Stand by King
Giancarlo de Cataldo , di GIANCARLO DE CATALDODodicenni coraggiosi, paura, prigione e adrenalina. Con “L’Istituto” il re del brivido torna al suo massimo splendore
Una notte come tante, a Minneapolis, nel Minnesota, una squadra di specialisti penetra nella modesta casa della famiglia Ellis, uccide mamma e papà e si porta via il dodicenne Luke. All'indomani Luke si risveglia in una lugubre struttura di luci fredde, inferriate e catene che sta fra l'ospedale e il carcere. Lo chiamano "L'Istituto", questo luogo infernale gestito da crudeli sorveglianti governati con mano inflessibile dalla sadica signorina Sisgby. Qui Luke incontra Kalisha, Nick, George, Iris e il piccolo Avery. Tutti rapiti e tutti concentrati nell'Istituto per uno scopo ben preciso: studiare i poteri dei quali sono dotati - telecinesi, telepatia - potenziarli, usarli come armi micidiali. Finché, una volta sfruttate le loro doti, non diventeranno inutili. Perché dall'Istituto non si può uscire. A meno che proprio Luke, l'ultimo arrivato, il quasi adolescente più intelligente del mondo, non si inventi qualcosa. Na…
Una notte come tante, a Minneapolis, nel Minnesota, una squadra di specialisti penetra nella modesta casa della famiglia Ellis, uccide mamma e papà e si porta via il dodicenne Luke. All'indomani Luke si risveglia in una lugubre struttura di luci fredde, inferriate e catene che sta fra l'ospedale e il carcere. Lo chiamano "L'Istituto", questo luogo infernale gestito da crudeli sorveglianti governati con mano inflessibile dalla sadica signorina Sisgby. Qui Luke incontra Kalisha, Nick, George, Iris e il piccolo Avery. Tutti rapiti e tutti concentrati nell'Istituto per uno scopo ben preciso: studiare i poteri dei quali sono dotati - telecinesi, telepatia - potenziarli, usarli come armi micidiali. Finché, una volta sfruttate le loro doti, non diventeranno inutili. Perché dall'Istituto non si può uscire. A meno che proprio Luke, l'ultimo arrivato, il quasi adolescente più intelligente del mondo, non si inventi qualcosa. Naturalmente, con la complicità dei suoi piccoli amici.
Il lettore che dovesse scoprire oggi King si troverà alle prese con un racconto adrenalinico, avvincente, ricchissimo di notazioni impreviste e imprevedibili sull'America di oggi e di sempre, sorprendenti in una storia antirealistica, e con venature poetiche nella descrizione dell'infanzia violata e saccheggiata dei giovanissimi eroi. Chi ben conosce l'opera del maestro del Maine ritroverà ne L'Istituto alcuni degli stilemi che hanno contribuito a fare di Stephen King uno dei più celebri e amati autori contemporanei. Ad esempio: lo schema "banda di ragazzini - incarnazione del Bene e dell'innocenza - contro la violenza degli adulti - espressione della corruzione e del Male". Un archetipo della fiaba, dai fratelli Grimm in avanti, da Pollicino ad Hansel e Gretel, transitato nella moderna letteratura americana grazie a Tom Sawyer e Huck Finn, del quale King si era già servito in capolavori come Stand by me e It.
E si può aggiungere che nelle oltre cinquecento pagine del romanzo affiorano memorie di un altro suo precedente titolo, L'Incendiaria, e personaggi che ricordano Undi, la ragazzina sensitiva della serie Stranger Things (che King non ha scritto, ma che da King ha innegabilmente tratto evidenti suggestioni). Sino al bocconcino per gli esegeti: l'espediente che Luke sfrutta per entrare in contatto con una sorvegliante meno incarognita (e servirsene) richiama il trucco che il prigioniero protagonista de Le ali della libertà idea per accattivarsi le simpatie del corrotto direttore del penitenziario. King non disdegna, insomma, l'autocitazione. Ma a un signore che ha alle spalle più di quarant'anni di bestseller si può riconoscere non tanto il diritto di ripetersi, quanto di sfruttare un canone che, se proprio King non ha inventato, data la matrice classica, ha comunque trasformato in qualcosa di così personale e immediatamente riconoscibile da potersene ritenere, se non altro, il detentore qualificato.
Un canone, oltretutto, che nel corso degli anni assume sfumature sempre diverse. Ed anche questo è tipico di King: accanto al livello mitico profondo - la lotta del Bene contro il Male, i ragazzi che devono trovare la via d'uscita dalla selva oscura dell'esistenza, sino a diventare esseri umani migliori di quelli che li hanno generati, a volte autentici mostri - c'è sempre una lettura sensibile al contemporaneo. Il Male cambia e si evolve: It è scritto in pieno dominio reaganiano, ed esplicita una forte critica a un patto di fondazione che riconduce il benessere di pochi forti al sacrificio dei molti deboli.
Ne L'Istituto si rievocano i piani occulti di guerra psicologica realmente messi in opera dal governo americano (e non solo) a partire dagli anni Quaranta: operazioni come Mind Control ed Mk-Ultra, che prevedevano esperimenti su cavie inconsapevoli e l'uso dell'Lsd e altre droghe allucinogene, e non mancano riferimenti all'ossessione sicuritaria che già Philip Dick (l'altro grande influencer dell'immaginario contemporaneo) aveva stigmatizzato in Minority Report. E come cambia il Male, cambiano anche i suoi nemici, gli eroici ragazzi. Eroici, però mai del tutto "normali", perché necessariamente difettosi, fuori tempo, problematici. Come Luke Ellis, che non è un gran che quanto a capacità di leggere nella mente altrui e muovere cucchiaini, ma possiede qualità che mancano ai suoi carcerieri, come a tutti quelli (sembra suggerire King) che muovono gli ingranaggi ottusi del Potere: l'intelligenza e l'empatia. King, insomma, più che ripetersi si aggiorna: qualche anno fa Luke Ellis sarebbe finito a Zuccotti Park con gli Occupy Wall Street, oggi veleggerebbe in acque oceaniche accanto a Greta. Sempre inquieto e "diverso", sempre dalla parte giusta.
Il lettore che dovesse scoprire oggi King si troverà alle prese con un racconto adrenalinico, avvincente, ricchissimo di notazioni impreviste e imprevedibili sull'America di oggi e di sempre, sorprendenti in una storia antirealistica, e con venature poetiche nella descrizione dell'infanzia violata e saccheggiata dei giovanissimi eroi. Chi ben conosce l'opera del maestro del Maine ritroverà ne L'Istituto alcuni degli stilemi che hanno contribuito a fare di Stephen King uno dei più celebri e amati autori contemporanei. Ad esempio: lo schema "banda di ragazzini - incarnazione del Bene e dell'innocenza - contro la violenza degli adulti - espressione della corruzione e del Male". Un archetipo della fiaba, dai fratelli Grimm in avanti, da Pollicino ad Hansel e Gretel, transitato nella moderna letteratura americana grazie a Tom Sawyer e Huck Finn, del quale King si era già servito in capolavori come Stand by me e It.
E si può aggiungere che nelle oltre cinquecento pagine del romanzo affiorano memorie di un altro suo precedente titolo, L'Incendiaria, e personaggi che ricordano Undi, la ragazzina sensitiva della serie Stranger Things (che King non ha scritto, ma che da King ha innegabilmente tratto evidenti suggestioni). Sino al bocconcino per gli esegeti: l'espediente che Luke sfrutta per entrare in contatto con una sorvegliante meno incarognita (e servirsene) richiama il trucco che il prigioniero protagonista de Le ali della libertà idea per accattivarsi le simpatie del corrotto direttore del penitenziario. King non disdegna, insomma, l'autocitazione. Ma a un signore che ha alle spalle più di quarant'anni di bestseller si può riconoscere non tanto il diritto di ripetersi, quanto di sfruttare un canone che, se proprio King non ha inventato, data la matrice classica, ha comunque trasformato in qualcosa di così personale e immediatamente riconoscibile da potersene ritenere, se non altro, il detentore qualificato.
Un canone, oltretutto, che nel corso degli anni assume sfumature sempre diverse. Ed anche questo è tipico di King: accanto al livello mitico profondo - la lotta del Bene contro il Male, i ragazzi che devono trovare la via d'uscita dalla selva oscura dell'esistenza, sino a diventare esseri umani migliori di quelli che li hanno generati, a volte autentici mostri - c'è sempre una lettura sensibile al contemporaneo. Il Male cambia e si evolve: It è scritto in pieno dominio reaganiano, ed esplicita una forte critica a un patto di fondazione che riconduce il benessere di pochi forti al sacrificio dei molti deboli.
Ne L'Istituto si rievocano i piani occulti di guerra psicologica realmente messi in opera dal governo americano (e non solo) a partire dagli anni Quaranta: operazioni come Mind Control ed Mk-Ultra, che prevedevano esperimenti su cavie inconsapevoli e l'uso dell'Lsd e altre droghe allucinogene, e non mancano riferimenti all'ossessione sicuritaria che già Philip Dick (l'altro grande influencer dell'immaginario contemporaneo) aveva stigmatizzato in Minority Report. E come cambia il Male, cambiano anche i suoi nemici, gli eroici ragazzi. Eroici, però mai del tutto "normali", perché necessariamente difettosi, fuori tempo, problematici. Come Luke Ellis, che non è un gran che quanto a capacità di leggere nella mente altrui e muovere cucchiaini, ma possiede qualità che mancano ai suoi carcerieri, come a tutti quelli (sembra suggerire King) che muovono gli ingranaggi ottusi del Potere: l'intelligenza e l'empatia. King, insomma, più che ripetersi si aggiorna: qualche anno fa Luke Ellis sarebbe finito a Zuccotti Park con gli Occupy Wall Street, oggi veleggerebbe in acque oceaniche accanto a Greta. Sempre inquieto e "diverso", sempre dalla parte giusta.