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Il ponte Glienicker a Potsdam 

Il ponte delle spie

Cronache del muro / 9. Le antenne sensibili dei servizi segreti, a Est e a Ovest, avvertivano per prime i segnali di disgregazione del blocco comunista
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Aveva studiato a Bologna, aveva viaggiato da Caracas a Singapore, ma soprattutto aveva lavorato in Germania. Prima a Düsseldorf, poi a Berlino Ovest, quindi a Pankow, il cuore politico della Ddr a Berlino Est, leggendo dossier segreti, rapporti riservati, telex cifrati. E adesso era in poltrona al ristorante dell'hotel Le Meurice, al 228 di rue de Rivoli, a Parigi. Felix Bloch diede un'occhiata veloce al menu, quasi che il cibo non lo interessasse. Appena seduto aveva infilato sotto il tavolo una borsa nera, facendola sparire dietro la tovaglia, come se non fosse adatta alla cena d'affari di un funzionario d'alto grado del Dipartimento di Stato americano come lui, numero due dell'ambasciata a Vienna dal 1980 al 1987. Con un accendino truccato, due agenti della Direction de la surveillance du territoire, il controspionaggio francese, lo avevano già fotografato tre volte da un tavolo giù in fondo, sotto uno dei quattro lampadari di cristallo, mentr…
Aveva studiato a Bologna, aveva viaggiato da Caracas a Singapore, ma soprattutto aveva lavorato in Germania. Prima a Düsseldorf, poi a Berlino Ovest, quindi a Pankow, il cuore politico della Ddr a Berlino Est, leggendo dossier segreti, rapporti riservati, telex cifrati. E adesso era in poltrona al ristorante dell'hotel Le Meurice, al 228 di rue de Rivoli, a Parigi. Felix Bloch diede un'occhiata veloce al menu, quasi che il cibo non lo interessasse. Appena seduto aveva infilato sotto il tavolo una borsa nera, facendola sparire dietro la tovaglia, come se non fosse adatta alla cena d'affari di un funzionario d'alto grado del Dipartimento di Stato americano come lui, numero due dell'ambasciata a Vienna dal 1980 al 1987. Con un accendino truccato, due agenti della Direction de la surveillance du territoire, il controspionaggio francese, lo avevano già fotografato tre volte da un tavolo giù in fondo, sotto uno dei quattro lampadari di cristallo, mentre pranzava conversando con un uomo alto coi capelli scuri e i baffi: si presentava come Pierre Bart, francese, oppure qualche volta come Reino Gikman, finlandese, ma in realtà era un agente del Kgb con sede stabile a Vienna, la capitale delle spie. Quando l'americano si alzò dopo aver guardato l'orologio, Pierre-Reino pagò il conto, poi si curvò frugando sotto il tavolo, lasciò la mancia e uscì tenendo stretta nella mano destra la valigetta nera.
Le strumentazioni della Stasi al Bunker Museum di Frauenwald 

Per mesi il caso Bloch, immortalato in quelle foto francesi, tenne banco a Washington, nonostante lui assicurasse che l'occasione di quel pranzo innocente era un semplice scambio di francobolli della Mitteleuropa, di cui i due commensali erano grandi appassionati. Ma il panico correva tra le due capitali della Guerra fredda, Mosca e Washington, rimbalzando naturalmente nel cuore del conflitto, a Berlino. Le antenne sensibili dei servizi segreti, a Est e a Ovest, avvertivano per prime i segnali di disgregazione del blocco comunista, e gli agenti che per anni avevano fatto il doppio o il triplo gioco al riparo della fissità immobile del Muro adesso cercavano di salvare se stessi dagli scricchiolii che precedono il grande crollo.

Cia e Kgb si stavano incontrando ufficialmente a Santa Monica per scambiarsi informazioni contro il terrorismo, ma intanto un ex consigliere del ministro degli Esteri sovietico Shevardnadze, Vladimir Alpenidze, approfittando di un viaggio in delegazione a Roma il 5 settembre 1989 aveva chiesto asilo politico agli Stati Uniti; un capitano d'aviazione di stanza a Berlino Ovest, Vladimir Hirsh, era finito sotto inchiesta col sospetto di aver passato informazioni ai russi; la Dpa, l'agenzia di stampa tedesco-occidentale, aveva appena battuto la notizia di un alto ufficiale dei servizi segreti della Ddr fuggito all'Ovest per collaborare con il controspionaggio, "la più grande pesca degli ultimi dieci anni". E adesso il mistero irrisolto di Bloch, il terrore che proprio lui - con tutti quei segreti sulle due Germanie - fosse "la spia perfetta", convinto dal Kgb a collaborare magari attraverso il ricatto di quegli appuntamenti sadomasochistici (con frusta e stivali) a 250 dollari ogni sabato mattina con Tina Jirousek, cameriera viennese di 34 anni interrogata per dieci ore dal Federal Grand Jury: con Bloch che la vede spuntare dal suo passato dentro i telegiornali americani, mentre sta chiuso in casa sorvegliato dall'Fbi, accarezzando un white terrier dal nome perfetto per questo autunno delle spie: Mephisto.
I faldoni con i documenti dell’archivio della Stasi conservati a Berlino
  

Come se tutte le angosce di Berlino dovessero per forza incarnarsi nella pietra e nel cemento, il vero demone della sorveglianza viveva insieme con l'eterno spettro della paura dentro i 22 ettari della città proibita, coi 29 palazzoni cresciuti attorno al numero 22 di Normannenstrasse, l'indirizzo più spaventoso di tutta la Ddr. Da qui la Stasi, il ministero per la sicurezza dello Stato, gettava la sua rete sulla società tedesco-orientale, sulle fabbriche e sugli uffici, sulla cultura e sullo sport, sulle chiese e sulle scuole, sull'arte e sul teatro, ma anche sulle famiglie, penetrando nelle case, nella mente degli individui, nel segreto dei loro rapporti, nel mistero delle loro inquietudini e nel privato delle loro ambizioni: trasformando tutto in commercio politico redditizio attraverso ricatti, lusinghe, minacce, seduzioni, facilitazioni, costrizioni, e facendo così prigioniero un intero popolo. Una cattura dell'anima collettiva, un'intimidazione permanente sospesa sul Paese, una sudditanza costante all'arbitrio assoluto del potere, grazie alla grande ragnatela di Stato che l'onnipotenza poliziesca del partito stendeva sulla vita quotidiana.

La macchina dello spionaggio era straordinaria per le dimensioni, ma più ancora per le intenzioni. Poteva contare su 110 mila agenti segreti (la Gestapo aveva 15 mila collaboratori), su un battaglione militare intitolato a Felix Dzerzhinski, fondatore della Ceka, la "madre" del Kgb, ma soprattutto su 190 mila "Inoffizielle Mitarbeiter", gli IM, informatori non ufficiali. Tutti questi uomini e donne trasformati in agenti investigativi, delatori, sicofanti, cospiratori, basisti, infiltrati, allo scopo di spiare un Paese di 16 milioni di abitanti, controllato, pedinato, intercettato, censurato, ricattato e minacciato più di qualsiasi altro Stato socialista: visto che il Kgb poteva contare nelle Russie su una spia ogni 1600 cittadini, la Securitate a Bucarest su un agente ogni 1500 romeni e la Stasi nella Ddr disponeva di una rete colossale, con un informatore ogni 50 persone.

L'ambizione, come l'estensione, era titanica, sovrumana, addirittura divina. Il partito aveva creato l'uomo nuovo, un ideal-tipo di suddito militante, modificato al servizio del comunismo. La Stasi, "scudo e spada del partito" aveva selezionato in questa progenie una super casta politica particolare, composta da figli di agenti, di operai, di militari, di iscritti alla Sed impermeabili a parentele, amori, affari e consuetudini con la Germania Ovest e con i Paesi occidentali: dunque vergini, incontaminati, puri, fedeli, obbedienti, sicuri, ideologizzati e ricompensati per questa predisposizione genetica e questa totale dedizione con l'accesso privilegiato a una vita parallela di case riservate, mense dedicate, ambulatori appartati, viaggi facilitati. L'arruolato, dopo aver studiato il russo e il marxismo-leninismo, si specializzava all'accademia segreta della Stasi, quindi giurava di seguire "i comandamenti della morale socialista" e di sorvegliare costantemente "i metodi criminali degli agenti imperialisti". Da quel momento, il Ministero veniva prima di ogni altra cosa. Il nuovo agente non poteva parlare del suo lavoro con la famiglia e con gli amici, non poteva sposarsi senza chiedere l'approvazione preventiva, non poteva neppure decidere da solo di farsi crescere la barba e i baffi (o tagliarseli), perché così avrebbe modificato i connotati in base ai quali era stato scelto e schedato nella macchina infernale degli archivi dello spionaggio.
La prigione della Stasi a Berlino 

L'ossessione del potere era il controllo. Il suo motore era il sospetto, il suo metodo la sorveglianza, il suo risultato il dossier. Per questo lo scrigno del comando diventava l'archivio, che traduceva su carta la nevrosi di Stato per un'infedeltà costante e nascosta che poteva emergere all'improvviso dovunque, minaccia eversiva alla sicurezza della Ddr. Ecco perché la mappa del territorio da vigilare, delle attività da investigare, delle persone di cui diffidare non conosceva limiti, dalle frontiere alle forze armate, al partito, alle aziende, alle scuole, alle chiese, agli intellettuali, agli artisti, agli sportivi. Un gigantesco dubbio di Stato pendeva sui cittadini, una relazione perenne di diffidenza legava il partito e i sudditi. Due diverse paure agivano ai due livelli, in una sorta di moto perpetuo tra il controllore e il controllato: la paura del regime per un malcontento prigioniero eppure sensibile, latente ma quasi visibile, soffocato e tuttavia ineliminabile; e la paura della popolazione inquisita in ogni spazio riservato, in qualsiasi ambito personale, nel sentimento dell'intimità, al punto da essere svuotata di ogni autonomia, vivendo nella subordinazione vincolata di un riflesso sempre condizionato. A cementare le due paure contrapposte nel clima della Guerra fredda era la pratica di Stato del grande sospetto, l'ombra nera di una sfiducia permanente e reciproca tra governanti e governati, come se la Ddr fosse un gigantesco laboratorio sperimentale di psicologia della diffidenza.

Che infatti arriva a sperimentare le pratiche di "decomposizione" mentale, con agenti speciali addestrati a condizionare psicologicamente le vittime, danneggiando il loro lavoro, falsando i risultati, manipolando i loro amici, seminando dubbi e sospetti, minando matrimoni, alterando la dinamica naturale di gruppi, ambienti, famiglie, uffici, modificando le prognosi dei medici, falsificando i certificati di morte, penetrando nelle case per spostare oggetti, lasciare mozziconi di sigarette, aprire l'acqua, accendere la luce, disfare il letto, nascondere un cappotto: per indebolire la fiducia delle persone in se stesse, turbandole fino allo squilibrio. È il tentativo metafisico di alterare la realtà, perché la Stasi non si limita a spiare la vita quotidiana dei sospettati, ma la devia, la corregge, la sposta indirizzandola: cioè la determina, anzi la ri-crea, copiando l'Onnipotente. E cercando ogni volta lo "Schweinehund" che è dentro ogni uomo, il punto-canaglia da afferrare, per incassare la bassezza, ricattare la debolezza, o venire a patti con l'abiezione.

Tortura mentale, dunque, ma non solo. Perché l'arma psicologica è pronta in ogni momento a virare sulla psicosi, sulla paranoia, sull'ossessione, con quasi 100 mila lettere al giorno aperte clandestinamente da una macchina col vapore, lette e se è il caso copiate e classificate, 23 centrali di intercettazione telefonica nella sola Berlino, pedinamenti e schedature con filmati e fotografie. Un Paese sotto ipnosi, che controllava il suo stesso respiro e il battito del cuore, le sue orme, le sue impronte digitali, i suoi gesti, le sue parole, i suoi pensieri. Poi le espulsioni, le torture fisiche per estorcere le confessioni, il carcere della Magdalena, la falsa stanza delle fotografie che nasconde un "cannone" per bombardare di radioattività gli oppositori, portandoli a incubare leucemie che li uccideranno a distanza, com'è accaduto al cantautore Gerald Pannach, allo scrittore Rudolph Bahro, al dissidente Jürgen Fuchs, mentre libri e vestiti venivano "marcati" con sostanze radioattive per seguire i movimenti dei sospettati, uomini o donne. Il sesso usato come esca, col progetto di far contagiare con una malattia venerea il professor Robert Havemann, socialista dissidente, o con le prostitute e la droga offerte al cantautore Biermann, per cui si adotta un controllo speciale: un agente si finge bagnino per seguirlo svestito sulla spiaggia per nudisti nell'isola di Usedom, l'amico a cui confida i tre nascondigli in cui protegge i suoi manoscritti la sera stessa li rivela all'ufficiale Stasi di collegamento, incontrato in un appartamento clandestino, come si fa con l'amante. Ma la vita dei dissidenti è braccata e molestata anche dopo l'espulsione nella Germania Ovest, come sa Fuchs, bombardato ogni giorno per mesi di materiale pornografico, svegliato ogni notte da telefonate senza voce.

È l'ibridazione del progetto sovietico del Kgb con il metodo e l'applicazione tedeschi. Erich Mielke aveva studiato a Mosca e quando diventò ministro per la Sicurezza dello Stato, nel 1957, perfezionò il modello cekista puntando al controllo totale. La sua vera invenzione furono gli IM, gli informatori non ufficiali, che non essendo arruolati come agenti stavano con un piede dentro la Stasi e con l'altro nella società, dove sorvegliavano familiari, parenti, amici, vicini di casa, compagni di lavoro, conoscenti, mettendo a disposizione del Ministero la loro casa per gli incontri segreti di altri IM con i loro referenti nella Stasi, funzionando da antenne, da spie, da staffette, da segnalatori.

È l'invenzione maniacale di una nuova meccanica della sorveglianza: il controllo dal basso, la vigilanza da dentro. La società che spia se stessa, replicando automaticamente un modulo e moltiplicandolo all'infinito mentre lo riproduce, dopo averlo introiettato. Vera Lengsfeld, che nell'81 fonda a Pankow uno dei primi gruppi pacifisti dissidenti, scoprirà di essere stata spiata per anni dal marito, Knudsen Wollenberger, mentre il protagonista delle Vite degli altri, Ulrich Mühe, leggerà dossier su di lui firmati dalla sua seconda moglie, l'attrice Jenny Grollman. Ogni cittadino, se non aveva già incontrato la Stasi come informatore, aveva la sensazione che un altro cittadino lo stesse spiando. Spesso i due momenti coincidevano. La scrittrice Christa Wolf, che si "dimenticherà" della sua collaborazione con la Stasi e dei rapporti scritti a danno di altri scrittori, si trovò improvvisamente davanti a casa quell'auto (una "Wartburg" bianca) con tre agenti che guardavano tutto il giorno verso le sue finestre, e lei spegneva la luce per non essere vista, staccava la presa del telefono, andava ogni mezz'ora davanti al vetro per controllare se erano ancora lì. Poi il mattino dopo eccoli ricomparire alle 9 in punto, questa volta con una macchina verde scuro, e uno scende all'ora di pranzo per comprare le salsicce, con la giacca a vento sintetica. Finché un giorno scatta qualcosa, lei ha l'impulso irragionevole di accendere la luce, comparire in mezzo alla finestra, mostrarsi e fare un saluto con la mano: rispondono tre lampi dei fanali.

Come un'infezione o un virus, il controllo pervasivo e illimitato non solo si diffonde ma si impadronisce dell'organismo al punto da diventare leggendario, amplificando ancor più la sua portata e i suoi effetti. Nel gergo della Stasi si chiamavano proprio così - "leggende" - le storie di copertura inventate per camuffare gli agenti del controspionaggio, dando un senso e un passato alle loro false identità, soprattutto quando il loro Capo Markus Wolf riusciva a spedirle nei Paesi occidentali. Ne infiltrò più di mille, mirando in particolare alla Germania di Bonn, e alle strutture della Nato. Anche lui creatura di Mosca, addestrato al Comintern, rispettava la regola dei Paesi satelliti che dovevano passare ai sovietici tutte le informazioni sensibili che raccoglievano, senza che funzionasse la reciprocità: ma gestiva direttamente 12 agenti segreti con incarichi speciali, che rispondevano soltanto a lui, e lo incontravano segretamente a Dresda. Il suo capolavoro è la costruzione di Günter Guillaume (agente Stasi col nome in codice Hansen) come un anonimo profugo dell'Est che in mezzo alla folla di fuggitivi arriva a Berlino Ovest a metà degli anni '50, entra nella Spd, riesce ad agganciare l'entourage di Willy Brandt, nel '70 è suo consigliere nella Cancelleria (responsabile dei rapporti col Parlamento), nel '72 lo accompagna in treno nella campagna elettorale, legge ogni mattina i carteggi, i telex e i documenti segreti che arrivano al Cancelliere: e fa rapporto a Est. Fino al 24 aprile del '74, quando verrà scoperto e arrestato, con una confessione che in realtà è una rivendicazione e costerà le dimissioni a Brandt: "Trattatemi col rispetto dovuto, sono un colonnello della Nationale Volksarmee della Ddr".

Processato, condannato, verrà liberato nel 1981 (e sarà ricevuto da Markus Wolf a Berlino Est con tutti gli onori per la "missione compiuta") in uno dei tanti scambi di agenti tra Est e Ovest, che normalmente avvenivano davvero sul "ponte delle spie", il magnifico Glienicker Brücke metallico che dal 1907 univa l'ultimo lembo boscoso di Berlino Ovest con Potsdam, la città-reggia di Federico il Grande, poi per anni un quartier generale degli alti comandi sovietici.

Tra gli uomini di Mosca di stanza nella Ddr c'era un giovane interprete di 33 anni che in realtà dietro la neutralità di quella finta professione mascherava il suo vero ruolo di "rezident" del Kgb nella stazione di Dresda. Dopo la caduta del Muro l'autorità federale che indagava sulle carte dello spionaggio scoprì il suo nome su un tesserino verde della Stasi, che adesso trovo nel fascicolo d'archivio, e mi giro tra le mani. Numero B 217590, valido dal 31 dicembre 1985 al 31 dicembre 1989, regolari timbri di convalida ogni trimestre, la scritta "Major". C'erano anche la fotografia e la firma: Vladimir Putin. Controllava l'attività locale dei servizi tedesco-orientali, riceveva e passava alla Lubyanka di Mosca le informazioni, con quel tesserino aveva accesso a tutti gli archivi e ai documenti Stasi dalla sede della "rezidentura" in una villa al numero 4 di Angelikastrasse, mentre guidava la sua "Zhiguli', si iscriveva al circolo della pesca, frequentava la birreria "Zum Thor". Putin dunque, nell'inerzia gregaria della Ddr nei confronti dell'Urss, era anche un agente della Stasi, ne conosceva i segreti e i misfatti.

La macchina di ferro regge finché regge il Muro, pietra angolare del sistema, perché la sorveglianza ha bisogno della chiusura ed entrambe prosperano sulla paura. Quando il Muro crolla, anche il meccanismo infernale della Stasi si blocca, paralizzato, come se fosse saltata la molla. Urlano i dossier col timbro "OPK Akte" e il numero di matricola che nasconde per ciascuno una storia di spionaggio, di abuso, di violenza, di manipolazione. Spuntano i dissidenti di ieri, che oggi entrano nei palazzi del terrore, si siedono a un tavolo e aprono i faldoni con la loro vita catturata dal potere, i 30 fascicoli che parlano di Fuchs, le 40 mila pagine che hanno pedinato Biermann. Fuori, da qualche parte, camminano ancora i 190 mila IM, gli informatori clandestini. Sono "spenti", certo vivi e consapevoli, ma disattivati come burattini senza fili. Chi li guidava, non c'è più. Mielke, l'onnipotente ministro, è finito in un ospizio. Markus Wolf, che i sovietici chiamavano Mischa e gli occidentali conoscevano come "la spia senza volto", è morto a 83 anni nel 2006 proprio il 9 novembre, l'anniversario perfetto della fine del Muro, come in un destino di pietra: d'altra parte, in quale altro giorno avrebbe potuto morire?

(Ha collaborato Andrea Tarquini)

LEGGI:
Cronache del muro/1
Cronache del muro/2
Cronache del muro/3
Cronache del muro/4
Cronache del muro/5
Cronache del muro/6
Cronache del muro/7
Cronache del muro/8
Cronache del muro/9
Cronache del muro/10