Il genio spaventoso di Pascal
Pietro Citati , di PIETRO CITATIStoria di un filosofo che giocava con Dio e con l’infinito e che detestava il suo io con tutte le sue forze. Rispetto a lui, Freud e Marx sembrano relitti del passato
Chateaubriand dice, a proposito di Blaise Pascal (1623-1662) una cosa singolare: "Questo genio spaventoso". Era davvero spaventoso? O, come altri dicono, terribile, duro, assurdo, incomprensibile? (Ma incomprensibili sono tutti gli esseri umani, senza eccezione). Forse era veramente spaventoso. Non aveva nessun affetto per gli altri (proprio lui, che si dichiarava sovranamente cristiano, come scrive nel Compendio della vita di Gesù, a cura di Carlo Carena, postazione di Armando Torno, La vita felice, pagg. 164, euro 12,50); e non voleva che gli altri ne avessero per lui (forse nemmeno le sorelle). Era duro: durissimo, in primo luogo verso se stesso; stava sempre rinchiuso in un io immaginario o assurdo; e voleva sopprimersi, come devono fare tutti gli uomini, perché - frase celeberrima - "le moi est haïssable" (l'io è odioso). Voleva stare in silenzio: o parlare soltanto con quel punto, forse esistente, forse inesistente, che gli uomin…
Chateaubriand dice, a proposito di Blaise Pascal (1623-1662) una cosa singolare: "Questo genio spaventoso". Era davvero spaventoso? O, come altri dicono, terribile, duro, assurdo, incomprensibile? (Ma incomprensibili sono tutti gli esseri umani, senza eccezione). Forse era veramente spaventoso. Non aveva nessun affetto per gli altri (proprio lui, che si dichiarava sovranamente cristiano, come scrive nel Compendio della vita di Gesù, a cura di Carlo Carena, postazione di Armando Torno, La vita felice, pagg. 164, euro 12,50); e non voleva che gli altri ne avessero per lui (forse nemmeno le sorelle). Era duro: durissimo, in primo luogo verso se stesso; stava sempre rinchiuso in un io immaginario o assurdo; e voleva sopprimersi, come devono fare tutti gli uomini, perché - frase celeberrima - "le moi est haïssable" (l'io è odioso). Voleva stare in silenzio: o parlare soltanto con quel punto, forse esistente, forse inesistente, che gli uomini chiamano Dio. Amava la contraddizione: in primo luogo perché Dio era nascosto (absconditus, dicono le Scritture). Egli si manifestava di rado, o non si manifestava con l'evidenza che avrebbe potuto - come un'ombra, o uno spettro. Malgrado questo, amava Dio: sebbene certe frasi tremende lascino dubitare che lo amasse veramente. Forse il tema capitale di tutto ciò che (faticosamente, dispettosamente, rabbiosamente) egli scrisse, non è Dio né la Chiesa, e nemmeno Gesù Cristo (a cui tutta la sua opera è dedicata), ma gli spazi - gli spazi interminati, diceva esattamente come Leopardi, che fingeva di conoscerlo poco. "Quando considero la corta durata della mia vita, assorbita nell'eternità precedente e seguente, il piccolo spazio che riempio e persino che vedo, inabissato nell'infinita immensità degli spazi che ignoro e che mi ignorano, mi spaventa, e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là, perché non c'è ragione per cui io sia qui piuttosto che là, perché adesso piuttosto che poi. Chi mi ci ha messo? Per ordine di chi, questo luogo e questo tempo è stato destinato a me?": questo universo che mi inghiotte come un punto.
E ancora: "Vedendo l'accecamento e la miseria dell'uomo, guardando tutto l'universo muto, e l'uomo senza luce, abbandonato a se stesso, e come perduto in quest'angolo dell'universo senza sapere chi ce l'ha messo, cosa c'è venuto a fare, e cosa diverrà morendo, incapace di qualsiasi conoscenza, mi spavento come un uomo caduto addormentato in un'isola deserta e spaventosa, e che si sveglia senza conoscere dov'è e senza possibilità di uscirne".
"Non so chi m'ha messo al mondo, né cosa è il mondo, né cosa sono io. Sono in una ignoranza terribile di tutte le cose. Non so cos'è il mio corpo, cosa sono i miei sensi, cosa la mia anima; e questa parte stessa di me che pensa quello che dice, e che riflette su tutto e su se stesso, non si conosce come il resto. Vedo questi spaventosi spazi dell'universo che mi chiudono, e mi trovo attaccato a un punto di questa vasta distesa, senza sapere perché sono posto piuttosto in un luogo che in un altro, né perché questo poco di tempo che mi è dato da vivere, mi è assegnato in questo punto piuttosto che in un altro di tutta l'eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà. Non vedo che infinito da tutte le parti che mi inghiottono come un atomo, e come un'ombra che dura un istante... Siccome non so da dove vengo, così non so dove vado, e so soltanto che uscendo da questo mondo, cadrò per sempre nel nulla, o nelle mani di un Dio irritato". Non posso smettere di citare queste pagine meravigliose; o piuttosto, come diceva Chateaubriand, spaventose. Il culmine di Pascal non sta nelle pagine su Gesù Cristo (ne abbiamo lette più belle, o sulla Chiesa, o sull'Antico e Nuovo Testamento), ma nelle parole dette sull'enormità e piccolezza dello spazio: sul punto e sull'infinito. Non si può smettere di parlare su Pascal. Ha una mente che raggiunge tutti gli infiniti e gli estremi e gli abissi, ed è capace di contraddirsi: anzi egli stesso è la contraddizione. Quale semplicità terrificante, quale veramente spaventosa esperienza mistica, quale ordine matematico, quale atroce mortificazione dei sensi. Tutto parte dalle Scritture; ma i più difficili passi dell'Ecclesiaste e del Cantico dei Cantici sembrano, a confronto delle Pensées, l'escogitazione di un bambino mediocre.
Proprio le Pensées sono la vera riflessione di un uomo moderno, che si lascia dietro stoicismo, epicureismo, platonismo, calvinismo. Pascal è sempre un passo, o dieci passi in avanti. Leibniz, Kant, Hegel, Marx, Freud sembrano infimi relitti del passato: o libri di cui potremmo benissimo fare a meno.
In Pascal c'è tutto. C'è il gioco: non solo un'angosciosa ironia: ma la roulette dai cinque soldi, le invenzioni che egli attribuisce a moltissimi nomi, visto che egli era moltissime persone, che non sapremo descrivere, o nemmeno enumerare. Ammiriamo persino come scriveva: su fogli di grande formato, 38 cm x 23. Ammiriamo lo stile, corretto e ricorretto e rivisto e rielaborato, cancellato - perché il silenzio può essere più espressivo delle parole -, e le varianti molteplici, che avvolgono il foglio. A volte, abbiamo l'impressione che non esista un testo definitivo, ma la pura mobilità, senza punteggiatura. Quale gioco, che deride tutti i giochi, e in primo luogo se stesso, e schernisce l'infinita vanità, che costruisce la solidità del mondo.
Intorno alle Provinciales e alle Pensées e ai testi minori, fioriscono gli scritti dei familiari: il padre, le sorelle Gilberte e Jacqueline, come se tutta la famiglia pensasse, meditasse, scrivesse. Al centro sta sempre la scrittura di Blaise. Proclama di non essere legato al presente (sebbene altre volte dica che il presente sia il solo tempo veramente morto): si sente legato al piccolo, al minimo, per quanto esalti la grandezza di Dio, nella quale crede interamente. Cambia facilmente idea, cerca il disordine, la volubilità, la contraddizione: alla fine di una verità, ricorda ed esalta la verità opposta. Si annoia della profondità, come fosse Kierkegaard, preferisce il disordine all'ordine, la confusione al disegno preciso, osserva dappertutto i segni della decadenza dell'uomo, persino dall'ieri all'oggi, salvo sperare, in modo poco comprensibile, in un futuro felice per tutti. Osserva il continuo, ora lieto, ora disperato movimento, cerca Dio, come un liberatore alla fine dei tempi, a tratti vede, da tutte le parti e in tutti i tempi, soltanto oscurità - oscurità fittissima, che nemmeno la luce di Dio può illuminare. Trova che la religione cristiana è contraria alla natura, non vede, in Platone ed Aristotele, altro che due grandi, irripetibili giocatori, piuttosto che i Vangeli, esalta san Paolo e sant'Agostino, di cui sente di essere il doppio, condanna Montaigne (di cui dice di contenere una parte in se stesso), distingue spirito di geometria e spirito di finezza, ora mortifica i sensi, ora esalta la sensibilità sottile e capziosa, oppone virtù opposte, tuffandovisi negli abissi della propria memoria prodigiosa.
Come ripete, condanna il suo io "haïssable". Ma, in realtà, la sostanza di tutto quello che vive e scrive è il suo io, proprio quel "moi haïssable": quasi la fonte del suo pensiero e della sua esistenza, che lo tortura sempre di più nel corso degli anni.
Dicono che è un cristiano; ma, con più verità, potremmo dire che è un malato: un malato gravissimo, di una malattia che cresce rapidamente negli ultimi quattro anni, e lo lascia esausto. Aveva bisogno che un ecclesiastico trascorresse le notti accanto al suo letto; e, in certo modo, esasperava la sua malattia, perché vi vedeva un rovinoso segno di Dio. Smette di cibarsi, mortifica i sensi - perché di nuovo, nelle malattie e nell'astinenza, vede una lontana traccia di Dio. Forse - egli pensa - la malattia è cristiana: mentre la salute è una cosa empia. Lui è Giobbe, gettato su una massa di rifiuti. Ma qualcosa lo salva sempre: lo stile. Scrive continuamente: non vuole dimenticare nulla di quello che ha pensato e sentito; a volte gli bastano poche righe - una specie di sublime stenografia, sebbene imperfetta.
Infine tutto precipitò. Le malattie si moltiplicarono, e si estesero profondamente: erano intollerabili, lo distruggevano giorno per giorno, impedendogli di pensare e di scrivere. Smise di mangiare cose solide. Disse: "Che Dio non mi abbandoni mai"; distrusse gli ultimi quattro anni della sua vita finché morì all'una di notte del 19 agosto 1662. Le sorelle seppellirono quel misero scheletro il 21 agosto. Gilbert raccontò la sua vita e la sua morte (La vita del signor Pascal, Amsterdam, 1684). Rimase soltanto il suo stile straordinario, ora vasto e lento, ora rapidissimo. E una frase apocalittica: "Quando vedrete l'abominio della desolazione nel luogo dove non deve essere, allora che ciascuno fugga, senza restare nella sua casa". Pascal non fuggì: rimase nel suo tempo, nella casa, nell'eterno. Doveva attendere che il tempo si svolgesse da lui, e diventasse l'oggi: il tempo più terribile che sia mai esistito.
NB. Bisogna leggere Pascal in francese, non italiano. L'edizione migliore è quella in due volumi della Pléiade.
E ancora: "Vedendo l'accecamento e la miseria dell'uomo, guardando tutto l'universo muto, e l'uomo senza luce, abbandonato a se stesso, e come perduto in quest'angolo dell'universo senza sapere chi ce l'ha messo, cosa c'è venuto a fare, e cosa diverrà morendo, incapace di qualsiasi conoscenza, mi spavento come un uomo caduto addormentato in un'isola deserta e spaventosa, e che si sveglia senza conoscere dov'è e senza possibilità di uscirne".
"Non so chi m'ha messo al mondo, né cosa è il mondo, né cosa sono io. Sono in una ignoranza terribile di tutte le cose. Non so cos'è il mio corpo, cosa sono i miei sensi, cosa la mia anima; e questa parte stessa di me che pensa quello che dice, e che riflette su tutto e su se stesso, non si conosce come il resto. Vedo questi spaventosi spazi dell'universo che mi chiudono, e mi trovo attaccato a un punto di questa vasta distesa, senza sapere perché sono posto piuttosto in un luogo che in un altro, né perché questo poco di tempo che mi è dato da vivere, mi è assegnato in questo punto piuttosto che in un altro di tutta l'eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà. Non vedo che infinito da tutte le parti che mi inghiottono come un atomo, e come un'ombra che dura un istante... Siccome non so da dove vengo, così non so dove vado, e so soltanto che uscendo da questo mondo, cadrò per sempre nel nulla, o nelle mani di un Dio irritato". Non posso smettere di citare queste pagine meravigliose; o piuttosto, come diceva Chateaubriand, spaventose. Il culmine di Pascal non sta nelle pagine su Gesù Cristo (ne abbiamo lette più belle, o sulla Chiesa, o sull'Antico e Nuovo Testamento), ma nelle parole dette sull'enormità e piccolezza dello spazio: sul punto e sull'infinito. Non si può smettere di parlare su Pascal. Ha una mente che raggiunge tutti gli infiniti e gli estremi e gli abissi, ed è capace di contraddirsi: anzi egli stesso è la contraddizione. Quale semplicità terrificante, quale veramente spaventosa esperienza mistica, quale ordine matematico, quale atroce mortificazione dei sensi. Tutto parte dalle Scritture; ma i più difficili passi dell'Ecclesiaste e del Cantico dei Cantici sembrano, a confronto delle Pensées, l'escogitazione di un bambino mediocre.
Proprio le Pensées sono la vera riflessione di un uomo moderno, che si lascia dietro stoicismo, epicureismo, platonismo, calvinismo. Pascal è sempre un passo, o dieci passi in avanti. Leibniz, Kant, Hegel, Marx, Freud sembrano infimi relitti del passato: o libri di cui potremmo benissimo fare a meno.
In Pascal c'è tutto. C'è il gioco: non solo un'angosciosa ironia: ma la roulette dai cinque soldi, le invenzioni che egli attribuisce a moltissimi nomi, visto che egli era moltissime persone, che non sapremo descrivere, o nemmeno enumerare. Ammiriamo persino come scriveva: su fogli di grande formato, 38 cm x 23. Ammiriamo lo stile, corretto e ricorretto e rivisto e rielaborato, cancellato - perché il silenzio può essere più espressivo delle parole -, e le varianti molteplici, che avvolgono il foglio. A volte, abbiamo l'impressione che non esista un testo definitivo, ma la pura mobilità, senza punteggiatura. Quale gioco, che deride tutti i giochi, e in primo luogo se stesso, e schernisce l'infinita vanità, che costruisce la solidità del mondo.
Intorno alle Provinciales e alle Pensées e ai testi minori, fioriscono gli scritti dei familiari: il padre, le sorelle Gilberte e Jacqueline, come se tutta la famiglia pensasse, meditasse, scrivesse. Al centro sta sempre la scrittura di Blaise. Proclama di non essere legato al presente (sebbene altre volte dica che il presente sia il solo tempo veramente morto): si sente legato al piccolo, al minimo, per quanto esalti la grandezza di Dio, nella quale crede interamente. Cambia facilmente idea, cerca il disordine, la volubilità, la contraddizione: alla fine di una verità, ricorda ed esalta la verità opposta. Si annoia della profondità, come fosse Kierkegaard, preferisce il disordine all'ordine, la confusione al disegno preciso, osserva dappertutto i segni della decadenza dell'uomo, persino dall'ieri all'oggi, salvo sperare, in modo poco comprensibile, in un futuro felice per tutti. Osserva il continuo, ora lieto, ora disperato movimento, cerca Dio, come un liberatore alla fine dei tempi, a tratti vede, da tutte le parti e in tutti i tempi, soltanto oscurità - oscurità fittissima, che nemmeno la luce di Dio può illuminare. Trova che la religione cristiana è contraria alla natura, non vede, in Platone ed Aristotele, altro che due grandi, irripetibili giocatori, piuttosto che i Vangeli, esalta san Paolo e sant'Agostino, di cui sente di essere il doppio, condanna Montaigne (di cui dice di contenere una parte in se stesso), distingue spirito di geometria e spirito di finezza, ora mortifica i sensi, ora esalta la sensibilità sottile e capziosa, oppone virtù opposte, tuffandovisi negli abissi della propria memoria prodigiosa.
Come ripete, condanna il suo io "haïssable". Ma, in realtà, la sostanza di tutto quello che vive e scrive è il suo io, proprio quel "moi haïssable": quasi la fonte del suo pensiero e della sua esistenza, che lo tortura sempre di più nel corso degli anni.
Dicono che è un cristiano; ma, con più verità, potremmo dire che è un malato: un malato gravissimo, di una malattia che cresce rapidamente negli ultimi quattro anni, e lo lascia esausto. Aveva bisogno che un ecclesiastico trascorresse le notti accanto al suo letto; e, in certo modo, esasperava la sua malattia, perché vi vedeva un rovinoso segno di Dio. Smette di cibarsi, mortifica i sensi - perché di nuovo, nelle malattie e nell'astinenza, vede una lontana traccia di Dio. Forse - egli pensa - la malattia è cristiana: mentre la salute è una cosa empia. Lui è Giobbe, gettato su una massa di rifiuti. Ma qualcosa lo salva sempre: lo stile. Scrive continuamente: non vuole dimenticare nulla di quello che ha pensato e sentito; a volte gli bastano poche righe - una specie di sublime stenografia, sebbene imperfetta.
Infine tutto precipitò. Le malattie si moltiplicarono, e si estesero profondamente: erano intollerabili, lo distruggevano giorno per giorno, impedendogli di pensare e di scrivere. Smise di mangiare cose solide. Disse: "Che Dio non mi abbandoni mai"; distrusse gli ultimi quattro anni della sua vita finché morì all'una di notte del 19 agosto 1662. Le sorelle seppellirono quel misero scheletro il 21 agosto. Gilbert raccontò la sua vita e la sua morte (La vita del signor Pascal, Amsterdam, 1684). Rimase soltanto il suo stile straordinario, ora vasto e lento, ora rapidissimo. E una frase apocalittica: "Quando vedrete l'abominio della desolazione nel luogo dove non deve essere, allora che ciascuno fugga, senza restare nella sua casa". Pascal non fuggì: rimase nel suo tempo, nella casa, nell'eterno. Doveva attendere che il tempo si svolgesse da lui, e diventasse l'oggi: il tempo più terribile che sia mai esistito.
NB. Bisogna leggere Pascal in francese, non italiano. L'edizione migliore è quella in due volumi della Pléiade.