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L’Italia laica sparita di Giovanni Spadolini

Venticinque anni fa moriva il leader repubblicano. Fu il primo politico non democristianoa diventare premier. Nel 1994 per un solo voto non fu eletto alla presidenza del Senato
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Storico, giornalista, politico: Giovanni Spadolini ha vissuto tre fasi distinte nella sua vita, anche se la sua prima passione, quella accademica maturata nel Cesare Alfieri della sua Firenze, ha punteggiato tutta la sua esistenza. In realtà Spadolini entrò subito nel mondo giornalistico collaborando con il prestigioso settimanale Il Mondo, fucina dell’intellighenzia laico-liberale. A fianco dell’impegno pubblicistico, Spadolini coltiva l’attività accademica, producendo una serie di testi sulla politica italiana nell’Italia liberale, con particolare riferimento al rapporto tra lo stato e il mondo cattolico. Ma è la carta stampata il suo destino: nominato giovanissimo a soli 29 anni direttore del Resto del Carlino vi rimase fino al 1968, quando entrò al Corriere della Sera. Nel quotidiano di via Solferino si chiude la fase giornalista per aprire quella politica: nel 1972 venne candidato, per tramite di Indro Montanelli, nelle f…
Storico, giornalista, politico: Giovanni Spadolini ha vissuto tre fasi distinte nella sua vita, anche se la sua prima passione, quella accademica maturata nel Cesare Alfieri della sua Firenze, ha punteggiato tutta la sua esistenza. In realtà Spadolini entrò subito nel mondo giornalistico collaborando con il prestigioso settimanale Il Mondo, fucina dell’intellighenzia laico-liberale. A fianco dell’impegno pubblicistico, Spadolini coltiva l’attività accademica, producendo una serie di testi sulla politica italiana nell’Italia liberale, con particolare riferimento al rapporto tra lo stato e il mondo cattolico. Ma è la carta stampata il suo destino: nominato giovanissimo a soli 29 anni direttore del Resto del Carlino vi rimase fino al 1968, quando entrò al Corriere della Sera. Nel quotidiano di via Solferino si chiude la fase giornalista per aprire quella politica: nel 1972 venne candidato, per tramite di Indro Montanelli, nelle file del Partito repubblicano di Ugo La Malfa.

Un approdo naturale vista la predilezione di Spadolini per quella tradizione politico-culturale risorgimentale che il Pri lamalfiano interpretava, pur rinnovandola. L’ingresso in Parlamento poteva essere passeggero, e invece diventa centrale e si concluderà solo con la sua scomparsa, nel 1994, esattamente 25 anni fa. Anche in questo nuovo ambiente Spadolini agì da protagonista. I passaggi decisivi sono due, preceduti comunque da una importante acquisizione, l’istituzione del Ministero dei Beni culturali da lui diretto nel 1975.

Il primo passaggio è nel 1979 quando muore il leader indiscusso del Pri, Ugo La Malfa e, in una situazione di inevitabile sbandamento, Spadolini viene nominato segretario del partito. Non era certo semplice raccogliere l’eredità del leader siciliano con il quale il piccolo Pri si era strettamente identificato per almeno due decenni. Invece non solo il partito non risente della perdita, ma al contrario riceve nuova spinta proprio grazie alla figura di Spadolini: nel 1981 il presidente Sandro Pertini gli conferisce l’incarico di formare il governo e il leader repubblicano supera le difficoltà che avevano bloccato La Malfa due anni prima, diventando il primo presidente del Consiglio non democristiano nella storia della Repubblica. Il governo Spadolini, in carica per poco più di un anno, fino alla fine del 1982, tiene a battesimo una nuova formula politica, quella del “pentapartito” che vede al governo, per la prima volta insieme, liberali e socialisti. Con questo (limitato) ampliamento democratico dell’area governativa Spadolini prende implicitamente le distanze dall’apertura al Pci fatta da La Malfa all’indomani del 1979 quando parlò di “ineluttabilità del compromesso storico” e, ancora implicitamente, si trova in sintonia con il Psi di Craxi, condividendone il timore che i partiti laici rimanessero schiacciati dall’abbraccio tra comunisti e democristiani.

Il secondo acuto nella carriera politica spadoliniana si registra alle elezioni del 1983. Il Pri raggiunge il suo massimo storico, 5,1%: cifre modeste viste oggi, ma in un periodo di grande stabilità politica dove i movimenti si segnalavano per frazioni di punto, lo spostamento di consensi sul partito dell’edera venne considerato significativo. Tuttavia il Pri e forse lo stesso Spadolini non colgono tutte le opportunità che si aprono grazie alle difficoltà della Dc (che in quelle elezioni tocca un minimo storico). Il Pri partecipa al governo Craxi e Spadolini ne è il ministro della Difesa, ma le divergenze politiche, culturali e caratteriali con il premier portano allo scontro. Del resto per chi voleva rappresentare non solo e non più una “coscienza critica” bensì una “guida politica”, non poteva che infiammarsi la competizione con l’alleato socialista.

Violento e divisivo fu lo show-down sul “caso Sigonella”, nell’ottobre 1985, che portò alle dimissioni (poi rientrate) del leader repubblicano per riaffermare la linea filoatlantica e filoisraeliana (ed europeista) contro le pulsioni nazional-populiste (e mediterranee) di quel momento. Spadolini viene poi nominato senatore a vita e presiederà palazzo Madama fino al 1994 quando l’irruzione berlusconiana non lo risparmia: per un voto viene sconfitto nella competizione per la presidenza del Senato; e dopo pochi mesi, il 4 agosto, si spegne. Questa sconfitta è emblematica. Segna il declino di una storia, di quella cultura politica laica e democratica che, pur minoritaria, aveva trovato interpreti prestigiosi, e di cui Spadolini è stato uno dei più significativi.