Il tesoro segreto di Palazzo Pallavicino
Dario Pappalardo , dal nostro inviato DARIO PAPPALARDOVisita in anteprima a uno dei monumenti più ricchi di storia e di arte della città ligure, che a breve aprirà le porte al pubblico. Il direttore del progetto Vittorio Sgarbi: “In programma mostre e borse di studio”
Genova. La fila di turisti giapponesi che da via Garibaldi sbuca su piazza delle Fontane Marose dà un'occhiata distratta: nessuno fotografa la facciata cinquecentesca affrescata. Sulla loro mappa, Palazzo Pallavicino non c'è. Nemmeno la guida turistica che li accompagna con l'ombrellino si sofferma. Scarne le notizie sul web. Da adesso bisognerà rimediare perché questo edificio di quattro piani, che nasconde una serie di tesori e un giardino segreto, apre ufficialmente al pubblico. A sei giorni dall'esplosione che ha buttato giù definitivamente il ponte Morandi, Genova riscopre uno spazio storico. Rubens lo aveva scelto tra le dodici costruzioni genovesi considerate modelli architettonici esemplari e disegnato in un suo libro. Era l'anno del Signore 1622.
La casa dei Pallavicino, famiglia che risale al 1000 e che ha dato alla città tre dogi della Repubblica, diventa una Fondazione che viene presentata oggi: dall'…
La casa dei Pallavicino, famiglia che risale al 1000 e che ha dato alla città tre dogi della Repubblica, diventa una Fondazione che viene presentata oggi: dall'…
Genova. La fila di turisti giapponesi che da via Garibaldi sbuca su piazza delle Fontane Marose dà un'occhiata distratta: nessuno fotografa la facciata cinquecentesca affrescata. Sulla loro mappa, Palazzo Pallavicino non c'è. Nemmeno la guida turistica che li accompagna con l'ombrellino si sofferma. Scarne le notizie sul web. Da adesso bisognerà rimediare perché questo edificio di quattro piani, che nasconde una serie di tesori e un giardino segreto, apre ufficialmente al pubblico. A sei giorni dall'esplosione che ha buttato giù definitivamente il ponte Morandi, Genova riscopre uno spazio storico. Rubens lo aveva scelto tra le dodici costruzioni genovesi considerate modelli architettonici esemplari e disegnato in un suo libro. Era l'anno del Signore 1622.
La casa dei Pallavicino, famiglia che risale al 1000 e che ha dato alla città tre dogi della Repubblica, diventa una Fondazione che viene presentata oggi: dall'autunno sarà possibile entrare nella dimora a numero chiuso, varcando l'atrio con la grande battaglia sulla volta e le scene dell'Antico Testamento dipinte dal manierista Pantaleo Calvi, le sculture neoclassiche di Elena e Paride, l'Antinoo nella nicchia frontale e alcuni busti della dinastia schierati ai lati dell'ingresso. La volontà di mostrare la proprietà ai visitatori è dell'ultimo discendente: Domenico Pallavicino, nato nel 1944, che non ha eredi diretti. "Il principe ha piacere che i suoi ospiti vengano accolti al meglio", dicono al palazzo, aprendo le porte in anteprima a Repubblica e accendendo i ventilatori.
Ma il "principe", come tutti lo chiamano qui, non si fa vedere, occupa le stanze del terzo piano rimaste inaccessibili come la sua biblioteca. "È in giro da qualche parte, è molto schivo", spiega la sua assistente Tiphaine Grego, che è anche segretaria della neonata fondazione con direttore scientifico Vittorio Sgarbi.
Nelle numerose fotografie esposte in giro, il signore del castello ha occhi alla Buster Keaton, che si ritrovano uguali in un ritratto del suo antenato, il doge Alerame Maria Pallavicino, immortalato da Anton von Maron su una grande tela del 1790. Di lui si sa poco, pare che sia un grande esperto di storia, protocollo, tradizioni diplomatiche, ma anche di oroscopi e ufologia. Nelle cornici d'argento sparse sui mobili si affacciano spesso i volti da copertina dei Grimaldi di Monaco: Caroline, Alberto II e signora il giorno delle nozze. Nella cappella privata, spiccano gli scatti con Ranieri III e Grace Kelly: Pallavicino è console generale del Principato a Genova e non sembra prendere il ruolo alla leggera. "Nella galleria dei quadri, invece, veniva ricevuta la principessa Margaret d'Inghilterra, grande amica del principe". Che il palazzo non fosse frequentato esattamente dagli ultimi della Terra nemmeno nei secoli scorsi lo certificano altri indizi: alla fine del primo scalone, il Filippo IV di Spagna in posa, che sembra dipinto da un epigono di Velázquez, e poi la scritta incisa sul davanzale della sala da ballo che ricorda quando, il 13 settembre 1892, si affacciarono da qui, salutando la folla plaudente, Umberto I e la regina Margherita. Quel giorno non dovevano esserci anarchici nei paraggi.
A Palazzo è un tutto un fermento. Si provano le 42 luci del lampadario di cristallo tra i più grandi di Genova. Si spolverano gli arazzi appartenuti ad Andrea Doria. Nella sala da pranzo, si fa spazio al buffet inaugurale previsto per oggi con lo chef Gianfranco Vissani. In un salotto meno ampio, si fa per dire, sono custoditi 12 dipinti della collezione usciti dal caveau per l'occasione. Perché, se si guarda bene, alle pareti sono appese soltanto riproduzioni. Le "visite" che altre dimore storiche genovesi hanno ricevuto in tempi recenti sconsigliano di esporre tutti e 300 i quadri originali della raccolta di famiglia. Ma con la nuova attività della Fondazione i dipinti "veri" rientreranno a rotazione, allestiti al secondo piano. Come assaggio sono arrivate alcune opere di Bernardo Strozzi, il pittore seicentesco che, più di tutti a Genova, si lasciò influenzare dalla lezione di Caravaggio. Lo dimostra qui il Giuseppe spiega i sogni, messo accanto ai due ritratti di Domenico II Pallavicino e Agnese Cattaneo con la figlia Guendalina, firmati all'inizio del Novecento da Vittorio Corcos.
Ma la collezione comprende anche Luca Giordano, Guercino, Rubens, Giulio Romano, Van Dyck, tanta pittura fiamminga: si tratta di quadri sconosciuti al pubblico e mai concessi in prestito. "Per me, da ragazzo, questo posto era un miraggio. Avevo 25 anni quando Pallavicino mi accolse e mi fece vedere la sua collezione", ricorda Sgarbi. "Non ci teneva a mostrarla al mondo. Poi, un paio di anni fa, mi cercò per parlarmi del progetto della Fondazione e chiedermi di fare da direttore scientifico. Chiudere la dinastia aprendosi alla città è il miglior destino possibile. Dopo la tragedia del ponte Morandi, l'apertura di Palazzo Pallavicino ha un valore simbolico positivo. Genova è una capitale sorprendente, ma i suoi musei sono trascurati dal grande pubblico. Con la Fondazione vogliamo sostenere l'arte e la storia genovese con mostre, conferenze e borse di studio".
Al pianoterra, inoltrandosi in una serie di passaggi, scale e ammezzati, si scoprono i faldoni con i documenti di famiglia, catalogati come in un archivio di Stato. "Il principe vuole lasciare tutto in ordine", dicono qui. I turisti giapponesi, prima o poi, arriveranno.
La casa dei Pallavicino, famiglia che risale al 1000 e che ha dato alla città tre dogi della Repubblica, diventa una Fondazione che viene presentata oggi: dall'autunno sarà possibile entrare nella dimora a numero chiuso, varcando l'atrio con la grande battaglia sulla volta e le scene dell'Antico Testamento dipinte dal manierista Pantaleo Calvi, le sculture neoclassiche di Elena e Paride, l'Antinoo nella nicchia frontale e alcuni busti della dinastia schierati ai lati dell'ingresso. La volontà di mostrare la proprietà ai visitatori è dell'ultimo discendente: Domenico Pallavicino, nato nel 1944, che non ha eredi diretti. "Il principe ha piacere che i suoi ospiti vengano accolti al meglio", dicono al palazzo, aprendo le porte in anteprima a Repubblica e accendendo i ventilatori.
Ma il "principe", come tutti lo chiamano qui, non si fa vedere, occupa le stanze del terzo piano rimaste inaccessibili come la sua biblioteca. "È in giro da qualche parte, è molto schivo", spiega la sua assistente Tiphaine Grego, che è anche segretaria della neonata fondazione con direttore scientifico Vittorio Sgarbi.
Nelle numerose fotografie esposte in giro, il signore del castello ha occhi alla Buster Keaton, che si ritrovano uguali in un ritratto del suo antenato, il doge Alerame Maria Pallavicino, immortalato da Anton von Maron su una grande tela del 1790. Di lui si sa poco, pare che sia un grande esperto di storia, protocollo, tradizioni diplomatiche, ma anche di oroscopi e ufologia. Nelle cornici d'argento sparse sui mobili si affacciano spesso i volti da copertina dei Grimaldi di Monaco: Caroline, Alberto II e signora il giorno delle nozze. Nella cappella privata, spiccano gli scatti con Ranieri III e Grace Kelly: Pallavicino è console generale del Principato a Genova e non sembra prendere il ruolo alla leggera. "Nella galleria dei quadri, invece, veniva ricevuta la principessa Margaret d'Inghilterra, grande amica del principe". Che il palazzo non fosse frequentato esattamente dagli ultimi della Terra nemmeno nei secoli scorsi lo certificano altri indizi: alla fine del primo scalone, il Filippo IV di Spagna in posa, che sembra dipinto da un epigono di Velázquez, e poi la scritta incisa sul davanzale della sala da ballo che ricorda quando, il 13 settembre 1892, si affacciarono da qui, salutando la folla plaudente, Umberto I e la regina Margherita. Quel giorno non dovevano esserci anarchici nei paraggi.
A Palazzo è un tutto un fermento. Si provano le 42 luci del lampadario di cristallo tra i più grandi di Genova. Si spolverano gli arazzi appartenuti ad Andrea Doria. Nella sala da pranzo, si fa spazio al buffet inaugurale previsto per oggi con lo chef Gianfranco Vissani. In un salotto meno ampio, si fa per dire, sono custoditi 12 dipinti della collezione usciti dal caveau per l'occasione. Perché, se si guarda bene, alle pareti sono appese soltanto riproduzioni. Le "visite" che altre dimore storiche genovesi hanno ricevuto in tempi recenti sconsigliano di esporre tutti e 300 i quadri originali della raccolta di famiglia. Ma con la nuova attività della Fondazione i dipinti "veri" rientreranno a rotazione, allestiti al secondo piano. Come assaggio sono arrivate alcune opere di Bernardo Strozzi, il pittore seicentesco che, più di tutti a Genova, si lasciò influenzare dalla lezione di Caravaggio. Lo dimostra qui il Giuseppe spiega i sogni, messo accanto ai due ritratti di Domenico II Pallavicino e Agnese Cattaneo con la figlia Guendalina, firmati all'inizio del Novecento da Vittorio Corcos.
Ma la collezione comprende anche Luca Giordano, Guercino, Rubens, Giulio Romano, Van Dyck, tanta pittura fiamminga: si tratta di quadri sconosciuti al pubblico e mai concessi in prestito. "Per me, da ragazzo, questo posto era un miraggio. Avevo 25 anni quando Pallavicino mi accolse e mi fece vedere la sua collezione", ricorda Sgarbi. "Non ci teneva a mostrarla al mondo. Poi, un paio di anni fa, mi cercò per parlarmi del progetto della Fondazione e chiedermi di fare da direttore scientifico. Chiudere la dinastia aprendosi alla città è il miglior destino possibile. Dopo la tragedia del ponte Morandi, l'apertura di Palazzo Pallavicino ha un valore simbolico positivo. Genova è una capitale sorprendente, ma i suoi musei sono trascurati dal grande pubblico. Con la Fondazione vogliamo sostenere l'arte e la storia genovese con mostre, conferenze e borse di studio".
Al pianoterra, inoltrandosi in una serie di passaggi, scale e ammezzati, si scoprono i faldoni con i documenti di famiglia, catalogati come in un archivio di Stato. "Il principe vuole lasciare tutto in ordine", dicono qui. I turisti giapponesi, prima o poi, arriveranno.