✕

Ascoltare è meglio che leggere

Ascolta l'audio

Non solo chi è affetto da disabilità, ma tutti possono apprezzare di più un romanzo se letto ad alta voce. Ecco il perché di un successo
4 minuti di lettura
La retorica sulla disabilità sostiene che chi è afflitto da un handicap viene "risarcito" dal maggiore sviluppo di un altro senso o di un'altra facoltà. La mia esperienza non conferma questa ipotesi, ma è vero che, negli ultimi lustri della mia vita la lettura ad alta voce - pur tra tanti ostacoli - ha compensato l'handicap della cecità almeno per quanto riguarda la passione per la letteratura. Insomma, mi sento di dire che la lettura orale, per chi ascolta, è meglio. Il motivo è semplice. Una parola letta ha un suono solo, che corrisponde alla medietà dei suoi significati. E che non sembra godere di una propria vita, fissata com'è alla prigionia della pagina e alla sua forzata immobilità. Una parola detta e ascoltata risulta ricca di interpretazioni possibili tanto più quanto maggiore è la bravura di chi, quella parola, pronuncia. Non voglio esagerare e forse il mio è l…
La retorica sulla disabilità sostiene che chi è afflitto da un handicap viene "risarcito" dal maggiore sviluppo di un altro senso o di un'altra facoltà. La mia esperienza non conferma questa ipotesi, ma è vero che, negli ultimi lustri della mia vita la lettura ad alta voce - pur tra tanti ostacoli - ha compensato l'handicap della cecità almeno per quanto riguarda la passione per la letteratura. Insomma, mi sento di dire che la lettura orale, per chi ascolta, è meglio. Il motivo è semplice. Una parola letta ha un suono solo, che corrisponde alla medietà dei suoi significati. E che non sembra godere di una propria vita, fissata com'è alla prigionia della pagina e alla sua forzata immobilità. Una parola detta e ascoltata risulta ricca di interpretazioni possibili tanto più quanto maggiore è la bravura di chi, quella parola, pronuncia. Non voglio esagerare e forse il mio è l'entusiasmo del neofita, ma arrivo a dire che limitarsi a leggere un libro, ovvero la "sola lettura", è un atto mancato: come se delle cantate di Bach si conoscessero solo gli spartiti.

Un esempio. Per chi ama le avventure del commissario Jules Amédée François Maigret, il procedere lento e inesorabile, sornione e paziente del suo pensiero costituisce indubbiamente un piacere intellettuale. Che si può gustare nella lettura tradizionale, a voce bassissima o muta, talvolta seguita col solo movimento degli occhi e talaltra bisbigliata. Ma pensate a come quel piacere possa diventare un'autentica gioia se le riflessioni di Maigret, il suo entomologico osservare il mondo e gli umani, i taxi e la Senna, i boulevards e i chioschi, vi fossero sempre raccontati dalla voce pastosa e ferma di Gino Cervi (che quando interpretò il Maigret televisivo aveva superato la sessantina). Oppure immaginate di ascoltare tutto questo grazie alla lettura di Giuseppe Battiston (oggi poco più che cinquantenne): una voce talmente esatta e misurata da esaltare ogni parola, ogni, virgola, ogni pausa del testo. Per quanto riguarda il Maigret televisivo, le teche Rai sono assai generose. Per quanto riguarda il Maigret interpretato da Battiston, Emons Edizioni ha finora pubblicato 17 audiolibri con le avventure del commissario e tre del "Simenon senza Maigret"; e si prepara a pubblicare altri testi già nel prossimo settembre.

Emerge qui un primo punto interessante: stiamo parlando di un importante scrittore, prolifico se non addirittura compulsivo, ma in questo caso, a suscitare la curiosità, più che la scrittura sulla quale la critica ha già detto tutto il dicibile, è il suono della parola. Così la pagina scritta, già slitta verso la dimensione dell'oralità. La narrazione (quella di un telefilm e soprattutto di un racconto orale) ha acquisito una sua autonomia e una portata assai più ampia, sollecitando più sensazioni e più esperienze, e coinvolgendo tutte le forme della nostra percezione.

Possiamo chiamarla "scrittura ad alta voce", ricordando la rubrica che, da anni, manda in onda l'indispensabile programma Fahrenheit (RAI RadioTre).
Cristian Vázquez, nel blog Sotto il vulcano, delle edizioni SUR, ricorda che Sant'Agostino, nelle sue Confessioni, ci rende partecipi dello stupore che, alla fine del IV secolo, si provava nell'osservare qualcuno (come il vescovo di Milano Ambrogio) leggere in silenzio, in contrasto con tutta la tradizione precedente.
Oggi è senz'altro vero il contrario: la sorpresa, sedici secoli dopo, sorge dall'immagine di una persona che per sé stessa legga a voce alta. Eppure, forse, vale la pena interrogarsi sulle ragioni che spingono molti di noi a utilizzare la voce mentre leggiamo.

Tale metodo porta forse qualche beneficio alla salute mentale? Una quindicina di anni fa una squadra di studiosi giapponesi affermò di sì, ma venne smentita poco tempo dopo dalle ricerche di neurologi italiani, i quali dimostrarono che leggere in silenzio o a voce alta per il cervello umano è esattamente la stessa cosa. Un altro tipo di lettura ad alta voce è quella che, se utilizzata per i propri testi, risulta particolarmente utile ai fini di confermare la naturalezza e il ritmo dei dialoghi e rendere più agevole la correzione degli eventuali errori. La scrittrice e cantante jazz Tatiana Goransky - scrive ancora Vázquez- sostiene che "cantare e scrivere siano maniere diverse di raccontare una storia", questo il motivo per cui si dovrebbe sempre leggere a voce alta. E infatti, ha scritto Flannery O'Connor, "l'orecchio sa leggere quanto l'occhio", "ma talvolta fa addirittura meglio, e chissà quante scoperte ci aspettano in testi che abbiamo percorso con gli occhi, ma la cui qualità tonale continua a rimanere un autentico segreto". Ma qui siamo nel campo del "lusso", ovvero dei beni più preziosi e di massima qualità: quelli che consentono al lettore colto e sazio, quando ne abbia la voglia e la disponibilità, di arricchire e articolare il suo piacere, percorrendo sentieri nuovi e provando le emozioni inedite che un lettore o una lettrice, un attore o un'attrice possono offrire loro.

Dunque, aggiungere al piacere della lettura solitaria e silenziosa quello dell'ascolto dei mille suoni e delle mille tonalità delle parole. E chi non legge? Chi non può farlo, non per analfabetismo, limite superabile, ma per cecità, handicap fisico non superabile? Mi riferisco a quella popolazione che, in Italia, è costituita da circa 2 milioni di ciechi e di ipovedenti che non possono leggere per il buonissimo motivo che non vedono le parole. Io, per esempio, non leggo da dodici anni (e provenivo da un lungo periodo di letture avide e onnivore, seppur disordinate): e ho scoperto che non esistono soluzioni alternative.
La lettura ad alta voce, fatta da chi vede a beneficio di chi non vede, è la sola risorsa. Ma, attenzione, non consideriamolo un succedaneo, o un ripiego. Davvero ritengo che questa sia la migliore fruizione possibile della letteratura.

E penso a un altro esempio, ancora più significativo e per certi versi più doloroso per un cieco, ovvero le meravigliose e minuziosissime descrizioni dei paesaggi naturali di alcuni romanzi (sempre editi da Emons). La varietà e le variazioni dei colori delle foglie lungo i mesi e le stagioni nei romanzi di Kent Haruf; i mutamenti dei riflessi dell'acqua nelle pagine di Jesmyn Ward; e le infinite tonalità dei cieli che, sembra impossibile, un audiolibro può far vedere. (Per chi diventa cieco da adulto "la scomparsa dei colori" è un'esperienza straziante). In Italia la Emons, col suo piccolo staff, composto da Sergio Polimene, Silvia Nono, Giulia Imbrogno, ha già realizzato un catalogo assai ampio, diversificato e costantemente aggiornato (oltre 350 titoli), grazie a scelte editoriali molto intelligenti e a voci di grande qualità (da Anna Foglietta a Valentina Carnelutti, ad Anna Bonaiuto). La Emons e la Salani (un importante catalogo di audiolibri anche il suo) sono le sole due case editrici italiane che pubblicano "in fisico" ovvero su supporto materiale (il CD), che costituisce tuttora lo strumento più rudimentale, ma anche il più agevole da utilizzare per chi abbia una disabilità. E torniamo al punto da cui abbiamo preso le mosse. Per un normodotato (diciamo così), leggere in proprio l'inferno dantesco o ascoltarne la tempestosa lettura di Vittorio Sermonti è davvero la stessa cosa? E leggere Maurizio De Giovanni con le nostre voci "italiane" non è forse meno divertente che ascoltarne l'interpretazione scura che ne dà Toni Servillo?