Beloved, amatissima: come il titolo del suo romanzo più celebre. La grande scrittrice Toni Morrison, l'unica afroamericana a vincere il Nobel per la Letteratura, se n'è andata lunedì notte, al Montefiore Hospital di New York, dov'era ricoverata per una polmonite. "Un privilegio aver respirato la stessa aria di chi ha sfidato le nostre coscienze e la nostra immaginazione morale" piange l'amico Barack Obama. "Ci hai dato potere, speranza e libertà" ricorda la candidata alla nomination democratica Kamala Harris. "Sono cresciuta sognando di essere te" la onora la sceneggiatrice Shonda Rhimes. Aveva 88 anni, e un ultimo, straordinario racconto incompiuto nel cassetto: "Il protagonista è un diciasettenne che ama le stelle e tutte le sere sale su una collina per guardarle col telescopio". Lo aveva raccontato a Repubblica un anno fa, nella casa di Grand View on Hudson, a mezz'ora da Manhattan. L'…
Beloved, amatissima: come il titolo del suo romanzo più celebre. La grande scrittrice Toni Morrison, l'unica afroamericana a vincere il Nobel per la Letteratura, se n'è andata lunedì notte, al Montefiore Hospital di New York, dov'era ricoverata per una polmonite. "Un privilegio aver respirato la stessa aria di chi ha sfidato le nostre coscienze e la nostra immaginazione morale" piange l'amico Barack Obama. "Ci hai dato potere, speranza e libertà" ricorda la candidata alla nomination democratica Kamala Harris. "Sono cresciuta sognando di essere te" la onora la sceneggiatrice Shonda Rhimes. Aveva 88 anni, e un ultimo, straordinario racconto incompiuto nel cassetto: "Il protagonista è un diciasettenne che ama le stelle e tutte le sere sale su una collina per guardarle col telescopio". Lo aveva raccontato a Repubblica un anno fa, nella casa di Grand View on Hudson, a mezz'ora da Manhattan. L'ex rimessa di barche trasformata in un villino pieno di libri, affacciata sul fiume. "Una notte due poliziotti vedono quel ragazzo nero con una canna spuntare da sotto la giacca. Pensano sia un fucile, le loro mani corrono alle pistole...". E chissà se sapremo mai come va a finire.
Chloe Ardelia Wofford, questo il suo vero nome, era nata a Lorain, Ohio nel 1931. Suo padre, George, era un saldatore. Mamma Ramah, una casalinga impegnatissima nella lotta per i diritti civili: "Papà considerava i bianchi "irriscattabili". Veniva dalla Georgia e da piccolo aveva visto linciare due neri - persone per bene, negozianti - per appropriarsi delle loro proprietà. Mia madre, no, giudicava le persone una per una. Ho imparato da lei a combattere per i nostri diritti, senza odiare nessuno".
Proprio l'esperienza afroamericana, soprattutto quella delle donne, è l'anima dei suoi undici romanzi e nove saggi. Profondamente critici. E, incredibilmente commerciali. A partire da L'occhio più azzurro, del 1970: il dramma di Pecola, la bimba nera che sogna gli occhi azzurri di Shriley Temple. Lo scrisse di notte, sul tavolo da cucina, quando per Random House curava le opere di autori black come Muhammad Alì. E Angela Davis, convinta a scrivere un'autobiografia nonostante avesse solo 26 anni. Aveva cambiato il suo nome in Toni, devota a Sant'Antonio da Padova "protegge i bambini". Per abitudine firmò il primo manoscritto col cognome da sposata, quello di Harold Morrison, padre dei due figli, da cui aveva già divorziato: "Chiamai per farlo cambiare. Ma era troppo tardi. Lo avevano già stampato" .
È proprio Amatissima, del 1987, a portarle la fama. Un racconto struggente, da cui verrà tratto anche il film di Jonathan Demme con Oprah Winfrey, produttrice e protagonista. La storia atroce di Sethe, schiava fuggiasca, che uccide la figlia per non farla crescere in schiavitù, ispirata a un fatto accaduto nel 1855. Le fa vincere il Pulitzer: assegnatole nel 1988 dopo la mobilitazione degli intellettuali, furiosi perché nessun premio importante l'aveva presa in considerazione. È allora che Morrison viene definita per la prima volta "coscienza d'America". "Un compito grave, ma lo accetto. Ho un messaggio preciso. Questo è il percorso compiuto, queste le persone sulla cui pelle il Paese è prosperato".
Arrivano altri riconoscimenti: la cattedra a Princeton, il corso che ispirerà i tanti saggi sulla scrittura. E il Nobel per la Letteratura 1993, che la vede sul palco svedese, felice al fianco di Nelson Mandela, vincitore di quello per la Pace: "Non ci credevo. Sapevo dello scherzo al vostro Alberto Moravia e quando mi chiamarono dissi: "Mi mandate un fax su carta intestata?"". Il discorso che tenne allora, accettando il riconoscimento, dà il titolo all'ultima raccolta di saggi: L'importanza di ogni parola, appena uscita in America e che Frassinelli si prepara a pubblicare in autunno: "Moriamo. Forse è questo il significato della vita", scriveva. "Ma produciamo linguaggio. E forse è questa la misura delle nostre vite".
Anna Pastore, editor di Frassinelli, la sua traduttrice italiana, ma soprattutto sua amica, dice: "Toni offriva sempre punti di vista nuovi. Con i suoi scritti era alla costante ricerca della verità. E ora chi verrà a dircela, dopo di lei?". Di solida fede democratica, l'autrice sapeva bene che il suo lavoro letterario, "scrivere senza preoccuparmi dello sguardo dei bianchi", era anche politico. Era stata lei a soprannominare Bill Clinton "primo presidente nero" d'America: "Nato povero in Arkansas, cresciuto da madre single, figlio di operai, suona il sassofono e mangia junk food. Segue tutti gli stereotipi dei neri". Amica di Barack Obama, che nel 2012 le conferì la medaglia per la Libertà, la più alta decorazione civile statunitense, Morrison alzò per l'ultima volta la voce dopo le uccisioni dei neri che portarono alla nascita del movimento Black Lives Matter. Ne scrisse anche sulle pagine del nostro giornale: "Non è mai successo che un poliziotto abbia sparato alle spalle di un ragazzino bianco".
Il documentario Toni Morrison: The Pieces I Am, diretto dall'amico fotografo Timothy Greenfield-Sanders e presentato all'ultimo Sundance festival, ce ne restituisce il ritratto più ampio. "Grazie Toni. Continuerai a vivere, a sostenerci, a nutrirci" la saluta il regista. Amatissima Toni. Grazie da tutti noi.
Chloe Ardelia Wofford, questo il suo vero nome, era nata a Lorain, Ohio nel 1931. Suo padre, George, era un saldatore. Mamma Ramah, una casalinga impegnatissima nella lotta per i diritti civili: "Papà considerava i bianchi "irriscattabili". Veniva dalla Georgia e da piccolo aveva visto linciare due neri - persone per bene, negozianti - per appropriarsi delle loro proprietà. Mia madre, no, giudicava le persone una per una. Ho imparato da lei a combattere per i nostri diritti, senza odiare nessuno".
Proprio l'esperienza afroamericana, soprattutto quella delle donne, è l'anima dei suoi undici romanzi e nove saggi. Profondamente critici. E, incredibilmente commerciali. A partire da L'occhio più azzurro, del 1970: il dramma di Pecola, la bimba nera che sogna gli occhi azzurri di Shriley Temple. Lo scrisse di notte, sul tavolo da cucina, quando per Random House curava le opere di autori black come Muhammad Alì. E Angela Davis, convinta a scrivere un'autobiografia nonostante avesse solo 26 anni. Aveva cambiato il suo nome in Toni, devota a Sant'Antonio da Padova "protegge i bambini". Per abitudine firmò il primo manoscritto col cognome da sposata, quello di Harold Morrison, padre dei due figli, da cui aveva già divorziato: "Chiamai per farlo cambiare. Ma era troppo tardi. Lo avevano già stampato" .
È proprio Amatissima, del 1987, a portarle la fama. Un racconto struggente, da cui verrà tratto anche il film di Jonathan Demme con Oprah Winfrey, produttrice e protagonista. La storia atroce di Sethe, schiava fuggiasca, che uccide la figlia per non farla crescere in schiavitù, ispirata a un fatto accaduto nel 1855. Le fa vincere il Pulitzer: assegnatole nel 1988 dopo la mobilitazione degli intellettuali, furiosi perché nessun premio importante l'aveva presa in considerazione. È allora che Morrison viene definita per la prima volta "coscienza d'America". "Un compito grave, ma lo accetto. Ho un messaggio preciso. Questo è il percorso compiuto, queste le persone sulla cui pelle il Paese è prosperato".
Arrivano altri riconoscimenti: la cattedra a Princeton, il corso che ispirerà i tanti saggi sulla scrittura. E il Nobel per la Letteratura 1993, che la vede sul palco svedese, felice al fianco di Nelson Mandela, vincitore di quello per la Pace: "Non ci credevo. Sapevo dello scherzo al vostro Alberto Moravia e quando mi chiamarono dissi: "Mi mandate un fax su carta intestata?"". Il discorso che tenne allora, accettando il riconoscimento, dà il titolo all'ultima raccolta di saggi: L'importanza di ogni parola, appena uscita in America e che Frassinelli si prepara a pubblicare in autunno: "Moriamo. Forse è questo il significato della vita", scriveva. "Ma produciamo linguaggio. E forse è questa la misura delle nostre vite".
Anna Pastore, editor di Frassinelli, la sua traduttrice italiana, ma soprattutto sua amica, dice: "Toni offriva sempre punti di vista nuovi. Con i suoi scritti era alla costante ricerca della verità. E ora chi verrà a dircela, dopo di lei?". Di solida fede democratica, l'autrice sapeva bene che il suo lavoro letterario, "scrivere senza preoccuparmi dello sguardo dei bianchi", era anche politico. Era stata lei a soprannominare Bill Clinton "primo presidente nero" d'America: "Nato povero in Arkansas, cresciuto da madre single, figlio di operai, suona il sassofono e mangia junk food. Segue tutti gli stereotipi dei neri". Amica di Barack Obama, che nel 2012 le conferì la medaglia per la Libertà, la più alta decorazione civile statunitense, Morrison alzò per l'ultima volta la voce dopo le uccisioni dei neri che portarono alla nascita del movimento Black Lives Matter. Ne scrisse anche sulle pagine del nostro giornale: "Non è mai successo che un poliziotto abbia sparato alle spalle di un ragazzino bianco".
Il documentario Toni Morrison: The Pieces I Am, diretto dall'amico fotografo Timothy Greenfield-Sanders e presentato all'ultimo Sundance festival, ce ne restituisce il ritratto più ampio. "Grazie Toni. Continuerai a vivere, a sostenerci, a nutrirci" la saluta il regista. Amatissima Toni. Grazie da tutti noi.