Stefania Auci: la Sicilia di Camilleri? È sempre “fimmina”
Stefania Auci , di STEFANIA AUCILe donne e il modo di raccontare il sesso. Un’arte discreta e sottovalutata, che però è uno dei segreti del successo dei libri dello scrittore scomparso
Da siciliana, la mia riconoscenza verso Camilleri prende una forma probabilmente diversa - e probabilmente più personale - di quella che gli stanno riservando i lettori del "resto del mondo". È riconoscenza mista a rimpianto e a un cocente senso di perdita. Appena saputa la notizia, sono andata alla mia libreria, la Modusvivendi, per prendere il suo Cuoco dell'Alcyon, acquisto che avevo rimandato forse anche per scaramanzia. Speravo che lui potesse fare ancora una volta uno sbuffo di fumo in faccia alla morte. Purtroppo, non è andata così. Ci rimangono i suoi libri, tanti, a parlare per lui. A parlare con noi e per noi e a raccontarci, con il puro piacere del cunto, storie fatte di una lingua sapida e rotonda, che descrivono l'animo umano e quello siciliano in particolare.
Non lo ringrazierò mai abbastanza per aver narrato di una Sicilia che con la mafia ha sì un poco a che fare, ma non troppo. Poi aver raccontato così…
Non lo ringrazierò mai abbastanza per aver narrato di una Sicilia che con la mafia ha sì un poco a che fare, ma non troppo. Poi aver raccontato così…
Da siciliana, la mia riconoscenza verso Camilleri prende una forma probabilmente diversa - e probabilmente più personale - di quella che gli stanno riservando i lettori del "resto del mondo". È riconoscenza mista a rimpianto e a un cocente senso di perdita. Appena saputa la notizia, sono andata alla mia libreria, la Modusvivendi, per prendere il suo Cuoco dell'Alcyon, acquisto che avevo rimandato forse anche per scaramanzia. Speravo che lui potesse fare ancora una volta uno sbuffo di fumo in faccia alla morte. Purtroppo, non è andata così. Ci rimangono i suoi libri, tanti, a parlare per lui. A parlare con noi e per noi e a raccontarci, con il puro piacere del cunto, storie fatte di una lingua sapida e rotonda, che descrivono l'animo umano e quello siciliano in particolare.
Non lo ringrazierò mai abbastanza per aver narrato di una Sicilia che con la mafia ha sì un poco a che fare, ma non troppo. Poi aver raccontato così bene noi, la sua gente, che vive fedele al motto: "A 'megghiu parola è chidda chi nun si dice" (la parola migliore è quella che non si dice), salvo poi negarlo drasticamente quando conviene. E ancora per aver restituito alla Sicilia quell'ironia e quella capacità di saper attendere che passi la tempesta che le appartengono e troppo spesso vengono dimenticate. Ma soprattutto per aver parlato della Sicilia in una maniera meravigliosamente sensuale. Carnale.
Già: per il Maestro, la Sicilia è "fimmina". Femminilità piena, voluttuosa. E "fimmine", non semplicemente donne, sono le figure femminili che hanno riempito i suoi libri e animato l'immaginario collettivo prima dei lettori e poi degli spettatori. A cominciare da Livia e Ingrid, le due figure femminili più importanti della serie di Montalbano, così diverse tra loro da sembrare opposte, senza dimenticare le altre, dalle vittime alle assassine: tutte donne dai colori accesi e dagli occhi ardenti. "Acque chiare, invitanti, all'apparenza per niente perigliose. Però attento, Montalbano, sutta, ammucciati, ci sono probabilmente grovigli di alghe giganti dai quali non arriniscirai mai cchiù a tirare fora i pedi". Così scrive di Michela, una delle protagoniste de La luna di carta. E si potrebbe dire lo stesso di tutte le altre. Le donne di Camilleri sono portatrici di un fascino dalla valenza quasi sacra, di una bellezza non necessariamente legata all'apparenza fisica e che spesso parla di vissuti forti o per lo meno non convenzionali. Penso a Ntontò de La stagione della caccia: a prima vista dimessa e remissiva, salvo rivelare poi, in confessione allo scandalizzato parroco, la sua ricerca del piacere in solitaria.
Se devo pensare a un aggettivo che le riassuma tutte, me ne viene in mente solo uno: lussureggianti. La loro sensualità può essere sfacciata o nascosta, repressa o esibita, ma è sempre intimamente viva, coraggiosa, potente. Le "fimmine" di Camilleri sono donne che non hanno paura degli uomini perché si portano così tanta forza vitale dentro che nessun uomo potrà mai essere alla loro altezza, nella vita come nella morte. Non importa l'età o la condizione sociale. Indipendentemente dall'età, dalla famiglia di provenienza, dalle vicende che le vedono protagoniste, loro "sono".
E questa concezione così vitale della femminilità il Maestro l'ha portata anche nelle scene di sesso. Mai volgare, mai caricato, il sesso è raccontato nei suoi romanzi in poche righe, con un tono sincero, a tratti persino pudico in un mondo in cui l'esibizione sguaiata del corpo è diventata la normalità. Ma non è un sesso freddo. Anche nelle scene più dure, come accade ne La danza del gabbiano, o in quelle di pura seduzione, come ne Il sorriso di Angelica, il sesso è celebrazione della vita. È vero, reale e realistico. È disìo e incantu. È un guardare e non toccare che emoziona e porta in una dimensione di luce e d'ombra, di carezze e di carne nuda, di lino e di stanze polverose, che finisce in una dissolvenza e lascia un sospiro a metà strada nel petto del lettore.
Ma Camilleri sapeva bene un'altra cosa del sesso e cioè che è (anche) una faccenda di potere. Per questo lo usava con estrema attenzione, non solo per far procedere la storia, ma soprattutto per raccontare i legami e svelare, in una sola frase, a chi fosse stato assegnato il ruolo predominante. E ciò non soltanto nei rapporti tra maschi e femmine, come dimostra la triste vicenda raccontata ne La forma dell'acqua. Ecco: la sua capacità di mettere la parola giusta al posto giusto, di descrivere in modo credibile una scena d'amore con poche frasi (compito impervio per chiunque ci abbia mai provato), di rispettare sempre l'intimità dei suoi personaggi sono alcune delle (numerose) prove della sua grandezza. Tanto inconfutabili quanto semplici, di quella semplicità profonda che lo ha reso unico. E santa pazienza se viene definito nazional popolare, se i suoi intrecci vengono considerati banali, i personaggi stereotipati e i luoghi immagini da cartolina. Anche Dickens era considerato tale. Anche Dumas.
Se, come dice Keats, "l'eccellenza dell'arte consiste nell'intensità" è facile vedere come, in Camilleri, tutto sia intensità e passione e come la passione diventi festa dei sensi. La sua scrittura, le sue storie celebrano la vita che passa attraverso il cibo per sconfinare nei letti, passando lieve su una terra luminosa, calda come la Sicilia, così simile al corpo di una donna che solo lui è riuscito a descrivere conservandone il mistero e la magia.
Questo articolo è tratto dal numero speciale di Robinson dedicato ad Andrea Camilleri, in edicola da sabato 20 luglio
Non lo ringrazierò mai abbastanza per aver narrato di una Sicilia che con la mafia ha sì un poco a che fare, ma non troppo. Poi aver raccontato così bene noi, la sua gente, che vive fedele al motto: "A 'megghiu parola è chidda chi nun si dice" (la parola migliore è quella che non si dice), salvo poi negarlo drasticamente quando conviene. E ancora per aver restituito alla Sicilia quell'ironia e quella capacità di saper attendere che passi la tempesta che le appartengono e troppo spesso vengono dimenticate. Ma soprattutto per aver parlato della Sicilia in una maniera meravigliosamente sensuale. Carnale.
Già: per il Maestro, la Sicilia è "fimmina". Femminilità piena, voluttuosa. E "fimmine", non semplicemente donne, sono le figure femminili che hanno riempito i suoi libri e animato l'immaginario collettivo prima dei lettori e poi degli spettatori. A cominciare da Livia e Ingrid, le due figure femminili più importanti della serie di Montalbano, così diverse tra loro da sembrare opposte, senza dimenticare le altre, dalle vittime alle assassine: tutte donne dai colori accesi e dagli occhi ardenti. "Acque chiare, invitanti, all'apparenza per niente perigliose. Però attento, Montalbano, sutta, ammucciati, ci sono probabilmente grovigli di alghe giganti dai quali non arriniscirai mai cchiù a tirare fora i pedi". Così scrive di Michela, una delle protagoniste de La luna di carta. E si potrebbe dire lo stesso di tutte le altre. Le donne di Camilleri sono portatrici di un fascino dalla valenza quasi sacra, di una bellezza non necessariamente legata all'apparenza fisica e che spesso parla di vissuti forti o per lo meno non convenzionali. Penso a Ntontò de La stagione della caccia: a prima vista dimessa e remissiva, salvo rivelare poi, in confessione allo scandalizzato parroco, la sua ricerca del piacere in solitaria.
Se devo pensare a un aggettivo che le riassuma tutte, me ne viene in mente solo uno: lussureggianti. La loro sensualità può essere sfacciata o nascosta, repressa o esibita, ma è sempre intimamente viva, coraggiosa, potente. Le "fimmine" di Camilleri sono donne che non hanno paura degli uomini perché si portano così tanta forza vitale dentro che nessun uomo potrà mai essere alla loro altezza, nella vita come nella morte. Non importa l'età o la condizione sociale. Indipendentemente dall'età, dalla famiglia di provenienza, dalle vicende che le vedono protagoniste, loro "sono".
E questa concezione così vitale della femminilità il Maestro l'ha portata anche nelle scene di sesso. Mai volgare, mai caricato, il sesso è raccontato nei suoi romanzi in poche righe, con un tono sincero, a tratti persino pudico in un mondo in cui l'esibizione sguaiata del corpo è diventata la normalità. Ma non è un sesso freddo. Anche nelle scene più dure, come accade ne La danza del gabbiano, o in quelle di pura seduzione, come ne Il sorriso di Angelica, il sesso è celebrazione della vita. È vero, reale e realistico. È disìo e incantu. È un guardare e non toccare che emoziona e porta in una dimensione di luce e d'ombra, di carezze e di carne nuda, di lino e di stanze polverose, che finisce in una dissolvenza e lascia un sospiro a metà strada nel petto del lettore.
Ma Camilleri sapeva bene un'altra cosa del sesso e cioè che è (anche) una faccenda di potere. Per questo lo usava con estrema attenzione, non solo per far procedere la storia, ma soprattutto per raccontare i legami e svelare, in una sola frase, a chi fosse stato assegnato il ruolo predominante. E ciò non soltanto nei rapporti tra maschi e femmine, come dimostra la triste vicenda raccontata ne La forma dell'acqua. Ecco: la sua capacità di mettere la parola giusta al posto giusto, di descrivere in modo credibile una scena d'amore con poche frasi (compito impervio per chiunque ci abbia mai provato), di rispettare sempre l'intimità dei suoi personaggi sono alcune delle (numerose) prove della sua grandezza. Tanto inconfutabili quanto semplici, di quella semplicità profonda che lo ha reso unico. E santa pazienza se viene definito nazional popolare, se i suoi intrecci vengono considerati banali, i personaggi stereotipati e i luoghi immagini da cartolina. Anche Dickens era considerato tale. Anche Dumas.
Se, come dice Keats, "l'eccellenza dell'arte consiste nell'intensità" è facile vedere come, in Camilleri, tutto sia intensità e passione e come la passione diventi festa dei sensi. La sua scrittura, le sue storie celebrano la vita che passa attraverso il cibo per sconfinare nei letti, passando lieve su una terra luminosa, calda come la Sicilia, così simile al corpo di una donna che solo lui è riuscito a descrivere conservandone il mistero e la magia.
Questo articolo è tratto dal numero speciale di Robinson dedicato ad Andrea Camilleri, in edicola da sabato 20 luglio