Senza Crusoe la Luna sarebbe più lontana
Alberto Manguel , di ALBERTO MANGUELDa quando, trecento anni fa, uscì il capolavoro di Defoe, la suggestione dell’isola deserta è parte del nostro immaginario. Dagli astronauti ai reality show
Non approdiamo mai su un'isola deserta senza desiderare allo stesso tempo di lasciarla. Ancorati alla terraferma, sogniamo di navigare oltre l'orizzonte e di approdare in lidi selvaggi dove poter costruire un mondo secondo il nostro estro, in cui poter diventare i padroni dispotici di questo minuscolo universo privato. Ma una volta sull'isola, quando patiamo freddo, fame, paura, noia e disperazione, tutto quello a cui riusciamo pensare è un modo per uscirne. Quando chiesero a Gilbert Keith Chesterton quale libro avrebbe portato con sé su un'isola deserta, lui rispose "la Guide to Practical Shipbuilding di Thomas", un manuale per costruire imbarcazioni.
Non dovrebbe sorprenderci, perciò, che siano stati, letteralmente, gli abitanti di un'isola a popolare il mare di isole inesistenti, inventando per ognuna di esse una storia e una geografia specifica. Un popolo continentale difficilmente sente il bisogno di creare altre terre: al di l&…
Non dovrebbe sorprenderci, perciò, che siano stati, letteralmente, gli abitanti di un'isola a popolare il mare di isole inesistenti, inventando per ognuna di esse una storia e una geografia specifica. Un popolo continentale difficilmente sente il bisogno di creare altre terre: al di l&…
Non approdiamo mai su un'isola deserta senza desiderare allo stesso tempo di lasciarla. Ancorati alla terraferma, sogniamo di navigare oltre l'orizzonte e di approdare in lidi selvaggi dove poter costruire un mondo secondo il nostro estro, in cui poter diventare i padroni dispotici di questo minuscolo universo privato. Ma una volta sull'isola, quando patiamo freddo, fame, paura, noia e disperazione, tutto quello a cui riusciamo pensare è un modo per uscirne. Quando chiesero a Gilbert Keith Chesterton quale libro avrebbe portato con sé su un'isola deserta, lui rispose "la Guide to Practical Shipbuilding di Thomas", un manuale per costruire imbarcazioni.
Non dovrebbe sorprenderci, perciò, che siano stati, letteralmente, gli abitanti di un'isola a popolare il mare di isole inesistenti, inventando per ognuna di esse una storia e una geografia specifica. Un popolo continentale difficilmente sente il bisogno di creare altre terre: al di là di quelle montagne, o di quei boschi, o di quelle valli, ci sono sicuramente altre persone che sono il suo riflesso e le cui storie riecheggiano la sua. Su un'isola, invece, non ci sono "altre terre": tutto è immediatamente concepibile, nulla è nascosto. È per questo che gli anglosassoni, per evocare altri modi di essere, inventarono isole invisibili, sempre collocate da qualche parte oltre l'orizzonte, isole che un giorno forse sarebbero state scoperte, o forse no, ma che per esistere non richiedevano una presenza fisica. Questa cartografia immaginaria ha una preistoria nella Grecia e nel mondo arabo, ma le tre categorie fondamentali alle quali, senza eccezione, ogni isola immaginaria appartiene vennero sognate e definite nel corso di appena due secoli da sognatori della Gran Bretagna.
Nei loro remoti inizi, le isole immaginarie erano greche - l'isola dei Ciclopi, il Regno di Circe, la società perfetta di Atlantide - luoghi che hanno sempre resistito agli sforzi letterari di archeologi e storici di collocarle in un contesto reale di sabbia e rocce.
Il 25 aprile 1719 apparvero a Londra due volumi in ottavo intitolati La vita e le strane sorprendenti avventure di Robinson Crusoe di York, marinaio, che pretendevano di essere un vero resoconto "scritto da lui medesimo". Fu subito un grande successo. Secondo l'autore segreto, Daniel Defoe, non era una storia di fantasia: inventava cronache veritiere, nella tradizione di quegli storici ripudiati da Erodoto. Poco importava che il libro non fosse la testimonianza attendibile che affermava di essere: l'immediatezza della narrazione straziante era sufficiente per persuadere i lettori della sua attendibilità; il narratore magari è fittizio, ma gli eventi che racconta sono veri.
Circa dodici anni prima che il libro fosse pubblicato, un marinaio di nome Alexander Selkirk aveva scelto di rimanere da solo sull'isola disabitata di Juan Fernández, vicino alla costa cilena, da cui venne tratto in salvo cinque anni dopo, nel 1709. La storia di Selkirk ispirò Defoe, che la ampliò e la migliorò, trasformando il resoconto del marinaio in una cronaca della fondazione di una società primitiva che, secondo Karl Marx "illustrava la teoria economica in azione". Crusoe è l'homo primus, un Adamo che dà inizio a tutte le arti e le abilità umane. La sua isola diventa perciò il modello primordiale di ogni insediamento umano, e nel suo sviluppo unico mostra le possibilità intrinseche di una società plurale.
Sebbene, alla fine, Robinson Crusoe ritorni nella sua terra natia, i lettori sanno che non abbandonerà mai davvero la sua isola: lì è il signore del mondo, padrone del suo dominio; in qualsiasi altro posto è soltanto un inglese qualsiasi. Qualunque sia il desiderio di Selkirk, Robinson non può essere tratto in salvo.
Come sa bene Crusoe, nessuno sbarca per la prima volta su un'isola deserta. Anche se crediamo che nessun altro abbia messo piede su questa particolare lingua di sabbia, l'atto in sé di arrivare esiste già nella nostra memoria letteraria. Da quella mattina dell'ottobre del 1659, quando Crusoe mise piede sull'isola, con fiducia maggiore o minore ripetiamo all'infinito il suo gesto. Il Robinson svizzero, l'eterno naufragio dell'Isola di Gilligan, i seguaci del Signore delle mosche, i patetici concorrenti dei reality show, l'entusiasta Neil Armstrong e il suo gigantesco passo sull'isola della Luna seguono tutti la coreografia stabilita da Daniel Defoe per il suo povero gentiluomo inglese. Perché Crusoe è, ovviamente, un gentiluomo. Non parla altra lingua se non l'inglese (ci racconta di aver lasciato a bordo del relitto diversi libri appartenenti al capitano della nave perché erano scritti in portoghese), non ha altra religione se non la Chiesa d'Inghilterra, crede fermamente che tutti quelli che non sono come lui siano dei selvaggi (cioè cannibali, neri) e si assume il compito, senza lamentarsi troppo, di portare la civiltà nel mondo selvaggio oltre i confini dell'Impero. Sa fare di tutto: costruire una casa, innalzare un recinto, disegnare mappe del territorio vergine, conciare una pelle di capra, cucirsi un vestito, piantare il grano, cuocere vasi di terracotta, cucinare. Così tanti lavori portati a termine in nome della Corona inglese, e nessuno che possa ammirare le sue fatiche!
Così Defoe fa entrare in scena il Venerdì di Crusoe. Senza Venerdì, senza il primitivo, incivile Venerdì, le azioni di Crusoe rimarrebbero tristemente ignote, prive della giusta platea. Senza la sua ombra (perché, dopo tutto, cos'è Venerdì se non un cupo, rustico Crusoe, solitario e infelice quanto quello inglese?), Crusoe svanirebbe. Si trasformerebbe, come il suo predecessore greco che andava alla deriva da un'isola all'altra fino a quando non gli fu concesso di tornare a casa, in un Nessuno. Ma no, neanche un Nessuno, perché prima che Venerdì faccia la sua comparsa nella storia Crusoe non possiede nemmeno un nome, perché gli manca qualcuno che glielo chieda, ossia un interlocutore, ossia un linguaggio attivo, ossia un pensiero fecondo. Il taccuino in cui Crusoe annota le sue osservazioni non è sufficiente a conferirgli un'identità: uno scrittore ha bisogno di un lettore per portare in vita le parole perché, come sappiamo, la letteratura è un'arte binaria. In parole povere: senza Venerdì nemmeno Crusoe esisterebbe.
Venerdì esiste nell'immaginazione di Crusoe già da prima che lasci il porto di Hull. Molto prima di scoprire le impronte di Venerdì sulla sabbia, nella mente di Crusoe il selvaggio è già qualcuno il cui destino (perché non è inglese, né cristiano né tantomeno bianco) è servire il gentiluomo che è tutte queste cose insieme. Per Venerdì, per i discendenti di Venerdì, la Dichiarazione dei diritti dell'uomo proclamata un secolo dopo non avrà alcun significato. La schiavitù sarà abolita, è vero, ma sarà semplicemente sostituita da altre forme comparabili di servitù che occupano le prime pagine dei nostri giornali: lavoro minorile, salari più bassi possibili, sfruttamenti da parte delle multinazionali, espropriazioni di terre, commercio del sesso, genocidio, distruzione delle risorse naturali, carestia provocata dall'industria, migrazioni, esilio forzato. Il destino di Venerdì è perciò, se non di essere schiavo, di essere sempre qualcosa in meno di Crusoe. Il suo ruolo è essere addestrato a prestare servizio in una fabbrica o in un ufficio, a lavorare per un maestro, a essere umile e servile. Forse fu per impartire questa lezione nell'arte dell'ingiustizia che Rousseau scelse di mettere Robinson Crusoe sul comodino del suo Émile.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
Non dovrebbe sorprenderci, perciò, che siano stati, letteralmente, gli abitanti di un'isola a popolare il mare di isole inesistenti, inventando per ognuna di esse una storia e una geografia specifica. Un popolo continentale difficilmente sente il bisogno di creare altre terre: al di là di quelle montagne, o di quei boschi, o di quelle valli, ci sono sicuramente altre persone che sono il suo riflesso e le cui storie riecheggiano la sua. Su un'isola, invece, non ci sono "altre terre": tutto è immediatamente concepibile, nulla è nascosto. È per questo che gli anglosassoni, per evocare altri modi di essere, inventarono isole invisibili, sempre collocate da qualche parte oltre l'orizzonte, isole che un giorno forse sarebbero state scoperte, o forse no, ma che per esistere non richiedevano una presenza fisica. Questa cartografia immaginaria ha una preistoria nella Grecia e nel mondo arabo, ma le tre categorie fondamentali alle quali, senza eccezione, ogni isola immaginaria appartiene vennero sognate e definite nel corso di appena due secoli da sognatori della Gran Bretagna.
Nei loro remoti inizi, le isole immaginarie erano greche - l'isola dei Ciclopi, il Regno di Circe, la società perfetta di Atlantide - luoghi che hanno sempre resistito agli sforzi letterari di archeologi e storici di collocarle in un contesto reale di sabbia e rocce.
Il 25 aprile 1719 apparvero a Londra due volumi in ottavo intitolati La vita e le strane sorprendenti avventure di Robinson Crusoe di York, marinaio, che pretendevano di essere un vero resoconto "scritto da lui medesimo". Fu subito un grande successo. Secondo l'autore segreto, Daniel Defoe, non era una storia di fantasia: inventava cronache veritiere, nella tradizione di quegli storici ripudiati da Erodoto. Poco importava che il libro non fosse la testimonianza attendibile che affermava di essere: l'immediatezza della narrazione straziante era sufficiente per persuadere i lettori della sua attendibilità; il narratore magari è fittizio, ma gli eventi che racconta sono veri.
Circa dodici anni prima che il libro fosse pubblicato, un marinaio di nome Alexander Selkirk aveva scelto di rimanere da solo sull'isola disabitata di Juan Fernández, vicino alla costa cilena, da cui venne tratto in salvo cinque anni dopo, nel 1709. La storia di Selkirk ispirò Defoe, che la ampliò e la migliorò, trasformando il resoconto del marinaio in una cronaca della fondazione di una società primitiva che, secondo Karl Marx "illustrava la teoria economica in azione". Crusoe è l'homo primus, un Adamo che dà inizio a tutte le arti e le abilità umane. La sua isola diventa perciò il modello primordiale di ogni insediamento umano, e nel suo sviluppo unico mostra le possibilità intrinseche di una società plurale.
Sebbene, alla fine, Robinson Crusoe ritorni nella sua terra natia, i lettori sanno che non abbandonerà mai davvero la sua isola: lì è il signore del mondo, padrone del suo dominio; in qualsiasi altro posto è soltanto un inglese qualsiasi. Qualunque sia il desiderio di Selkirk, Robinson non può essere tratto in salvo.
Come sa bene Crusoe, nessuno sbarca per la prima volta su un'isola deserta. Anche se crediamo che nessun altro abbia messo piede su questa particolare lingua di sabbia, l'atto in sé di arrivare esiste già nella nostra memoria letteraria. Da quella mattina dell'ottobre del 1659, quando Crusoe mise piede sull'isola, con fiducia maggiore o minore ripetiamo all'infinito il suo gesto. Il Robinson svizzero, l'eterno naufragio dell'Isola di Gilligan, i seguaci del Signore delle mosche, i patetici concorrenti dei reality show, l'entusiasta Neil Armstrong e il suo gigantesco passo sull'isola della Luna seguono tutti la coreografia stabilita da Daniel Defoe per il suo povero gentiluomo inglese. Perché Crusoe è, ovviamente, un gentiluomo. Non parla altra lingua se non l'inglese (ci racconta di aver lasciato a bordo del relitto diversi libri appartenenti al capitano della nave perché erano scritti in portoghese), non ha altra religione se non la Chiesa d'Inghilterra, crede fermamente che tutti quelli che non sono come lui siano dei selvaggi (cioè cannibali, neri) e si assume il compito, senza lamentarsi troppo, di portare la civiltà nel mondo selvaggio oltre i confini dell'Impero. Sa fare di tutto: costruire una casa, innalzare un recinto, disegnare mappe del territorio vergine, conciare una pelle di capra, cucirsi un vestito, piantare il grano, cuocere vasi di terracotta, cucinare. Così tanti lavori portati a termine in nome della Corona inglese, e nessuno che possa ammirare le sue fatiche!
Così Defoe fa entrare in scena il Venerdì di Crusoe. Senza Venerdì, senza il primitivo, incivile Venerdì, le azioni di Crusoe rimarrebbero tristemente ignote, prive della giusta platea. Senza la sua ombra (perché, dopo tutto, cos'è Venerdì se non un cupo, rustico Crusoe, solitario e infelice quanto quello inglese?), Crusoe svanirebbe. Si trasformerebbe, come il suo predecessore greco che andava alla deriva da un'isola all'altra fino a quando non gli fu concesso di tornare a casa, in un Nessuno. Ma no, neanche un Nessuno, perché prima che Venerdì faccia la sua comparsa nella storia Crusoe non possiede nemmeno un nome, perché gli manca qualcuno che glielo chieda, ossia un interlocutore, ossia un linguaggio attivo, ossia un pensiero fecondo. Il taccuino in cui Crusoe annota le sue osservazioni non è sufficiente a conferirgli un'identità: uno scrittore ha bisogno di un lettore per portare in vita le parole perché, come sappiamo, la letteratura è un'arte binaria. In parole povere: senza Venerdì nemmeno Crusoe esisterebbe.
Venerdì esiste nell'immaginazione di Crusoe già da prima che lasci il porto di Hull. Molto prima di scoprire le impronte di Venerdì sulla sabbia, nella mente di Crusoe il selvaggio è già qualcuno il cui destino (perché non è inglese, né cristiano né tantomeno bianco) è servire il gentiluomo che è tutte queste cose insieme. Per Venerdì, per i discendenti di Venerdì, la Dichiarazione dei diritti dell'uomo proclamata un secolo dopo non avrà alcun significato. La schiavitù sarà abolita, è vero, ma sarà semplicemente sostituita da altre forme comparabili di servitù che occupano le prime pagine dei nostri giornali: lavoro minorile, salari più bassi possibili, sfruttamenti da parte delle multinazionali, espropriazioni di terre, commercio del sesso, genocidio, distruzione delle risorse naturali, carestia provocata dall'industria, migrazioni, esilio forzato. Il destino di Venerdì è perciò, se non di essere schiavo, di essere sempre qualcosa in meno di Crusoe. Il suo ruolo è essere addestrato a prestare servizio in una fabbrica o in un ufficio, a lavorare per un maestro, a essere umile e servile. Forse fu per impartire questa lezione nell'arte dell'ingiustizia che Rousseau scelse di mettere Robinson Crusoe sul comodino del suo Émile.
(Traduzione di Fabio Galimberti)