Jovanotti sul palco di Policoro durante una delle ultime tappe del Jova Beach Party. Credit foto: Maikid
Lorenzo Jovanotti: "Viva la libertà"
Luca Valtorta
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dal nostro inviato LUCA VALTORTA
La data di Milano chiude il 'Jova Beach Party', un'occasione per pubblicare il colloquio integrale (uscito in una prima versione il 24 agosto su 'Robinson') con Lorenzo Cherubini. Da come è nata l'idea di questo particolarissimo tour ai risultati raggiunti, dalle polemiche all'ecologia, dalla musica agli ospiti. E ancora: il buonismo, la politica, la festa e una rivelazione finale: "Ecco perché ho fatto tutto questo..."
Aggiornato alle 29 minuti di lettura
Una lunga fila di sold-out a colpi di 30-40-50mila a data, un'altrettanto lunga scia di polemiche che comunque sembrano rivelare anche una frammentazione delle varie associazioni considerando che il WWF è il partner ufficiale che ha guidato Lorenzo e il suo team nella selezione di tutte le spiagge, valutando le varie problematiche e scartando tutti i luoghi che potessero presentare problemi per l'ambiente. Per il WWF il Jova Beach Party infatti ha attivato "la più grande campagna mai realizzata di sensibilizzazione contro la plastica in natura".
I suoi volontari nei vari luoghi in cui si è tenuto hanno spiegato agli spettatori i pericoli a riguardo attraverso un questionario che veniva effettuato in diretta tramite iPad e aiutavano il pubblico a fare la raccolta differenziata nel modo corretto. Non solo: venivano regalati a tutti piccoli portacenere per non sporcare le spiagge con le sigarette: "La nostra non è una presenza dogmatica…
Una lunga fila di sold-out a colpi di 30-40-50mila a data, un'altrettanto lunga scia di polemiche che comunque sembrano rivelare anche una frammentazione delle varie associazioni considerando che il WWF è il partner ufficiale che ha guidato Lorenzo e il suo team nella selezione di tutte le spiagge, valutando le varie problematiche e scartando tutti i luoghi che potessero presentare problemi per l'ambiente. Per il WWF il Jova Beach Party infatti ha attivato "la più grande campagna mai realizzata di sensibilizzazione contro la plastica in natura".
I suoi volontari nei vari luoghi in cui si è tenuto hanno spiegato agli spettatori i pericoli a riguardo attraverso un questionario che veniva effettuato in diretta tramite iPad e aiutavano il pubblico a fare la raccolta differenziata nel modo corretto. Non solo: venivano regalati a tutti piccoli portacenere per non sporcare le spiagge con le sigarette: "La nostra non è una presenza dogmatica o militante nel senso tradizionale nel senso che non siamo qui a fare la predica, a dire 'noi siamo i buoni', spiega Lorenzo. Ci sono un sacco di cose che possono essere migliorate nei concerti che facciamo a partire dall'uso della plastica", racconta Jovanotti, "che io avrei voluto eliminare completamente. Ma era impossibile. Forse non cambieremo il clima del pianeta però stiamo cercando di dare un segnale. Inoltre forniamo un sacco di informazioni durante il concerto e simbolicamente con la plastica riciclata delle bottiglie abbiamo costruito delle cose, per esempio le passerelle per i disabili e anche dell'arredo urbano". (credit Maikid)
Le tappe sono state in tutto 17 e a Milano l'ultima. Nord, Centro, Sud e Sardegna da Lignano Sabbiadoro a Castel Volturno, da Marina di Cerveteri a Barletta, da Albenga a Rimini, da Viareggio a Olbia. Una specie di Woodstock itinerante che a ogni data cambia pelle e acquista quella del luogo in cui si svolge, ospiti compresi che il più delle volte sono una sorpresa perché vengono annunciati il giorno stesso: cantare a Barletta con Caparezza, i BoomDaBash, il Canzoniere Grecanico Salentino e i Sud Sound System vuol dire esprimere un'affinità di intenti con la musica e la scena locale attraverso alcuni dei suoi esponenenti di maggiore spicco, così come a Comacchio, vicino a Ferrara interagire con Vasco Brondi o a Policoro cantare Mediterraneo di Mango insieme ad Alborosie: una canzone bellissima, oggi ancora più attuale di ieri che diventa un omaggio anche al cantante scomparso nel 2014, proprio mentre cantava su un palco di quella cittadina di mare lucana. Non solo, nella spiaggia di Jovanotti c'è un'idea fortissima di multiculturalismo, di antirazzismo che si ritroverà amplificata per festeggiare l'ultimo giorno d'estate nell'ultima data appunto: quella di Milano. Più di 8 ore di musica live nel prato, tra torre di controllo e pista di decollo dell'aeroporto di Linate mentre è chiuso per ristrutturazione. Insomma, non c'è dubbio: insieme agli stadi di Vasco Rossi, è questo il tour dell'anno: "In tutti i luoghi dove siamo stati ho sempre cercato di fare in modo che il backstage fosse il più vicino possibile al palco per avere la sensazione di essere dentro, di essere un tutt'uno", spiega Lorenzo "abbiamo creato un piccolo villaggio di tende indiane bianche e bancali di legno come sedie. Questo backstage senza aria condizionata, senza container, l'ho voluto io in tutte le situazioni del tour perché non ci fosse nessuna differenza tra pubblico e artisti, in modo che tutti, indistintamente, potessimo vivere l'atmosfera di quello che è il villaggio, l'evento. Il caldo, il sudore, fanno parte dell'esperienza. Per me l'atmosfera che si crea è importantissima: è davvero un evento potente, una cosa diversa". Tra l'altro anche lo spazio davanti al palco, quello dove in assoluto si vede meglio, che normalmente viene venduto al prezzo massimo, in realtà costa uguale: ci entra chi arriva per primo. Un'altra cosa cosa non da poco che non premia i più ricchi ma i più fedeli.
Hai cercato di recuperare lo spirito di un festival alternativo come il famoso Lollapalooza?
"Ma sai, lo spirito vero che deve avere un concerto per me è comunque sempre quello della madre di tutti i festival, ovvero Woodstock. Però la cosa più difficile qui è che per fare il Jova BeachParty ci siamo dovuti spostare continuamente. Di solito un festival ci metti quindici giorni a montarlo, altri quindici a smontarlo e poi ti fermi due, tre giorni. Noi invece ogni giorno smontavamo e qualche giorno dopo siamo subito da un'altra parte: ci sono tre produzioni che lavorano contemporaneamente per cui, mentre eravamo in un posto, c'era già un'altra produzione al lavoro sulla spiaggia successiva. Insomma, dal punto di vista realizzativo questa è stata davvero una sorta di follia".
Come e soprattutto quando ti è venuto in mente di fare una cosa del genere?
"Quando non saprei dirtelo con esattezza perché forse è qualcosa che ho in mente da sempre. Nel senso che in me si sono accumulate tante immagini nel tempo: è una vita che faccio questo mestiere ma ancora di più è una vita che sono appassionato di questo mondo, della musica. Inizia da quando ero bambino e i miei fratelli più grandi mi fanno vedere Woodstock, quello con lo schermo diviso, sai che c'era pure Scorsese tra i cameramen? Aveva solo 17 anni. Ti restano in mente quei corpi, quella cosa lì, Richie Havens con Sly Stone, con Santana. Quelle immagini sono rimaste dentro di me prima ancora che sapessi cosa fossero. Avendo avuto la fortuna di avere due fratelli più grandi mi capitava che mentre vedevo Sandokan per conto mio, loro mi facessero ascoltare Santana, la musica di quel periodo...".
Abitavi a Roma allora, non a Cortona, giusto?
"Sì, certo. Fino a 19 anni ho vissuto a Roma con i miei. Comunque, se ci devo mettere un'influenza per questa cosa che stiamo facendo, ci metterei la famosa 'club culture': Fatboy Slim che fa il concerto sulla spiaggia a Brighton! O anche il Sud America, dove si fanno spesso dei concerti sulle spiagge: ci sono dei miei amici che si chiamano Bomba Estéreo che organizzano un piccolo festival molto hippie, per esempio. Ecco, a un certo punto dopo che lo scorso anno avevo fatto più di 70 concerti nei palasport, l'anno prima ancora in cui avevamo fatto gli stadi, San Siro e così via, sentivo il bisogno di cambiare. Volevo fare una cosa che facesse parte della mia natura".
E com'è la tua natura?
"Eh, bella domanda: è una natura molto ibrida da ogni punto di vista, prima di tutto da quello musicale, perché sono un po' disc jockey, un po' mi piacciono le canzoni pop e allo stesso tempo mi piacciono anche i grandi 'drittoni' un po' liberi, dove incominci a suonare e non sai dove finirai. Per cui dentro di me convivono tante anime. Quando sono in uno stadio mi metto a fare la rockstar e mi sento a mio agio, con i gesti da rockstar e le canzoni da rockstar...".
Tipo?
"Beh, ad esempio cose come Il più grande spettacolo dopo il Big Bang, canzoni che hanno quell'epica, insomma....".
Hai avuto un sacco di ospiti in questo tour, gente come Alborosie per esempio, lui è davvero uno di quelli che è riuscito a realizzare un sogno impossibile: da Bergamo alla Giamaica diventando una star del reggae. Come mai lo hai invitato?
"Ai tempi avevo scritto una canzone per i Reggae National Tickets, Il mondo, che allora ha avuto un po' di airplay. Li conoscevo e mi piacevano, una volta ci siamo incontrati al Roxy Bar da Red Ronnie e Alberto mi aveva chiesto se gli davo una mano, così gli ho scritto il testo e la melodia. Ma in Italia solo con il reggae è difficile così lui ha fatto questa follia di andare in Giamaica ed è riuscito a fare quello che voleva. L'altro giorno ho visto il film di Scorsese su Bob Dylan, dove c'è un'intervista recente che gli hanno fatto e, tra le tante cose belle che dice, c'è questa: 'Per me quella frase che ti dicono sempre, 'Sii te stesso', non vuol dire niente. Semmai bisognerebbe dire: 'Costruisciti!'. Io mi sono costruito". Ecco: costruisci una storia. Per questo Bob Dylan non ha fatto altro che cambiare direzione in tutta la sua vita, infatti racconta: 'Io cos'ho fatto in quel tour lì non me lo ricordo perché ero proprio un altro. Costruendomi ho dimenticato gli altri 'me' perché li ho sempre abbandonati'".
Quindi tutto ciò che mi dicevi ti ha portato all'idea di un tour assurdo come questo, in spiaggia o in montagna. In effetti non ho memoria di niente di simile.
"Mi ha portato all'idea di uscire dal seminato, che è sempre una cosa un po' rock'n'roll. Il rock è diventato un'industria, un format, per quanto piacevole e godurioso sia quel format - che Dio lo benedica - ovvero il fare l'asse Milano-Bologna-Firenze-Roma-Napoli etc., fare cioè le grandi città che hanno le infrastrutture... Insomma, un'industria e una liturgia contemporanea dove i ragazzi sanno dove andare e a che ora arrivare. Bello, certo, ma quando hanno fatto Woodstock tutto questo non c'era o c'era solo in parte: c'erano i manager, c'era un promoter, c'erano i biglietti, non è che sia stato un festival spontaneo, era comunque un evento pop, però con uno spirito di frontiera, perché era nuovo. In America poi la parola 'pop' ha un'accezione più ampia rispetto a come la usiamo noi...". (credit Maikid) Così hai deciso di rompere il format.
"Sì, ed è stato improvviso, l'ho fatto d'istinto. Lo scorso settembre stavo andando a una riunione a Milano per definire in che stadi avremmo suonato quest'estate. Avevo appena finito 70 date nei palasport con uno spettacolo molto pensato, molto scritto, molto potente: una macchina da guerra che funzionava di brutto, la gente impazziva c'erano 700, 800mila persone. Però mentre ero in macchina pensavo: io l'ho già fatta questa storia. Cosa vado a raccontare negli stadi l'anno prossimo? Così entro in quel circuito classico disco-tour e via all'infinito. Ma è proprio questa la mia natura? E, no, alla fine non lo è mai stata. Cosa vado a fare a San Siro? Lo stesso spettacolo dei palasport gonfiato per uno spazio più ampio? Qual è la motivazione per fare questa cosa? Economica? È sufficiente una motivazione economica? E la risposta era: no. Non lo è mai stata. Perché avrebbe dovuto diventarla adesso? Tutto sommato, proprio non c'è bisogno che lo sia. Ho sempre fatto questo mestiere perché amo la musica, poi, certo, per fortuna sono arrivati anche il successo, i guadagni... Insomma, quando sono arrivato all'appuntamento ho detto che quella cosa lì non la volevo fare. E ho improvvisato un'idea al momento e mentre la dicevo in pratica la inventavo".
Come gliela hai presentata?
"Devo usare un certo tipo di linguaggio per così dire 'professionale', che possa essere comprensibile a degli imprenditori perché, come dicevo, quello è il mestiere che fa chi organizza eventi, per cui se parlo di sogni, di quanto sarebbe bello fare una certa cosa, mi rendo conto che la reazione che suscito è 'vabbè, ma in pratica?'. Per cui ho detto: 'Ma perché invece di fare il solito tour negli stadi non facciamo un investimento su un'idea forte? Magari ci mettiamo in pericolo da tutti i punti di vista, però ci dà un'identità, una possibilità di sperimentare, di portare qualcosa di nuovo al pubblico ma anche a noi stessi. Insomma percorriamo nuove strade, mettiamoci nei guai: facciamo delle spiagge! Una nell'Adriatico, una nel Tirreno e poi un'isola!'".
Silenzio.
"Silenzio, sorpresa, mentre io vado avanti sempre più infervorato: 'Minchia, ma che figata, ci mettiamo un sacco di gente e io non suono, faccio il dj!'. Con mia sorpresa non mi hanno dato del pazzo ma anzi, erano presi bene perché alla fine tutti hanno voglia di fare cose nuove...".
Chi erano le persone a cui ti stavi rivolgendo?
"Il capo di Trident, Maurizio Salvadori, il mio manager Marco Sorrentino, Dalia Gaberscik, capo della comunicazione e mia moglie Francesca. Dovevo essere da Salvadori alle 10 ma prima dovevo passare da Sergio Pappalettera che è la persona con cui faccio tutta l'art direction insieme a Joe Forma, così ho detto a Salvadori: 'Vieni tu da Sergio, che devo farti vedere un disegno'. Così mentre lui arrivava io ho disegnato quello che vedi qui adesso. A cazzo, però: il mare, i palchi. Era tutto molto più piccolo di come è venuto davvero poi. E gli ho detto: 'Non facciamo gli stadi, facciamo questa roba qua: la chiamiamo Jova Beach Party'".
Volevi fare il dj?
"Sì, all'inizio non avevo neanche pensato alla band, mi piaceva l'idea di tornare a fare quel lavoro lì, con cui avevo iniziato: un gran dj set, inizio alle otto e finisco a mezzanotte e prima magari ci mettiamo i più grossi dj e si va avanti tutta la giornata. Insomma, all'inizio era un'idea molto rudimentale. Comunque poi lo faccio davvero il dj in questo spettacolo, però è solo una delle cose che succedono. A poco a poco l'idea si è raffinata perché mi sono reso conto che con la band che ho oggi posso fare un mix, creare un linguaggio ibrido per cui sto in consolle ma poi a un certo punto partono loro o addirittura posso anche fare le due cose insieme".
Come è stata la risposta?
"Alla fine Salvadori è sempre stato uno avventuroso, insieme abbiamo fatto un sacco di cose, non si è mai tirato indietro e così anche Marco, il mio manager. Mi ha detto: 'Dammi un giorno di tempo, fammici ragionare oggi'. Poi ci siamo rivisti il giorno dopo e lui ha rilanciato: 'Per me va bene. Ma non dobbiamo farne tre, dobbiamo farne quindici. Se ne fai tre sembra un 'side project', sembra un passatempo tipo l'artista che si diverte. Un po' come quando a un certo punto fa il tour nei teatri, sai? Che è una situazione confortevole, in cui stai tranquillo'. Salvadori rilancia: 'Se dobbiamo farla, facciamola grossa, facciamola vera. Sì, insomma, facciamo un vero tour!'".
Cosa vi aspettavate?
"Davvero non avevamo idea. Di sicuro però non ci aspettavamo tutto questo, né dal punto di vista produttivo né da quello delle difficoltà né da quello della botta che è questa roba".
Di cosa stiamo parlando, in termini di numeri?
"Qui al Sud siamo sui 30mila a data ma a Rimini e Lignano abbiamo fatto 50mila e due botte da 50mila l'una a Viareggio. È sempre tutto sold out. Ma al di là di questo, credo che la cosa bella sia ciò che la gente vive musicalmente: tra le varie date ci sono più di 60 ospiti, da Caparezza e Toto Cutugno, Brunori Sas e Morandi, Baloji e Alborosie, Afrotronics e Carboni, Takagi & Ketra, i BoomDaBash, Bombino, Frankie hi-nrg... Per me è davvero un paradiso, il paradiso della musica: la musica che mi piace, che ti vorrei far ascoltare se vieni a trovarmi a casa".
È sorprendente: riesci a mettere insieme alcuni personaggi che conoscono anche le nonne e che hanno fatto la storia della musica italiana insieme alle nuove generazioni di cantautori e di musicisti ma anche gli artisti più 'avanti' e cool. Credo che dai tempi dei Talking Heads di Fear of Music mettere insieme la musica africana e l'elettronica sia una delle cose più belle e magiche, vedi anche gli Atoms for Peace, Thom Yorke...
"Io però voglio fare una cosa molto aperta, senza spocchia: ho sempre pensato che quando ti viene proposto quel tipo di musica c'è sempre un po' una prospettiva antropologica. Per cui se io ascolto Baloji su RadioTre, alla fine rischio di non capire esattamente che cos'è".
Che cos'è?
"È musica da ballo. Non è una musica che ascolta solo chi è 'intelligente', riservata a una ristretta setta di intellettuali, è musica che ascolta un ragazzo qualsiasi che ha voglia di divertirsi. Ecco, vedi, questa è proprio quello che io ho sempre avuto: non faccio differenza tra Danza Kuduro e i Run-DMC. Danza Kuduro nasce in Angola, è musica vera che poi magari fa un botto pazzesco a livello mondiale ma questo è il mondo in cui viviamo, in cui quello di un artista coreano diventa il pezzo più visto di YouTube, quello di un portoricano il più scaricato della storia: noi dobbiamo approfittare di questo periodo storico in cui non c'è neanche più una supremazia anglofona del mercato e in cui gli stessi americani sono invasi da mille ritmi nuovi". (credit Maikid) In effetti da sempre riesci a mescolare tutti questi mondi.
"Quando ho sentito la prima volta Manu Dibango per me era semplicemente una figata, era un pezzo che mi piaceva un sacco ma non sapevo perché. O Pata Pata di Miriam Makeba: era semplicemente una bomba, non gli attribuivo significati perché grazie a Dio la musica è prima di tutto un significante, è un segno. Quindi all'inizio è quello che ti colpisce. Poi puoi attribuirgli tutti i significati che vuoi. La cosa più figa di Jova Beach Party è che la gente si diverte e alla fine va via con qualcosa in più rispetto alla liturgia classica".
In cosa consiste questa liturgia?
"C'è il cantante, le sue canzoni attraverso le quali ti ricolleghi magari al tuo passato, ai tuoi ricordi, oppure con il presente. Qui invece l'elemento strano per uno come me che ha 53 anni e che è in giro da molto tempo è che c'è un pubblico nuovissimo, un pubblico di pischelli. Questo non succede mai: di solito un artista ha il pubblico della sua età, quelli che sono cresciuti con lui. Non c'è niente di male, va benissimo. Però io sono contento che qui invece abbiamo inventato una roba che porta i ragazzi".
Quanto è faticoso organizzare un evento del genere?
"Tutti si fanno il triplo del culo che ci si fa normalmente. Il triplo. Lavorare in una spiaggia è una follia: ogni spiaggia è diversa. La sabbia è diversa, la sua consistenza è diversa. In una spiaggia per fare dieci metri ci metti tre secondi, in un'altra ce ne metti venti. Infatti questo non può essere un modello, una cosa che 'poi la rifacciamo l'anno prossimo'. Però magari mi nasceranno altre idee. Il fatto che sia impossibile farne un format mi mette anche al riparo dall'idea che si possa rifare. Non si può. Punto. Magari si può realizzare un'altra cosa, ma non questa".
Dicevi che la musica è un significante: da questo punto di vista mi sembra importante ciò che stai facendo in questo momento storico: mettere insieme band da tutto il mondo, di tutte le etnie, di tutte le razze...
"Per me lo è. Ne parlavo con Frankie hi-nrg, gli dicevo: 'Ma perché mi devo esporre politicamente in maniera diretta? Lo faccio già. Più diretta di così! Che cosa potrei dire di più? Io racconto una visione del mondo, che è un mondo figo, che è un mondo aperto, complesso, imperfetto, pieno di magagne ma dove si può fare qualcosa se lo si vuole. Questo per me vale più di qualsiasi post. Non amo recinti di alcun tipo. Ecco, quello che si può vedere qui per me vale più di una qualsiasi dichiarazione. Perché questa spiaggia è un posto che accoglie, un posto accogliente...".
In pratica su questa spiaggia c'è un'idea fortissima di multiculturalismo, di antirazzismo, di sensibilizzazione ecologica visto che il WWF fa da partner e i suoi volontari spiegano a tutti i pericoli legati alla plastica. Vengono distribuiti gratuitamente piccoli portacenere per non sporcare le spiagge con i mozziconi di sigarette. Insomma, ci sono un po' tutti i temi caldi oggi sul tavolo.
"Sì, ma in maniera non dogmatica e non militante, nel senso tradizionale del termine. Non siamo qui a fare la predica, a dire 'noi siamo i buoni'. Ci sono un sacco di cose che possono essere migliorate qua, a partire dall'uso della plastica che io avrei voluto eliminare completamente ma era impossibile. Il primo vero scoglio che abbiamo incontrato è stato proprio questo. Il giorno dopo la nostra prima riunione sono andato da Banca Intesa e gli ho detto: 'Mi fornite una borraccia vostra, brandizzata, da dare gratuitamente a tutti quelli che entrano?'".
E hanno detto di sì?
"Immediatamente. Ma il problema è che nella maggior parte dei casi i comuni non sono in grado di fornirci acqua potabile in spiaggia. Ma anche in caso positivo, come facciamo? Abbiamo 30, 40mila persone, come si fa? Mettiamo 40mila cannelle da cui prendere l'acqua? Impossibile. Metti anche che ne mettiamo 100: si creerebbero file di ore per riempire la borraccia".
Allora cosa avete fatto?
"Siamo andati da Coop che ci ha detto: quello che possiamo fare è fornirvi bottiglie in parte riciclate e poi però riciclarle al 100%. Forse non cambieremo il clima del pianeta però stiamo cercando di dare un segnale. Forniamo un sacco di informazioni durante il concerto e simbolicamente, con la plastica riciclata delle bottiglie, abbiamo costruito dei manufatti, per esempio le passerelle per i disabili e anche dell'arredo urbano. Perché il pet è un materiale intelligente: se non lo disperdi puoi farci un sacco di cose, non è il pvc che una volta che gli hai dato una determinata forma non torni indietro. Il guaio è quando finisce in acqua o viene disperso, perché ci vogliono 700 anni prima che si decomponga e comunque prima che questo succeda si trasforma in una poltiglia molto pericolosa".
Nel padiglione del WWF ho visto anche che da 700 lattine è stata realizzata una bicicletta.
"Credo che allo stato attuale il riciclo sia la cosa fondamentale, perché non è possibile riuscire a creare una società 'plastic free' da un giorno all'altro. Non dobbiamo dirci bugie, altrimenti la gente si incazza: l'obiettivo è sicuramente quello di eliminare la plastica ma quanto ci possiamo mettere? È impossibile pensare che da domani tutti vadano in giro con una bottiglia di vetro a prendere l'acqua alla fontanella: questa non è una soluzione di massa praticabile. È una soluzione hipster, probabilmente. Ce la vedete vostra nonna che, dopo 70 anni che ha vissuto in un modo, va in giro con la borraccia? Cosa possiamo fare allora? Prima di tutto dare fiducia, darci degli obiettivi e cercare di raggiungerli". Duetti nel backstage con Saturnino, a destra di Jovanotti, e Alborosie a sinistra Siamo nell'epoca della realizzazione immediata.
"Sì, i social network ci danno l'impressione che si possa risolvere tutto subito ma questi obiettivi non li raggiungiamo domani. Ogni cosa sembra funzionare così. Da un lato un politico ti dice: 'Se mi voti ti tolgo le tasse domani' e magari vince le elezioni in questo modo. Ma poi, altrettanto velocemente, la gente si aspetta che questo succeda: 'Allora, me le hai tolte queste tasse?'. Non si possono togliere domani. Questa è l'epoca del feedback immediato: devi andare in classifica subito. Devi avere successo stamattina, devi eliminare la plastica... dopodomani! E se non la elimini sei una merda. Perché non l'hai eliminata. Ma non funziona così. Non è mai funzionato così".
Infatti avete avuto un bel po' di contestazioni.
"A ogni data abbiamo dovuto affrontare dei problemi e abbiamo cercato di risolverli. Per questo il WWF è stato coraggioso. Però se uno fa un bilancio della parte critica e della parte 'wow!' della cosa, quest'ultima è gigantesca. Ma è anche chiaro che non è una notizia: lo è per me ogni volta che salgo su quel palco. E lo dico: 'Ragazzi, siamo a Castelvolturno o a Cerveteri, o a Policoro, ma vi rendete conto di che cazzo stiamo facendo?'. Nel senso che non ci sono le grandi strutture, non siamo nei luoghi storicamente attrezzati, nelle grani città...".
È un'occasione straordinaria per parlare ai più giovani, soprattutto in un periodo storico in cui c'è molta rabbia in giro.
"Non c'è uno studio politico dietro quello che ho fatto, nessuna forzatura, anche rispetto a quello che tu mi dici. Non penso che il nostro sia un paese incattivito, un paese rabbioso. O meglio, è anche vero ma non è solo questo, altrimenti contribuiamo alla creazione di uno stereotipo. Chi liquida la situazione attuale in questo modo non fa un servizio giusto alla realtà perché i fatti sono più complessi. I giovani sono più complessi Quanto sei giovane hai la vita davanti, proprio come dice il libro di Romain Gary, La vita davanti a sé. E per me non è nemmeno una cosa anagrafica: puoi avere anche 80 anni e sentire che hai solo un giorno davanti a te. Andare al Jova Beach Party vuol dire che hai deciso di farti ore di macchina, di pullman, a piedi, a oltre 40 gradi: non è un'esperienza comoda questa. Non c'è il biglietto, la poltroncina: questa è un'avventura! Ti mette a prova fisicamente e i giorni seguenti te la ricordi perché hai ancora l'acido lattico in circolo per quanto hai ballato. Io credo un po' nella follia delle esperienze di picco: queste esperienze hanno un valore perché quel picco te lo devi conquistare, ci arrivi attraverso un percorso".
Anche a te è capitato di farlo quando eri parte del pubblico?
"A Roma tornai a piedi dal Palaeur per andare a vedere Pino Daniele perché erano finiti gli autobus. Avevo 15 anni".?
Da solo o con gli amici?
"Da solo, dall'Eur fino a San Pietro, perché a nessuno dei miei amici piaceva. Io però volevo assolutamente andarci e ci sono andato. Però poi queste cose te le ricordi. Un'altra volta abbiamo saputo, con Saturnino, che c'era il tributo a Freddie Mercury a Londra, io facevo già il cantante, abbiamo preso l'aereo ma poi non avevamo il biglietto e allora a piedi a cercarlo, facendo chilometri, contrattando coi bagarini, ma alla fine quello è più del concerto. Il concerto se vuoi stare comodo lo vedi in tv ma non è la stessa cosa. Qui c'è il corpo. Sono tutti nudi sulla sabbia...".
Infatti vedo che tra gli sponsor c'è Durex...
"Eh, sì, tutto può succedere (ride, ndr). E ci sono corpi di tutti i tipi: le belle ragazze, gli sportivi, i ciccioni, i magri, i nonni tatuati. Poi la magia della liturgia ci sarà sempre in quasi tutti i concerti, anche alla messa c'è. Se sei un credente nel momento in cui il prete alza l'ostia, c'è. Però c'è un però. Se la musica è anche arte, è arte di frontiera, qui stiamo sperimentando dentro quella frontiera, dentro una zona grigia in cui tutto può succedere. Fino alla prima data non sapevamo cosa sarebbe successo. Sono andato sul palco senza scaletta e non c'era un vero inizio. Anche il mio show non inizia, io entro con quelli che suonano prima, poi arriva la mia band, suoniamo insieme per un po' e poi inizia il mio concerto, dalle otto fino a mezzanotte, che chiude la giornata...".
Hai anche avuto modo di vedere l'Italia da un altro punto di vista, forse più periferico. Hai sentito qualche differenza nel rapporto con il pubblico?
"Ho sentito un rapporto molto più forte, di grandissima partecipazione. Però credo che ormai Internet abbia cambiato le cose: un tempo se non stavi in città non avevi accesso a certa musica, a certi film, adesso hai tutto lì dentro (indica lo smartphone, ndr). Adesso è tutto più stratificato, nel senso che esiste una provincia anche a New York e un possibile centro a Policoro, dal punto di vista della realtà virtuale. Tutto dipende dalla curiosità che ti porta a capire cosa cercare e dove cercarla. Se cerchi, trovi. L'accesso alle informazioni è aperto a tutti. L'effetto per cui arrivavi nel paesino e la vita era diversa non ce l'hai più, però dal punto di vista della realtà reale, stiamo portando questo spettacolo in posti dove di solito non succede granché. Ecco, devo dire che ho avuto l'opportunità di capire quanta gente eccezionale c'è in giro, anche per esempio nelle amministrazioni comunali, perché fare questo tipo di concerti era difficilissimo e se li stiamo facendo, nonostante tutte le avversità, è per via dei sindaci, delle amministrazioni comunali, delle persone che hanno lavorato come pazzi per sbrogliare tutte le matasse tecnico/ burocratico/logistiche. E lo hanno fatto perché ci credevano anche loro. Perché questo è un lavoro che senza collaborazione non si poteva fare. Non è una forma di colonialismo per cui noi arriviamo con l'astronave quindi non ci dovete rompere i coglioni. Questa cosa si fa solo in collaborazione: con le forze di polizia, con i sindaci, con gli assessori, con le comunità, con le associazioni, con le persone che lavorano. Per mettere in piedi tutto questo ci vogliono permessi di ogni tipo c'è una necessità di interagire continuamente con il territorio. E questo si sente perché poi quando la macchina funziona alla fine del concerto c'è come un abbraccio generale. Non è che il sindaco o gli assessori ci guardano dicendo 'vi è andata bene'. Il successo è un successo di tutti, perché sono tutti coinvolti".
Alla fine che cos'è il Jova Beach Party?
"Mah direi che assomiglia un po' a uno sport estremo a un'avventura. In cui cerco dal palco anche di dire qualcosa che credo importante senza, spero suonare paternalista, tipo che lo spirito ribelle del rock'n'roll oggi passa attraverso... la raccolta differenziata, per esempio! Non disperdere plastica nell'ambiente. La sfida di Jova Beach Party non è solo musicale ma anche quella di entrare con un ritmo diverso in una nuova epoca. L'obiettivo principale è andare verso un futuro in cui l'impatto dell'uomo rispetto al pianeta sia sempre meno dannoso. Cerchiamo di lasciare la spiaggia come l'abbiamo trovata, fatevi aiutare a fare la raccolta differenziata: c'è una persona in ogni punto di smaltimento dell'area. Insomma è musica, ma non solo".
A proposito di ascoltare musica e guardare film, riesci a trovare il tempo per leggere?
"Le mie letture sono sempre come un ipertesto. Inizio un libro che mi porta ad altri libri e lo stesso accade con quasi tutti i miei 'consumi culturali', usando una definizione brutta. Ma in questi ultimi due anni sono totalmente preso dall'epoca delle grandi esplorazioni: Magellano, Colombo, James Cook, FitzRoy, Pigafetta, Shakleton, Heyerdahl e il Kon-Tiki e poi Humboldt o Darwin. C'è una bibliografia sterminata su questa roba ma soprattutto quello che mi interessa è il modo di guardare quando si è al cospetto del mondo, come se ti si creasse davanti agli occhi. Darwin, per esempio, era soprattutto un giovane osservatore senza pregiudizi, uno disposto a rinunciare a tutto il suo bagaglio di nozioni sedimentate da secoli in cambio di una nuova chiave di interpretazione di un fatto".
So che ami molto anche la letteratura sudamericana: pensi anche tu che Vargas Llosa o Bolaño siano diventati ancora più attuali oggi?
"Vargas Llosa è un mostro di grandezza letteraria, ed è una mente libera, non disposta a compiacere nessuno in particolare; la sua è letteratura al servizio di un'idea grande e varia della vita. È sempre bello immergersi nella visione di gente così. Bolaño è il massimo tra gli scrittori venuti dopo la generazione latinoamericana del 'boom'. Ma non è roba da consigliare a chi cerca 'entertainment' nei libri, si rischia di deluderli, perché ogni pagina è un po' una faticaccia e a un certo punto uno si chiede se non era meglio passare il tempo con una di quelle serie tv belle scorrevoli. Quindi io non consiglio mai libri, a meno che non conosca di persona chi ho davanti".
E Romain Gary che so essere un autore che citi spesso?
"Mi piaceva il titolo del suo libro, La vita davanti a sé, e quella è stata la chiave; poi, una volta entrato, ho scoperto un librone a cui volere molto bene e un uomo tormentato, leggero e rapidissimo, innamorato così tanto della vita da arrivare a non sopportarla più. Romain Gary ha un'idea avventurosa e libera delle cose e i suoi personaggi sono esseri umani veri, senza mai uno stereotipo".
Tu non ti limiti a presentare ma praticamente suoni, balli e canti con tutti gli ospiti. La domanda non può essere altro che: come fai?
"Io mi diverto come un pazzo. Però, ti devo dire la verità: non ne posso fare due di seguito. Infatti abbiamo rifatto Viareggio e Lignano perché c'era una richiesta enorme di biglietti e nel secondary ticketing facevano pagare i biglietti fino a 1.500 euro. Per evitare questo abbiamo aggiunto le date ma non potevo farle di seguito. Ho 53 anni e il problema non è l'energia, quella ce l'ho persino più di una volta. Il problema è il recupero". (credit Maikid) Ecco, cosa è cambiato da quando avevi 20, 30 anni a oggi?
"Niente, solo che il giorno dopo sono un po' rincoglionito. Quando scendo dal palco la sera, un attimo dopo mi faccio la domanda: 'Ma come cazzo ho fatto?'. Comunque se tu vedi Bruce Springsteen, a 70 anni va come un pazzo; alla fine la musica ti dà un'energia incredibile, non so il mistero qual è".
Beh, tu fai anche molta preparazione atletica.
"Non con sacrificio. La faccio perché mi piace. Faccio un sacco di km in bici e poi palestra, allungamenti, tutta la parte degli addominali perché se no mi fa male la schiena. E poi mangio molto bene, non bevo niente se non un bicchiere di vino con gli amici. Faccio una vita abbastanza monastica".
Cosa mangi? Sei vegetariano?
"No, mangio pesce ma non mangio la carne. Cerco di provare un po' di tutto ma ovviamente la mia dieta comprende molta frutta, molta verdura. L'altra sera ero a casa di Rick Rubin e ascoltavamo il podcast di un nutrizionista californiano molto interessante...".
Come? Eri a casa di Rick Rubin? In America?
"No, in Toscana: ha appena comprato una grande casa e stiamo facendo uno studio insieme. Sarà una rivoluzione".
Quest'ultimo dettaglio, oltre a essere una grande notizia, ha bisogno di una spiegazione perché anche chi segue la musica a volte non presta attenzione ai produttori. Per dirla in breve, Rick Rubin è il produttore più importante del mondo, forse della storia. Certo, si sa che ha prodotto l'ultimo album di Lorenzo, Oh, vita!, che infatti segna una sua ulteriore evoluzione ponendolo definitivamente nel Valhalla dei grandi, sia per i testi, sempre più belli e poetici ma, appunto, pieni di una vitalità mescolata a tratti a un'introspezione profonda. Ma che Rubin si sia trasferito e, soprattutto, che apra uno studio in Italia, è davvero un'opportunità fantastica anche per traghettare finalmente la nostra scena musicale verso un orizzonte più ampio. Per raccontare meglio chi è Rick Rubin basti dire che ha fondato la Def Jam, etichetta principe della scena hip hop con artisti quali Run-DMC, prodotto Licensed to Ill dei Beastie Boys (per Rolling Stone il miglior album di debutto di tutti i tempi) passando al metal con Reign in Blood degli Slayer, disco fondamentale del genere fino, al mitico Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot Chili Peppers a Eminem e agli Ac/Dc, resuscitando anche un'icona del genere country come Johnny Cash con una serie di album magnifici, fino ai multimilionari di oggi, Ed Sheeran e Adele. Insomma, quasi tutti i dischi che ha prodotto sono considerati capolavori e ha vinto qualcosa come dieci Grammy passando attraverso i generi musicali più disparati.
Ma davvero?
"Sì, l'idea è di fare un grande centro per le arti. Siamo diventati molto amici, lui si è affezionato a me durante la lavorazione del disco, siamo piuttosto legati, abbiamo un'intesa forte, lui è un gigante".
Come vi siete incontrati?
"È successo per caso a una cena da duecento invitati, tra mondo della musica e quello di Internet, in cui ho fatto lo stalker. Sono andato da lui e gli ho detto: 'Voglio semplicemente stringerti la mano perché ti devo molto: uno dei motivi per cui ho iniziato a fare musica è il tuo lavoro. Lui era con la sua compagna, hanno una bimba, io gli ho presentato Francesca, abbiamo chiacchierato un po' e poi alla fine lei è venuta da me e mi ha detto: 'Rick ha detto di chiamarlo se vai in America. Lui è uno che ha delle intuizioni e mi ha detto, 'mi piace quel tipo lì, dagli la mia mail'. Chiamalo'. Mi dà il suo biglietto da visita. E io l'ho chiamato. Lui non sapeva niente di me, ovviamente, e neppure della musica italiana".
E così sei andato a fare il disco, Oh, vita!, nel suo studio?
"No, il disco l'abbiamo fatto a Firenze, perché lui mi ha detto che voleva farlo in Italia. Così ho cercato un bel posto in cui la compagna e lui potessero star bene. E ci sono stati così bene da voler comprare una casa. Abbiamo girato un mese, poi Rick ha acquistato la prima casa che abbiamo visto in un posto in mezzo al nulla. Gli piace molto l'Italia, è anche piuttosto stupito dalle capacità dei lavoratori: per la ristrutturazione di questa casa era meravigliato dalla velocità degli operai, dalle loro qualità, perché in America sono così specializzati che ci vuole uno che apre il rubinetto e un altro per chiuderlo".
Per il tuo disco come è andata?
"Gli ho fatto sentire una trentina di demo a cui stavo lavorando e mi ha detto: mi piace come comunichi, mi arriva il tuo modo di mettere giù le melodie, mi arrivi tu, hai qualcosa nella voce che arriva diretto. Quindi io lavorerei sulla voce e sulla melodia e toglierei tutto quello che si può togliere. Partire da chitarra e voce, poi vediamo: se stanno in piedi così li teniamo, altrimenti no".
Hai sofferto molto, immagino...
"Da morire. Lui dice: 'Bisogna ottenere il massimo con il minimo'. Non è che sia fissato con chitarra e voce, ma lui viene dall'hip hop e dal rock, che sono i due generi più essenziali in assoluto. Si può essere enfatici anche con una chitarra in realtà e questo non gli piace ma il suo comunque non è un minimalista estetico, è uno che va a cercare la performance, la cosa emotiva".
Tu tra l'altro venivi dall'album doppio in cui avevi sperimentato di tutto.
"Sì, di tutto. Per me è stata un'esperienza pazzesca anche perché di lui ti fidi: io mi sono completamente messo nelle sue mani".
Qual è la cosa più importante che pensi di aver imparato?
"L'attenzione maniacale al dettaglio. Ti fa cantare una cosa mille volte, ti fa fare il mix 1.500 volte, non vuole il rumore della chitarra e si innamora anche degli errori e va a costruire tutto attorno a quell'errore. Cosa vuoi dire? È un grande produttore. A lui poi interessano gli artisti: non è un musicista, non è un cantante, non ha velleità di quel tipo, è proprio un produttore puro. Si mette lì e dice: 'Vediamo di tirare fuori il meglio da questa canzone'. E poi è fuori dal tempo. Non è interessato alla contemporaneità, è alla ricerca di un suono che possa essere ascoltato anche tra vent'anni e dire 'cazzo, suona ancora!'. Che infatti è quello che succede con i suoi dischi".
Vi ha raccontato un po' di aneddoti?
"Un sacco, a cena. Si è trovato molto bene con Pino 'Pinaxa' Pischetola, il nostro ingegnere del suono, e ogni sera gli concedeva due domande. Lui gli chiedeva cose 'sue', tipo 'ma quel suono nel disco dei Red Hot Chili Peppers da dove viene?'. Oppure 'quali sono secondo te i tre dischi registrati meglio della storia'".
Ha imparato l'italiano?
"Per adesso non ancora. È un pazzo: fa meditazione, poi però impazzisce per il wrestling, che è veramente la sua grande passione. E gli piacciono le cose strane: i maghi, i freak, il mondo dei fumetti americani, il metal e il punk. È cresciuto da vero nerd: il suo gruppo preferito in assoluto sono i Ramones, il secondo gli Ac/Dc. È un gigante. Poco tempo fa abbiamo registrato il pezzo di Gianni Togni, Luna. Sto registrando un po' di canzoni tutte dedicate alla luna che non so se pubblicherò. In cinque giorni abbiamo registrato dieci pezzi, tutti italiani, che parlano della luna. Era preso molto bene da queste canzoni e non ha voluto sentire le prime incisioni: 'Facciamo come se fosse un disco di inediti', mi ha detto, 'fammeli sentire tu perché se poi sentiamo gli originali siamo condizionati'".
Luna sembra proprio fatto per te. Dice: "Son pieno di contraddizioni/ che male c'è/ adoro le complicazioni/ fanno per me/ non metterò la testa a posto/ mai/ a maggio vedrai che mi sposerai, Luna": tu, sul palco, sposi anche le coppie...
"È vero (ride)".
E ti cerchi delle difficoltà, un po' come mi diceva Jack White: ogni nuovo disco deve essere una sfida.
"Sì, lui però è più 'puro' di me. Io invece amo arrivare alla gente. Ne sento proprio il bisogno. Una volta me lo disse anche un analista con cui feci due o tre chiacchierate. Raccontandogli della mia infanzia, dei miei genitori, mi disse: 'Alla fine tu sei quello che fa parlare i tuoi genitori, quello che si è incaricato di portare un po' di allegria in questa casa'. Aveva ragione. Io questo l'ho sempre sentito, il mio scopo, fin da quando avevo cinque anni, era far stare allegra la mia mamma. Ogni volta che tornavo da scuola, che salivo le scale, mi ponevo l'obiettivo di far stare allegra la mia mamma. Che non era allegra per un cazzo. Perché? Perché è quello che succede nella vita delle persone. Tosta, no? Quindi questo qui mi ha segnato, in qualche modo. È forse la cosa che più mi ha segnato. Anche qui, in questo festival, ciò che più mi manca è poter dire: 'Guarda mamma che cazzo ho fatto ieri sera!'. È ciò che in assoluto è più struggente per me. Perché poi alla fine davvero siamo qui per far stare contente le nostre mamme, no? È tremendo, è un destino di molti italiani: ci prendono in giro per questo, no? (ride, ndr)".
Qualche anno fa hai perso anche il papà...
"Sì, il babbo però mi manca meno perché l'ho introiettato, in qualche modo: è con me. Sono io. Non c'è più lui ma ci sono io. Anche perché adesso sono a mia volta un padre. Invece non ci sono io al posto della mamma: la mamma è l'altra, è una presenza, e adesso mancanza, una mancanza con la quale continui a fare i conti. Ma al tempo stesso è una bella motivazione".
A proposito di figli: vivete sempre tra Cortona e New York?
"No, noi viviamo a Cortona, Teresa, mia figlia, continua invece a studiare a New York: sta facendo l'accademia di fumetto, la SVA, la School of Visual Arts. Adora il fantasy. All'inizio voleva solo disegnare cose scritte da altri, ora invece sta cambiando e comincia a essere interessata anche dall'idea di sviluppare l'aspetto narrativo oltre al disegno. Le piace proprio ed è molto brava, è pazza: non fa altro che disegnare tutto il giorno, è completamente dedicata, non ha una vita!". Jovanotti con Alborosie: tutte le foto in questo articolo sono del concerto di Policoro (credit Maikid) Nei tuoi testi parli molto di libertà, un tema importante soprattutto oggi, un tempo in cui si rischia di tornare indietro: cos'è per te questa idea della libertà?
"Il fatto che continui a parlarne è, evidentemente, perché la lingua batte dove il dente duole. Che cos'è la libertà? È una tensione irrisolvibile. Sono uno di quelli che pensano che se riesci a raggiungere la tua libertà, questa funziona come un contagio: sono convinto che dobbiamo provarci a realizzare la nostra libertà, durante questa vita qua. Per definire la libertà non puoi aggiungere niente alle parole di Gaber: 'Non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, non è neanche avere un'opinione'".
La libertà è partecipazione.
"Prima di tutto partecipazione al tuo destino. Si parte da lì: chi sono io in questo presente? Che ruolo ho in questa storia qua? In questo film che parte faccio? Chi sono?".
Internet è libertà?
"Una delle cose che più mi sconvolge e che più mi inquieta è che Internet, che ci doveva liberare, sta diventando un monopolio in mano a quattro persone. Questo è preoccupante, secondo me, un punto su cui tutti dobbiamo lavorare molto, farci delle domande: forse questa si chiama Rete perché ci ha catturati".
Noi che facciamo i giornali lo sappiamo bene: le 'fake news' sono diventate uno strumento politico potentissimo.
"Questo è il grande tema di oggi. Spero che fra trent'anni, guardando all'oggi, questo tempo ci possa risultare un po' feroce. Lo spero perché vorrebbe dire che ci siamo liberati. La dinamica delle fake news è terribile. Mi capita spesso di esserne colpito direttamente e pazienza ma colpisce tutti. Diffondere questo veleno fa guadagnare cifre astronomiche ai grandi gruppi perché se la notizia non è più una notizia ma un prodotto perché vale clic, se il valore è il numero dei 'like' e dei clic, è evidente che in tutto questo c'è una minaccia; è chiaro che la notizia più è assurda più attira. Io stesso ne sono vittima: se vedi il cane con tre teste clicchi, è ovvio, questa è la natura umana. Non puoi cambiarla per cui devi fare in qualche modo una regolamentazione. E comunque per me c'è una sola arma che ti può salvare".
Qual è?
"La cultura: leggere libri, guardare film belli, andare in giro, aprirsi, imparare cose, sapere le tabelline, sapere le coniugazioni dei verbi. Questa roba qui ti salva il culo: è l'unica arma. Perché l'arma legislativa è lenta. Quello che puoi fare è diventare una persona cosciente, consapevole e tutto ciò lo acquisisci leggendo. Se hai letto l'Eneide la tua visione dell'immigrazione è immediatamente diversa perché ti rendi conto che è la vita che funziona così. Che c'è un'epica nelle migrazioni: la storia di ogni persona che si alza e decide di fare un viaggio pieno di pericoli è pura epica. Enea è tutti quelli che arrivano e se non lo capisci sei vittima. Vittima di chi ti usa. Questa cosa di parlare alla pancia... non si parla alla pancia, si parla alla testa della gente! Alla pancia dai da mangiare, le puoi fare delle emozioni, l'allegria magari, ma bisogna parlare alla testa della gente".
In questo periodo alla pancia, più che l'allegria, viene dato l'odio.
"Le dai l'odio. E allora c'è bisogno di studiare, come per qualsiasi lavoro. È questa la rivoluzione. Il fatto che sta passando oggigiorno, che l'ignoranza è una cosa positiva per esempio, no, non è una cosa positiva, è una disgrazia! Bisogna uscire da quella roba lì. Io ogni volta che ho imparato qualcosa di nuovo mi sento più contento, cazzo! È qui la chiave, perché non possiamo aspettare che Facebook si regolamenti. Oggi è questa la libertà che abbiamo: quella di poter accedere alla cultura liberamente, gratis, ovunque. Questa è la libertà!".
Sei stato, credo, il primo in assoluto a essere bollato di 'buonismo'.
"Orgogliosamente. Non significa un cazzo ma io, comunque, certo che sono per i buoni. In ogni caso per me tutte le parole che finiscono in 'ista' non significano un cazzo".
In Oh, vita! hai scritto un pezzo che non è per niente buonista, anzi, è molto duro. Dice: "Mi ricordo lo stomaco a pezzi e i capelli salati/ Le grida feroci, le spinte/ Gli sguardi terrorizzati/ Mi ricordo la lingua incendiata/ Il cartoccio dei soldi bagnati/ Mi ricordo il deserto di notte/ L'assurdo spettacolo di un cielo muto/ E qualcuno che è stato fratello strappato alla vita/ e neanche un saluto/ Mi ricordo di quando il futuro è passato/ Non si può vivere in un mondo senza cielo/ Non si può vivere in un mondo chiuso".
"È un tentativo di raccontare una storia, di ricorrere all'emozione, più che al giudizio. Io sono perché tutti si possano esprimere. Una volta mi hanno preso per il culo perché ho detto: 'Che le idee danzino'; lo riaffermo, sì, che le idee danzino! Anche le peggiori, la democrazia è questa roba qua, lo dobbiamo accettare. La democrazia è scontro politico, dialettica politica. E questo è bello anche quando non siamo d'accordo; il contrario è sempre peggio. Per cui mi va bene 'buonista', mi va bene qualsiasi cosa. L'altro giorno in un podcast ho sentito un'intervista fighissima a Werner Herzog in cui gli dicevano: 'Spesso si sbagliano quando parlano del tuo lavoro'. E lui: 'Let them be wrong!', 'Lascia che si sbaglino'".
In Fame canti: "Fuori dal coro/ È questo il mio lavoro/ In questi tempi l'odio è come una colla/ E tutti sanno accendere una pira/ Tenete bene sotto mira tutti quelli come me/ Che hanno ancora fame fame fame". È una dichiarazione di intenti?
"Beh, sì, è un po' autoreferenziale, no? Come si fa nell'hip hop. Alimentare la fame è parte della mia disciplina. Senza la fame il tuo lavoro può essere piacevole ma non incisivo".
A proposito di Beach Party, questa estate al Papeete di Milano Marittima ce n'è stato un altro che potremmo chiamare il 'Salvini Beach Party': ti ha copiato?
"Ah, ah, mi ha copiato, dici? Eh, beh, il ragazzo è sveglio! Ma io, sai, non condivido neanche un'idea di Salvini, non condivido la sua visione del mondo. Io sono per un mondo multiculturale, senza confini, sono per tutta un'altra cosa, però non mi interessa screditare Salvini. Non ho i mezzi, non è il mio ruolo, non mi interessa. La mia roba è questa che vedi, parla da sola. Non si tratta di sottrarsi o esporsi: sono pronto a espormi sempre ma secondo me, semplicemente, non serve in questo momento. C'è un'energia talmente forte che gira lì per cui non serve parlarne. È molto meglio creare un altro tipo di energia, non contrapporsi a quel tipo di energia. Altrettanto forte. Perché esiste: il mondo è pazzesco. Quello che possiamo dire a questi ragazzi è che non devono avere paura del mondo".
Il motore, come dice anche il tuo amico Brunori nella sua L'uomo nero, è la paura.
"Non bisogna avere paura. Le nuove generazioni, soprattutto, hanno molti mezzi a disposizione, possono essere padroni della propria vita. E chi gli mette paura li sta usando. Bisogna essere attenti, certo, devono saper ascoltare, essere aperti, ma hanno più possibilità delle generazioni precedenti. Non dobbiamo usare le nostre energie contro Salvini: ma chi se ne frega! Non c'è mai stato un momento migliore per essere al mondo! Stanno succedendo un sacco di cose belle! Lo dico a costo di risultare naïf: il mio problema non è Salvini! Il mio problema è dire qualcosa di forte a questi ragazzi. Io non penso a Salvini neanche un minuto al giorno. Lui ha le sue idee, la sua visione: che le porti avanti! Se ha gente che lo segue, le porti avanti. Io andrò da un'altra parte, farò il mio lavoro. Abbiamo uno strumento che si chiama democrazia, che si chiama voto. E poi abbiamo l'intelligenza, che è più della democrazia. E, concludo, il problema della sinistra non è Salvini: è la sinistra. Dobbiamo parlare a tutti. Questo non è il Primo Maggio in cui siamo tutti belli, la pensiamo tutti nel modo giusto e pensiamo tutti la stessa cosa. No: insieme devono stare quelli che la pensano diversamente, che provengono da storie diverse. Per me questo è fondamentale!".
Questa energia, questa capacità di parlare con le persone Lorenzo non si limita a teorizzarla. La mette in pratica quando sale sul palco: "Alzino la mano i sognatori!". Tutti alzano le mani. E poi: Alzino la mano i viaggiatori!". "Alzino la mano i lucani". "I pugliesi". Diventerà: "I milanesi". E poi ancora: "Gli italiani". "Gli europei". "I cittadini del mondo". Quanti alzeranno la mano? La scommessa è questa: un modo di fare politica senza fare politica. Un modo di essere, un modo di vivere. Ancora dal palco: "Respirate questa libertà!". Questo è l'ombelico del mondo: tra i Tarantolati di Tricarico e il reggae di Alborosie e Mediterraneo di Mango cantata insieme a lui che diventa l'inno ribelle I Shot the Sheriff. O come quando con Vasco Brondi davanti a decine di migliaia di persone decidono di leggere una poesia. Non una semplice poesia ma un testo fortissimo di Warsan Shire intitolata Casa. Una poesia che dice: "Nessuno lascia casa a meno che la casa non sia la bocca di uno squalo/ scappi al confine solo/ quando vedi tutta la città scappare/ i tuoi vicini corrono più veloci di te/ fiato e sangue in gola/ il ragazzo con cui sei andata a scuola/ che ti baciava vertiginosamente dietro la fabbrica di lattine/ tiene in mano una pistola più grande del suo corpo/ lasci casa solo/ quando la casa non ti lascia rimanere/ Nessuno lascia casa a meno che la casa non ti dia la caccia".
Luna. Stelle. Canzoni d'amore. Poesie di rabbia e di consapevolezza. Fuochi sul palco e nel cielo. Questa è un'energia diversa. Una spiaggia diversa. Lorenzo che canta; "Non sono qui per il gusto, per la ricompensa/ Ma per tuffarmi da uno scoglio dentro all'esistenza/ Sono un migrante/ Sono un cantate/ Un panettiere a Damasco/ Una stella distante/ Come posso io/ Non celebrarti vita?". E poi: "Tempi difficili, a volte tragici/ Bisogna crederci e non arrendersi/ Viva la libertà, viva! La libertà!". Viva la libertà.
Non è una dichiarazione d'intenti. Vale più di tanti discorsi. È un atto politico.