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Vladimir Putin alla parata della Marina a San Pietroburgo (ansa)

Il rosso e il nero dell’Eurasia

Chi sono, e che tesi sostengono, gli ideologhi del progetto di Putin. Capaci di combinare con disinvoltura pugni chiusi e saluti romani
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Più volte Repubblica ha richiamato l'attenzione sull’antiliberalismo di Putin, sottolineando il ruolo, che appare sempre più centrale, dell’ideologo Aleksandr Dugin. Nell’ultimo numero l’Espresso ha ricostruito in dettaglio la rete delle associazioni politico-culturali filorusse che vanno fiorendo in Italia, con lo scopo di sostenere la politica economica e culturale di Putin. Ma finché non si scende più in profondità nell’ideologia “euroasiatica” che le sottende, difficilmente si coglieranno le intenzioni e le ambizioni geopolitiche che sostengono questa galassia.

Al suo centro, come scrive Gianfrancesco Turano sull’Espresso, un’inquietante sovrapposizione di pugno chiuso e saluto romano, di rosso e nero. Qualcosa che sembra riprodurre, a cento anni di distanza, i colori di quella “rivoluzione conservatrice” cui aderirono non solo Ernst Niekisch e Ernst Jünger, ma anche, per…
Più volte Repubblica ha richiamato l'attenzione sull’antiliberalismo di Putin, sottolineando il ruolo, che appare sempre più centrale, dell’ideologo Aleksandr Dugin. Nell’ultimo numero l’Espresso ha ricostruito in dettaglio la rete delle associazioni politico-culturali filorusse che vanno fiorendo in Italia, con lo scopo di sostenere la politica economica e culturale di Putin. Ma finché non si scende più in profondità nell’ideologia “euroasiatica” che le sottende, difficilmente si coglieranno le intenzioni e le ambizioni geopolitiche che sostengono questa galassia.

Al suo centro, come scrive Gianfrancesco Turano sull’Espresso, un’inquietante sovrapposizione di pugno chiuso e saluto romano, di rosso e nero. Qualcosa che sembra riprodurre, a cento anni di distanza, i colori di quella “rivoluzione conservatrice” cui aderirono non solo Ernst Niekisch e Ernst Jünger, ma anche, per qualche tempo, i capi nazisti Strasser e Goebbels.

Attenzione. Non si tratta solo di mitologie arcaiche o di fumose fantasie. Alla radice della nuova ideologia filorussa vi è un filone culturale, e perfino filosofico, non privo di forza e suggestione. Il cui presupposto dichiarato è la spaccatura dell’Occidente e la costruzione di un blocco eurasiatico contrapposto al mondo atlantico e ai suoi valori. Se si leggono in fila una serie di libri come Eurasia. La rivoluzione conservatrice in Russia di Dugin, Eurasia. Putin e la grande politica di Dugin e Alain de Benoist, L’Impero euro-sovietico da Vladivostok a Dublino di Jean Thiriart, il quadro è impressionante, ma tutt’altro che banale.

È proprio quest’ultimo autore — un ideologo belga scomparso qualche anno fa — a scrivere che il titolo del suo libro, se fosse uscito nel 1941, con la Wehrmacht in marcia verso Mosca, sarebbe potuto essere L’impero nazionalsocialista da Dublino a Vladivostok.
E infatti il grande spazio continentale cui i nuovi filorussi guardano ha esattamente gli stessi confini di quello cui mirava Hitler, invadendo la Russia: l’enorme massa territoriale circondata dal mare Artico a nord, dall’Oceano Indiano a sud, dall’Oceano Pacifico e est e dall’Oceano Atlantico a ovest.

Già Orwell in 1984 vede nell’Eurasia, composta dalla Russia e dall’Europa con l’esclusione del Regno Unito, una delle tre potenze territoriali che si sarebbero divise il mondo. Ma quello che nel romanzo è un incubo distopico è diventato un vero progetto geopolitico. Che ha il suo esordio nel mondo dei fuoriusciti russi negli anni Venti, per poi rinascere nella Russia post-sovietica alla fine degli anni Ottanta, appunto col gruppo che fa capo a Dugin.

In mezzo, la teoria di Karl Haushofer dei “grandi spazi” in cui si suddivide il continente antico — uno eurafricano, un secondo eurasiatico e un terzo estremo-orientale. Ma soprattutto le tesi che Thiriart desume dalla geopolitica di Carl Schmitt. Al loro centro l’idea di un’entità imperiale estesa da Brest a Vladivostok, con la missione di opporsi allo scivolamento dell’Europa verso ovest. Per poter essere sicuro nei propri confini, l’impero eurasiatico deve dominare il quadrato geopolitico che ha agli angoli i porti di Reykjavik, Dublino, Cadice e Casablanca.

Come l’Europa ha bisogno della Madre russa per liberarsi dal giogo di Washington, così la Russia ha bisogno dell’Europa per controbilanciare la grande cultura turco-mongolo-tatara che ha alle spalle. Che l’Occidente americanizzato non ha mai riconosciuto e anzi demonizzato. Perciò oggi, sempre secondo i nuovi ideologi del Cremlino, arabi, cinesi, indocinesi, tutt’altro che avversari, sono potenziali alleati nella nuova crociata antiamericana.

Non si tratta solo di un’ipotesi politica. Ma di una prospettiva millenarista che si può ben definire metafisica, come provano i continui riferimenti a Guénon e a Evola. A contendersi l’anima dell’Occidente è la potenza della Terra, costituita dal continente eurasiatico, contro la potenza del Mare guidata da America e Inghilterra. Un conflitto originario, che non ha per posta solo la ricchezza e il potere. L’Occidente intermedio dell’Europa deve scegliere tra l’ombra del tramonto cui lo sta trascinando l’estremo Occidente dell’America e la luce dell’Oriente, rappresentata dalla Russia. Erede del mondo greco-bizantino, ma anche di quello mongolico e turco, essa rappresenta, agli occhi dei suoi nuovi apologeti, l’ultimo katechon, l’antemurale contro il collasso prodotto da quell’insieme di valori costituiti dall’individualismo, dal liberalismo, dai diritti umani.

Sono le tesi oggi rilanciate dalla rivista Eurasia, diretta dallo storico e linguista Claudio Mutti, fondatore dell’edizioni del Veltro, che si avvale della collaborazione di intellettuali di varia provenienza. Contro l’opposizione tra destra e sinistra, il tentativo è ricostruire un’ideologia rosso-bruna, destinata a destabilizzare i regimi liberaldemocratici a favore di un autoritarismo libero dal controllo della stampa e da contrappesi istituzionali.

Del resto come fare a meno degli esempi storici del fascismo e del comunismo? Non sono stati forse gli unici due regimi ad aver battuto — sia pure per un certo tempo — la liberaldemocrazia in Europa? Si tratta — attraverso Putin, di cui Dugin, dopo aver fondato il partito nazional-bolscevico, è diventato l’ideologo di punta — di recuperare la dimensione nazionalistica del regime sovietico, sottraendolo alle fantasticherie internazionaliste del marxismo. Solo conoscendo la vera posta in gioco dello scontro che si è aperto in Italia e in Europa, saremo in grado di difendere le nostre libertà.