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Dobbiamo riconquistare la Luna

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I cinquant’anni della missione Apollo possono insegnarci a riscoprire l’impegno per raggiungere nuovi obiettivi comuni. Primo fra tutti la lotta ai cambiamenti climatici da cui dipende il mondo che verrà
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L'anniversario dello sbarco sulla Luna di questa estate ci insegna una cosa importante: la più grande impresa dell'umanità è avvenuta quando l'immaginazione, un obiettivo comune e un approccio sistemico alla risoluzione dei problemi hanno avuto la meglio su una mentalità abituata a ragionare per compartimenti stagni e a preoccuparsi solo di come finanziare i progetti. Il discorso di Kennedy del 1961 non lasciava spazio a dubbi: sarà costoso, sarà rischioso, ma ne varrà la pena.

Aveva colto un aspetto chiave dell'innovazione: molti vantaggi si raccolgono lungo il cammino, attraverso effetti diffusivi dinamici. E così è stato: gran parte della tecnologia dei nostri smartphone di oggi può essere ricondotta al programma Apollo e alle relative missioni. Immaginate di impiegare la stessa dose di coraggio e determinazione per sperimentare e prendervi rischi nella più grande sfida del nostro tempo: i…
L'anniversario dello sbarco sulla Luna di questa estate ci insegna una cosa importante: la più grande impresa dell'umanità è avvenuta quando l'immaginazione, un obiettivo comune e un approccio sistemico alla risoluzione dei problemi hanno avuto la meglio su una mentalità abituata a ragionare per compartimenti stagni e a preoccuparsi solo di come finanziare i progetti. Il discorso di Kennedy del 1961 non lasciava spazio a dubbi: sarà costoso, sarà rischioso, ma ne varrà la pena.

Aveva colto un aspetto chiave dell'innovazione: molti vantaggi si raccolgono lungo il cammino, attraverso effetti diffusivi dinamici. E così è stato: gran parte della tecnologia dei nostri smartphone di oggi può essere ricondotta al programma Apollo e alle relative missioni. Immaginate di impiegare la stessa dose di coraggio e determinazione per sperimentare e prendervi rischi nella più grande sfida del nostro tempo: i cambiamenti climatici. In altre parole, immaginate che i nostri leader facciano un discorso del genere: "Scegliamo di combattere i cambiamenti climatici in questo decennio non perché sia facile, ma proprio perché è difficile, perché quell'obiettivo servirà a organizzare e misurare il meglio delle nostre energie e capacità, perché questa è una sfida che siamo pronti a raccogliere, una sfida che non vogliamo rinviare e che abbiamo tutta l'intenzione di vincere, come anche altre".

Lo sbarco sulla Luna era un modo mirato, concreto e tangibile di combattere la Guerra fredda. L'obiettivo era risolvere il problema, formulandolo in modo dinamico e stimolante; dei soldi ci si poteva occupare in un secondo momento. A pensarci bene, è così che si combattono le guerre. Inquadrare i cambiamenti climatici come un problema di sicurezza può essere utile per raccogliere fondi: quale miglior campanello d'allarme del monito del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici che ci rimangono appena 12 anni per mettere in moto una campagna di raccolta fondi pubblici e privati? Come dice Greta, dobbiamo dare al problema la stessa priorità che daremmo allo spegnimento di un incendio che sta devastando le nostre case. Ma è fondamentale imparare dalla missione Apollo che presentare le missioni in forme capaci di ispirare e colmare di speranza le persone è una parte fondamentale della soluzione.

Parte di questa ispirazione consiste necessariamente nel ripensare l'organizzazione della nostra società, per renderla capace di risolvere i problemi. L'ideologia continua a rappresentare gli Stati come ingombranti macchine burocratiche incapaci di innovare: eppure lo sbarco sulla Luna fu guidato dallo Stato. Ci dicono che i funzionari pubblici non hanno la propensione al rischio degli imprenditori della Silicon Valley: eppure lo sbarco sulla Luna è stato uno dei progetti pubblici più rischiosi degli ultimi cent'anni e la tecnologia che ne è derivata continua ad alimentare tutti i nostri dispositivi intelligenti. La vera domanda è cosa possono imparare gli stati da quella avventura. L'Europa ha adottato un approccio mission-oriented per guidare la spesa in materia di innovazione. Ma i soldi non bastano: sarà fondamentale mettere gli stati nelle condizioni di trasformare il loro funzionamento quotidiano - riprogettando strumenti e dispositivi - per adeguare il livello di ambizione delle attività operative a quello delle missioni.

Progettare un sistema del genere non è semplice. Significa ripensare il ruolo della politica. Invece di limitarsi a intervenire dietro le quinte per correggere i fallimenti del mercato, la politica può diventare il motore del cambiamento per trasformare le cose, per creare mercati, per ispirare gli operatori a farsi avanti per investire, innovare e trasformare. Significa trasformare strumenti come la politica degli appalti, le sovvenzioni e i prestiti per favorire soluzioni dal basso invece che direttive dall'alto o elargizioni che possono facilmente essere intercettate da altri. Significa assicurarsi che vengano create strutture che consentano di impostare una visione, ma che siano anche flessibili e capaci di adattarsi, consapevoli di quando è il momento di chiudere il rubinetto. E visto che per realizzare una missione non ci si può affidare a menti mediocri, significa anche attirare nel settore pubblico i migliori talenti, fare in modo che lavorare per lo Stato sia una delle cose più sexy al mondo!

In altre parole, significa cambiare il nostro modo di vedere lo Stato: da freno a motore dell'innovazione; da organismo che opera dall'alto a organismo che opera dal basso. È più facile a dirsi che a farsi. Significa andare contro un'ideologia coriacea che ha convinto molti che lo Stato non può essere dinamico. Che non può innovare. Che non può correre rischi. In definitiva, la stessa logica che ha portato alla massiccia esternalizzazione delle funzioni statali negli ultimi anni diventa una profezia che si autoavvera quando gli stati perdono la capacità di innovare. Ma invece di credere che ciò sia dovuto soltanto all'ideologia (settore pubblico contro settore privato), dobbiamo ripensare quali sono le reali potenzialità del settore pubblico quando ha la possibilità di concentrarsi sui risultati. Sugli obiettivi.
Trasformare la sfida dei cambiamenti climatici in missioni concrete che coinvolgano ogni settore, dall'alimentazione ai trasporti e all'intelligenza artificiale, è il nodo cruciale del nostro tempo. Gli esempi abbondano, come l'idea di progettare 100 città a zero emissioni in tutto il mondo.

È fondamentale riprogettare lo Stato e le nostre democrazie in modo che l'impostazione di missioni relative ai cambiamenti climatici diventi la priorità. E se il programma Apollo era, almeno in parte, un programma calato dall'alto, i moderni "sbarchi sulla Luna" dovranno coinvolgere la società civile, perché "chi decide" la missione (e ne monitora l'andamento) è importante quanto la realizzazione della missione stessa. Per esempio, invece di coinvolgere i sindacati soltanto nella "transizione equa", per fare in modo che chi lavora in settori obsoleti non sia lasciato indietro, è fondamentale che i rappresentanti del lavoro siedano attorno al tavolo per contribuire a definire il significato stesso del termine "verde". In un'epoca in cui trionfano i populismi, coinvolgere i cittadini per trasformare la politica e cambiare in modo sostanziale la vita di tutti i giorni - rendendo le nostre metropoli, le nostre città e le nostre strade sane e sostenibili - dovrà essere la battaglia più stimolante che il nostro pianeta abbia mai vissuto.

 (Traduzione di Fabio Galimberti)