini. Che peraltro fin dalla sua concezione aveva scatenato nell'apparato violente reazioni. Fino a determinare nel mondo delle soprintendenze una scuola di pensiero apertamente contraria, il cui esponente di punta può essere considerato il direttore generale Archeologia, arti e paesaggio Gino Famiglietti. Come le due linee di offensiva contro l'eredità di Franceschini si intreccino non è chiaro. Ciò che appare assolutamente chiaro, tuttavia, è che dietro il paravento di una nuova riforma si sviluppa una enorme partita di potere.
In ballo c'è il castello di nomine dei direttori. E pure un sacco di soldi. C'è un miliardo di fondi europei da spendere quanto prima, per non dire del più massiccio piano di messa in sicurezza di tutti i musei: 800 milioni. Tanto basta per dare l'idea della posta in gioco.
C'è da dire che l'operazione è già cominciata con qualche sgradevole incidente di percorso. Nei giorni scorsi Simone Quilici viene nominato da Bonisoli nuovo direttore del parco dell'Appia antica, evidentemente senza sapere che nella riforma che qualcuno ha scritto nella stanza accanto l'autonomia di quel parco, stabilita da Dario Franceschini, viene revocata. Insieme, quindi, alla poltrona del direttore. Costretto ad annullare anche la conferenza stampa di presentazione: che cosa avrebbe presentato?
Ma è revocata anche l'autonomia del Museo etrusco di Villa Giulia, a Roma, della Galleria dell'accademia di Firenze e del Catello Miramare di Trieste. Le proteste fioccano, ma quella del governatore del Friuli-Venezia Giulia Massimiliano Fedriga investe in pieno il ministro attraverso la sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni. Tanto da far svanire la certezza di quel passaggio della riforma e innescare una nuova guerra fra il cerchio magico di Di Maio e la Lega.
Testa d'ariete di Matteo Salvini, nell'occasione, è la ministra della Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno. La riforma del ministero dei Beni culturali gli arriva per le osservazioni qualche giorno fa e lei la demolisce letteralmente.
Il bersaglio sono i poteri, enormi, che verrebbero attribuiti al segretario generale Panebianco, trasformato in questo modo nel capo supremo del ministero. Poteri di "direzione, indirizzo, coordinamento e controllo sui segretari distrettuali del ministero", con la possibilità "di avocare la titolarità di un ufficio dirigenziale generale che risulti vacante". Ma anche il potere sulla "predisposizione delle relazioni alle istituzioni e agli organismi sovranazionali e al parlamento", attività che risulta "esclusivamente in capo al ministro". Quindi poteri sull'attività ispettiva, sui sistemi informativi del ministero, sulla digitalizzazione e sull'anticorruzione. E poteri sulla restituzione dei beni culturali illecitamente esportati, poteri di indirizzo sui finanziamenti dell'Istituto del credito sportivo, poteri sui prestiti dei beni culturali all'estero, poteri sulla comunicazione, poteri sui rapporti con il Quirinale e Palazzo Chigi. Tutti, uno per uno, segnati da Mario Capolupo, il capo del legislativo di Giulia Bongiorno, con la matita blu.
"Possono essere al segretario generale di un ministero", scrive, "esclusivamente compiti di coordinamento dell'azione amministrativa, senza alcuna impropria attribuzione delle prerogative del vertice politico, né delle funzioni dei direttori generali". Aggiungendo che la riforma trasferisce in questo modo al medesimo segretario generale prerogative tipiche del ministro. Il quale, di fronte a una simile spoliazione, non ha però mosso un dito.
La controffensiva leghista, insomma, è pesante. Così pesante da mettere in discussione il disegno di potere che si delinea dietro la riforma. Che dovrebbe avere il via libera del Consiglio dei ministri quanto prima, per evitare complicazioni.
Ed è certo nel tentativo di placare l'ira fedrighiana, e di conseguenza salviniana, che ha preso a girare la voce di una marcia indietro sull'autonomia del Castello di Miramare. In compenso, però, salterebbe l'autonomia del Museo della civiltà romana: chissà in base a quale criterio. Ma forse, è la spiegazione più semplice, non c'è nessun criterio.
La poltrona dei Beni culturali era destinata senza ombra di dubbio a Vincenzo Spadafora, classe 1974 da Afragola, fedelissimo di Luigi Di Maio. Ma prima che saltasse fuori dal suo passato la storia di un rapporto più che solido con Angelo Balducci, l'ex capo del consiglio superiore dei lavori pubblici condannato in primo grado a sei anni e mezzo per gli appalti dei Grandi eventi gestiti dalla Protezione civile allora di Guido Bertolaso. L'imbarazzo fu risolto con il trasferimento di Spadafora a Palazzo Chigi nelle vesti di sottosegretario alla Presidenza. E lo sbarco ai Beni culturali di Bonisoli, reduce da una disastrosa performance elettorale.
Di Maio lo candida nel collegio uninominale di Milano centro, dove però non arriva nemmeno al 14 per cento, surclassato non soltanto da Bruno Tabacci, ma anche dalla candidata del centrodestra Cristina Rossello. Uno smacco deprimente. Ma Bonisoli ha dalla sua l'amicizia con Gianroberto Casaleggio, il fondatore insieme a Beppe Grillo del Movimento 5 stelle, e autentico motore politico del medesimo fino alla sua prematura scomparsa. E i sentimenti vanno onorati. Anche se quel posto è troppo importante per relegarlo a una questione sentimentale.
Il piano è chiaro fin dall'inizio. Bonisoli sarà affiancato da un segretario generale al quale verranno dati grandi poteri. Una persona di assoluta fiducia di Di Maio, ma soprattutto di Spadafora. Il nome è Giovanni Panebianco, viene dalla Finanza e ha un curriculum lungo come una quaresima nel quale spunta un incarico alla presidenza del Consiglio dove "ha coordinato la ricognizione dei procedimenti dei Grandi eventi (150 anni unità d'Italia, Mondiali di nuoto...)" nel periodo dal 2008 al 2010. Pieno governo Berlusconi, sono gli anni in cui Balducci per via di quei Grandi eventi è sulla cresta dell'onda.
Ma il vero motivo per cui arriva al ministero dei Beni culturali non si capisce fino a quando, nelle scorse settimane, viene alla luce l'ennesimo progetto di riforma che proietta la figura di Panebianco verso un ruolo di potere assoluto.
L'obiettivo è chiarissimo: smontare pezzo per pezzo la precedente riforma di Dario Franceschini. Che peraltro fin dalla sua concezione aveva scatenato nell'apparato violente reazioni. Fino a determinare nel mondo delle soprintendenze una scuola di pensiero apertamente contraria, il cui esponente di punta può essere considerato il direttore generale Archeologia, arti e paesaggio Gino Famiglietti. Come le due linee di offensiva contro l'eredità di Franceschini si intreccino non è chiaro. Ciò che appare assolutamente chiaro, tuttavia, è che dietro il paravento di una nuova riforma si sviluppa una enorme partita di potere.
In ballo c'è il castello di nomine dei direttori. E pure un sacco di soldi. C'è un miliardo di fondi europei da spendere quanto prima, per non dire del più massiccio piano di messa in sicurezza di tutti i musei: 800 milioni. Tanto basta per dare l'idea della posta in gioco.
C'è da dire che l'operazione è già cominciata con qualche sgradevole incidente di percorso. Nei giorni scorsi Simone Quilici viene nominato da Bonisoli nuovo direttore del parco dell'Appia antica, evidentemente senza sapere che nella riforma che qualcuno ha scritto nella stanza accanto l'autonomia di quel parco, stabilita da Dario Franceschini, viene revocata. Insieme, quindi, alla poltrona del direttore. Costretto ad annullare anche la conferenza stampa di presentazione: che cosa avrebbe presentato?
Ma è revocata anche l'autonomia del Museo etrusco di Villa Giulia, a Roma, della Galleria dell'accademia di Firenze e del Catello Miramare di Trieste. Le proteste fioccano, ma quella del governatore del Friuli-Venezia Giulia Massimiliano Fedriga investe in pieno il ministro attraverso la sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni. Tanto da far svanire la certezza di quel passaggio della riforma e innescare una nuova guerra fra il cerchio magico di Di Maio e la Lega.
Testa d'ariete di Matteo Salvini, nell'occasione, è la ministra della Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno. La riforma del ministero dei Beni culturali gli arriva per le osservazioni qualche giorno fa e lei la demolisce letteralmente.
Il bersaglio sono i poteri, enormi, che verrebbero attribuiti al segretario generale Panebianco, trasformato in questo modo nel capo supremo del ministero. Poteri di "direzione, indirizzo, coordinamento e controllo sui segretari distrettuali del ministero", con la possibilità "di avocare la titolarità di un ufficio dirigenziale generale che risulti vacante". Ma anche il potere sulla "predisposizione delle relazioni alle istituzioni e agli organismi sovranazionali e al parlamento", attività che risulta "esclusivamente in capo al ministro". Quindi poteri sull'attività ispettiva, sui sistemi informativi del ministero, sulla digitalizzazione e sull'anticorruzione. E poteri sulla restituzione dei beni culturali illecitamente esportati, poteri di indirizzo sui finanziamenti dell'Istituto del credito sportivo, poteri sui prestiti dei beni culturali all'estero, poteri sulla comunicazione, poteri sui rapporti con il Quirinale e Palazzo Chigi. Tutti, uno per uno, segnati da Mario Capolupo, il capo del legislativo di Giulia Bongiorno, con la matita blu.
"Possono essere al segretario generale di un ministero", scrive, "esclusivamente compiti di coordinamento dell'azione amministrativa, senza alcuna impropria attribuzione delle prerogative del vertice politico, né delle funzioni dei direttori generali". Aggiungendo che la riforma trasferisce in questo modo al medesimo segretario generale prerogative tipiche del ministro. Il quale, di fronte a una simile spoliazione, non ha però mosso un dito.
La controffensiva leghista, insomma, è pesante. Così pesante da mettere in discussione il disegno di potere che si delinea dietro la riforma. Che dovrebbe avere il via libera del Consiglio dei ministri quanto prima, per evitare complicazioni.
Ed è certo nel tentativo di placare l'ira fedrighiana, e di conseguenza salviniana, che ha preso a girare la voce di una marcia indietro sull'autonomia del Castello di Miramare. In compenso, però, salterebbe l'autonomia del Museo della civiltà romana: chissà in base a quale criterio. Ma forse, è la spiegazione più semplice, non c'è nessun criterio.