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 Capitan America contro Teschio Rosso 

Supereroi, salvateci da Trump

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Art Spiegelman accusa: “Capitan America deve combattere il nuovo Hitler”. E la Marvel censura l’autore di “Maus”
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Perché non ci sono più i super eroi? Un SuperMan o una Wonder Woman che difenda i deboli, scali i grattacieli, distrugga i cattivi e gli arroganti? Domanda frequente, che un "caso americano" ha appena riportato all'attenzione. Questa la storia. Ad Art Spiegelman, il famoso autore della graphic novel Maus - una rivoluzione nella narrazione dell'Olocausto - viene commissionata dalla grande casa editrice Marvel un'introduzione per una collezione sugli anni d'oro del fumetto americano, quelli intorno alla Seconda guerra mondiale, in cui comparvero per la prima volta nel consumo di massa, i supereroi: Captain America, The Human Torch. 

Spiegelman ne glorifica gli autori: ad inventare questi personaggi salvifici erano stati giovani e poveri ebrei arrivati in America da un'Europa che li aveva scacciati e stava programmando il loro sterminio; persone che avevano cambiato il loro nome perché non bene accetto, ma che inconsciamente sperav…
Perché non ci sono più i super eroi? Un SuperMan o una Wonder Woman che difenda i deboli, scali i grattacieli, distrugga i cattivi e gli arroganti? Domanda frequente, che un "caso americano" ha appena riportato all'attenzione. Questa la storia. Ad Art Spiegelman, il famoso autore della graphic novel Maus - una rivoluzione nella narrazione dell'Olocausto - viene commissionata dalla grande casa editrice Marvel un'introduzione per una collezione sugli anni d'oro del fumetto americano, quelli intorno alla Seconda guerra mondiale, in cui comparvero per la prima volta nel consumo di massa, i supereroi: Captain America, The Human Torch. 

Spiegelman ne glorifica gli autori: ad inventare questi personaggi salvifici erano stati giovani e poveri ebrei arrivati in America da un'Europa che li aveva scacciati e stava programmando il loro sterminio; persone che avevano cambiato il loro nome perché non bene accetto, ma che inconsciamente speravano che quell'America facesse qualcosa per loro e contro quell'Hitler, il capofila degli Übermenschen, che trattava gli ebrei europei come ratti per cui invocare la disinfestazione. E così, per esempio, si immaginarono Capitan America (di poche parole, ma dai muscoli ipertrofici) che piomba sul capo dei cattivi, Red Skull (Teschio Rosso, alias Adolf Hitler) e lo schianta con un gancio alla mascella. Autori erano i giovani Joe Simon e Jack Kirby, siamo nel 1941 - prima di Pearl Harbor, con l'America ancora neutrale, le navi dei profughi ebrei respinte in Florida e l'Europa fortezza nazista. La tiratura di Capitan America arrivò a 800 mila copie, gli autori erano nati nei bassifondi della Lower East Side di New York e - secondo Spiegelman - avevano un debito di gratitudine verso quella Statua della Libertà che li aveva accolti poveri e dispersi. Da quelle parole incise nel marmo: "Datemi i vostri poveri...", venne la bella fantasia che ci fosse un campione a difendere tutta la povera umanità. 

Non fu una cosa da poco, quel fumetto, perché mezza America, scatenata contro l'immigrazione e non antipatizzante per quel nazista che in Europa sapeva tenere l'ordine - protestò pesantemente e cercò di intimidire l'editore, la Marvel Comics, addirittura manifestando sotto la sede. Marvel Comics però tenne duro e il "Captain America" di fantasia contribuì, appena dopo Pearl Harbor, a dare fiducia a un paese reale messo in ginocchio da Teschio Rosso. Messa in altri termini: fu il fumetto di Capitan America ad ispirare lo sbarco in Normandia.

"Nel mondo reale contemporaneo", aveva scritto Spiegelman nel suo saggio, "il più malvagio nemico di Capitan America, Teschio Rosso, oggi vive sul grande schermo e l'America è perseguitata da un Teschio Arancione". Il riferimento era ovviamente a Trump, al colore dei suoi capelli e al suo razzismo. Ma alla Marvel è bastata questa allusione, per rifiutare il testo (che però il quotidiano inglese Guardian ha pubblicato integralmente). Motivo: il proprietario di Marvel è amico e finanziatore della rielezione di Donald Trump. Ma forse si è trattato di qualcosa di più del piccolo caso di un padrone pauroso e zelante. Infatti, seguendo questa censura e questa apparentemente minuscola querelle, ci si può interrogare su temi più importanti, decisamente avvincenti e soprattutto attuali, terreni dove si incontrano fantasie, paure, animali, simboli e la nostra concezione della libertà.

Art Spiegelman, che ha introdotto questi temi, è la persona da cui bisogna partire. Nato nel 1948, figlio di due ebrei polacchi sopravvissuti ad Auschwitz, disegnatore non commerciale, compì negli anni Ottanta una delle grandi rivoluzioni artistiche del Novecento. A termine di una ricerca di 15 anni, frutto di creazione letteraria e di un'autoindagine psicoanalitica, produsse una narrazione dell'Olocausto che sta alla pari con quella di Primo Levi. 

Piccoli, minuziosi e realistici disegni in bianco e nero seguono il racconto di Vladek Spiegelman, scontroso, disperato e solitario vecchio genitore che parla al figlio dal piccolo appartamento di Rego Park, Queens in una inospitale New York. La grande invenzione è che tutti, nella graphic novel, hanno la faccia di un animale. Gli ebrei sono topi (Maus è il tedesco per topo), i nazisti sono gatti, i polacchi maiali, gli americani grossi cagnoni, l'Europa è una grande trappola per topi. Tra fantasia e incubo, Spiegelman raccontava un mondo fin troppo reale che gli americani però non conoscevano; il mondo che quei grossi cagnoni conoscevano era invece una fantasia disneyana, nella cui grande fattoria pacifica, i topi erano buoni come Mickey Mouse, i cattivi perdevano sempre. Mickey Mouse avrebbe mai tirato un pugno al Teschio Rosso? Non ci avrebbe pensato proprio: a Mickey Mouse, Hitler non dava nessun fastidio e Walt Disney, un uomo che all'epoca deteneva in America un enorme potere culturale, era un notorio antisemita che si vantava di non aver mai assunto un ebreo nella sua ditta. Questo per dire che ai tempi in cui i due piccoli topolini inventarono un Capitan America di fantasia che li difendesse, nella realtà quotidiana l'ambiente era decisamente ostile. 

È vero che c'era il democratico Roosevelt presidente, ma è altrettanto vero che l'onda isolazionista e razzista stava raggiungendo il suo apice. Per dire, il movimento "America First" dell'eroe nazionale, l'aviatore Charles Lindbergh, contro l'immigrazione e apertamente filo nazista, stava diventando maggioritario. Un oscuro prete cattolico di Detroit, Father Coughlin, parlava alla radio con tale veemenza contro l'immigrazione degli ebrei, che i suoi sermoni diventarono occasione di manifestazioni pubbliche - nei cinema, nelle chiese, ma anche nei bar. Philip Roth, ne Il complotto contro l'America, un romanzo del 2004, racconta bene quel clima; quando i nazisti americani, anno 1940, sfilarono in parata sulla Quinta Strada e l'ambasciata tedesca a Washington protestava perché a Hollywood c'erano troppi ebrei e ordinava di non distribuire i loro film in Germania. 

E dunque, quando oggi al posto di Hitler Art Spiegelman mette Donald Trump - e, cosa non da poco, il simbolico colore dei suoi capelli - sta toccando parecchi nervi scoperti, perché l'attuale presidente degli Stati Uniti vuole veramente il ritorno ad un'America disneyana e bianca e mantiene il potere solo diffondendo la paura che i topi la invadano. Ha ragione il padrone della Marvel, a vietare quelle poche righe: Spiegelman sta andando a rivangare correnti profonde della vita del Nuovo Mondo, memorie di schiavitù, di razzismo che continuamente hanno tenuto in bilico quel grande esperimento di democrazia, perlomeno dai tempi di Lincoln ad oggi; e certo, non sarà un cartoonist a cambiare il mondo, ma in questa grande lotta di uomini bianchi, chi coi baffetti, chi con le mascelle protese, chi con ciuffi di capelli biondi, chi con rosari baciati e migliaia di selfie, un cartoonist ci sguazza bene. E ai ragazzi piacciono ancora i fumetti, più ancora dei social network.

È probabile che il "caso Spiegelman" si spenga subito: Teschio arancione è diventata davvero realtà quotidiana. Forse questa storia ha maggiore attinenza qui da noi che spesso tendiamo, per indole, a dar ragione al Cattivo di turno e a coltivare solo piccole speranze. In questa estate di fantasia, per esempio, si è potuto vedere che a una festa della Lega è stata fatta una piccola rappresentazione teatrale in cui Carola Rakete (la "capitana", la "zecca comunista tedesca") veniva prima ammanettata dietro la schiena e poi, prona, si dibatteva mentre lo stivale del "Capitano" le schiacciava la testa. E tutti ridevano. Sembrava un fumetto, il dopolavoro di un regime che non cambia mai: Matteo Salvini, con felpa e rosario, è stato l'unico super eroe che abbiamo visto da vicino, con cui addirittura ci siamo fatti fotografare. Un giorno diremo, per scusarci: "Non c'era altro...".