Piazza Fontana: anatomia di una strage nera
Natalia Aspesi, di NATALIA ASPESINel dicembre di cinquant’anni fa l’attentato che cambiò la storia d’Italia. Con un lavoro giornalistico e insieme storico Enrico Deaglio la racconta partendo da lontano: dai depistaggi. Preparati ben prima della bomba
Se l’Italia è stata così orribile, perché non dovrebbe tornare a esserlo? Se 50 anni fa, lungo la speranza di una ancora fragile democrazia, pezzi dello Stato tramarono contro lo Stato stesso per tornare a un regime autoritario, servendosi della mai scomparsa manovalanza nazifascista, oggi si dovrebbe stare all’erta, perché sono ricomparsi gli aspiranti ai pieni poteri, ed è sempre più sfacciata e più tollerata una nera folla soprattutto maschile che non sa che farsene della democrazia. La strage di Piazza Fontana a Milano (1969) fu una tragedia talmente oscura e vile che pur in questi anni di cancellazione della storia, non la si è dimenticata: ma forse, e non solo i giovani, ne sappiamo vagamente, confusamente, come uno dei tanti episodi infami della nostra storia, che il grande cinema, per esempio quello di Francesco Rosi, ha più volte raccontato.
Quella strage, ricorda adesso Enrico Deaglio, quel macello, …
Quella strage, ricorda adesso Enrico Deaglio, quel macello, …
Se l’Italia è stata così orribile, perché non dovrebbe tornare a esserlo? Se 50 anni fa, lungo la speranza di una ancora fragile democrazia, pezzi dello Stato tramarono contro lo Stato stesso per tornare a un regime autoritario, servendosi della mai scomparsa manovalanza nazifascista, oggi si dovrebbe stare all’erta, perché sono ricomparsi gli aspiranti ai pieni poteri, ed è sempre più sfacciata e più tollerata una nera folla soprattutto maschile che non sa che farsene della democrazia. La strage di Piazza Fontana a Milano (1969) fu una tragedia talmente oscura e vile che pur in questi anni di cancellazione della storia, non la si è dimenticata: ma forse, e non solo i giovani, ne sappiamo vagamente, confusamente, come uno dei tanti episodi infami della nostra storia, che il grande cinema, per esempio quello di Francesco Rosi, ha più volte raccontato.
Quella strage, ricorda adesso Enrico Deaglio, quel macello, non venne progettato, eseguito e protetto da geni del male «ma piuttosto da burocrati immobili, magistrati pavidi, politici spaventati, funzionari corrotti: tutti al servizio di un piccolo gruppo di psicopatici»: il gruppo veneto di Ordine Nuovo, un’organizzazione nazista-evoliana di un centinaio di persone, fondata da Pino Rauti che dalla Repubblica di Salò era poi entrato nel Movimento sociale di Almirante.
Il titolo del nuovo libro del giornalista-scrittore è secco, La bomba cioè la bomba delle bombe, la più crudele, la più deviante, quella che doveva cambiare la storia senza pace dell’Italia. La madre di tutte le altre che allora insanguinarono l’Italia. Milano, 12 dicembre 1969, piazza Fontana, Banca nazionale dell’agricoltura, ore 16,38, gente qualunque, venuta dalla provincia, artigiani, agricoltori, allevatori, mediatori; i 7 chili di tritolo nascosti sotto il grande tavolo centrale, ammazzano sul colpo 13 persone, 4 moriranno dopo, uno dopo un anno di agonia; i feriti, alcuni gravissimi, sono 87. È un lutto immenso, un colpo al cuore di un paese che sta cominciando a godere dopo i duri anni della ricostruzione, di un benessere e di un futuro, e che da quel momento precipita nell’ansia, nel sospetto, nell’angoscia.
Deaglio affronta questa crudelissima storia con una passione e precisione, con un racconto indimenticabile e feroce. E sa far rabbrividire quando sostiene che la bomba nazifascista era stata programmata ad alti livelli, al punto che prima ancora della strage, era già stata costruita la responsabilità della pista anarchica.
È un mondo truce quello che il libro insegue, il prima e il dopo della strage: pezzi delle istituzioni, esercito, carabinieri, affari riservati, prefetti, questori, polizia, magistratura, impegnati attraverso una serie di processi a Milano, Roma, Catanzaro e di indagini e inchieste interrotte, a confondere le tracce, distruggere le prove, occultare le responsabilità, condannare, assolvere: per far vincere la bomba.
Deaglio sostiene che non ha vinto, a chi legge resta il dubbio che un giorno potrebbe. È inquietante davvero scoprire con lui una specialità italiana, quella del depistaggio, la capacità di intorbidire le acque, di sviare le indagini, di scovare falsi colpevoli, di addomesticare la stampa, di inventare fatti; una scienza praticata oggi individualmente attraverso il web con un impegno efferato e sconcio.
Due lapidi nel centro di Milano ricordano che a pagare per la morte dei 18 innocenti del 12 dicembre, fu l’innocente ferroviere anarchico Pino Pinelli, precipitando dal quarto piano della Questura, buttato giù, suicida, o come alla fine decise la magistratura, caduto per «un malore attivo», definizione alquanto insensata. E ha pagato anche il commissario Luigi Calabresi ammazzato sotto casa nel maggio del 1972. Tale era il contagio della barbarie avvenuta che il Corriere di Informazione titolò «La furia della bestia umana» il pezzo sull’arresto quasi immediato del ballerino anarchico Pietro Valpreda: «Viene dal giro forsennato del bebop, del rock, dove gli uomini sono quello che sono e le ragazze pure». Dopo tre anni di carcere ottenne la libertà provvisoria e fu assolto 18 anni dopo. È morto a casa sua a Milano per un tumore, era il 2002 e lui aveva 69 anni.
Gli ordinovisti Giovanni Ventura e Franco Freda, riconosciuti come i veri colpevoli, condannati all’ergastolo, furono poi assolti, e per quanto una nuova inchiesta ne confermò la colpevolezza, non fu possibile processarli perché appunto già assolti per lo stesso reato. Giovanni Ventura è morto nella sua casa di Buenos Aires a 65 anni nel 2010, Franco Freda dopo aver scontato la condanna a 15 anni per associazione sovversiva e incitamento all’odio razziale, oggi ha 78 anni, vive ad Avellino, ha sempre la sua casa editrice nazista, è ovviamente un sostenitore estasiato di Salvini da lui definito l’ultimo difensore della razza bianca. È ancora un uomo fascinoso e ha sposato una bella friulana quarantenne, Anna K Valerio, scrittrice porno, insieme hanno scritto un libro su Nietzsche e avuto due gemelli.
I morti di piazza Fontana furono l’inizio di quella strategia della tensione che avrebbe ferito per un paio di decenni la nostra vita: lo scopo era quello di ogni golpe, «suscitare paura, indirizzare la paura verso un nemico e sull’onda di quella paura prendere il potere»; provocare disordini, costringere il governo a varare decreti di emergenza con arresti di massa, imporre la legge marziale. Il modello era il colpo di stato dei colonnelli in Grecia e il fascismo in Spagna e Portogallo. Tutto doveva succedere lunedì 15 dicembre, il giorno dei funerali di Stato. Era una giornata dell’inverno milanese, umida, grigia, cupa: più di 50mila persone erano lì, immobili, stupefatte, dolenti, in totale silenzio. Non successe quello che gli assassini avevano previsto, la fermezza della gente, il senso sacro della morte e l’orrore del crimine avevano prevalso sulla violenza e lo scontro.
Ce ne furono altri di tentativi di golpe per fortuna mai realizzati, soprattutto per l’incompetenza di chi li aveva progettati: e anche il terrorismo delle Brigate Risse, i delitti di mafia, il controllo costante dei servizi segreti stranieri ancora non ci hanno stremato. E se si confrontano l’audacia, la compostezza, la nobiltà della piazza di Milano durante il funerale, con la recente, sguaiata, carnevalesca, eccitata festa di Pontida, è impossibile non chiedersi se siamo davvero così cambiati.
Deaglio si augura che per il prossimo 12 dicembre, cinquantesimo anniversario della strage, ci sia una grande manifestazione silenziosa in Piazza Fontana, di gente che allora c’era e di chi è nato anni dopo, di tanti ragazzi, per ricordare le vittime innocenti della bomba. Le figlie di Licia e Pino Pinelli stanno organizzando una grande manifestazione musicale. Il sogno di Enrico Deaglio è riuscire a far esporre il grande pannello di Enrico Baj intitolato I funerali dell’anarchico Pinelli.
Il libro
La bomba di Enrico Deaglio (Feltrinelli, pagg. 299, euro 18)
Quella strage, ricorda adesso Enrico Deaglio, quel macello, non venne progettato, eseguito e protetto da geni del male «ma piuttosto da burocrati immobili, magistrati pavidi, politici spaventati, funzionari corrotti: tutti al servizio di un piccolo gruppo di psicopatici»: il gruppo veneto di Ordine Nuovo, un’organizzazione nazista-evoliana di un centinaio di persone, fondata da Pino Rauti che dalla Repubblica di Salò era poi entrato nel Movimento sociale di Almirante.
Il titolo del nuovo libro del giornalista-scrittore è secco, La bomba cioè la bomba delle bombe, la più crudele, la più deviante, quella che doveva cambiare la storia senza pace dell’Italia. La madre di tutte le altre che allora insanguinarono l’Italia. Milano, 12 dicembre 1969, piazza Fontana, Banca nazionale dell’agricoltura, ore 16,38, gente qualunque, venuta dalla provincia, artigiani, agricoltori, allevatori, mediatori; i 7 chili di tritolo nascosti sotto il grande tavolo centrale, ammazzano sul colpo 13 persone, 4 moriranno dopo, uno dopo un anno di agonia; i feriti, alcuni gravissimi, sono 87. È un lutto immenso, un colpo al cuore di un paese che sta cominciando a godere dopo i duri anni della ricostruzione, di un benessere e di un futuro, e che da quel momento precipita nell’ansia, nel sospetto, nell’angoscia.
Deaglio affronta questa crudelissima storia con una passione e precisione, con un racconto indimenticabile e feroce. E sa far rabbrividire quando sostiene che la bomba nazifascista era stata programmata ad alti livelli, al punto che prima ancora della strage, era già stata costruita la responsabilità della pista anarchica.
È un mondo truce quello che il libro insegue, il prima e il dopo della strage: pezzi delle istituzioni, esercito, carabinieri, affari riservati, prefetti, questori, polizia, magistratura, impegnati attraverso una serie di processi a Milano, Roma, Catanzaro e di indagini e inchieste interrotte, a confondere le tracce, distruggere le prove, occultare le responsabilità, condannare, assolvere: per far vincere la bomba.
Deaglio sostiene che non ha vinto, a chi legge resta il dubbio che un giorno potrebbe. È inquietante davvero scoprire con lui una specialità italiana, quella del depistaggio, la capacità di intorbidire le acque, di sviare le indagini, di scovare falsi colpevoli, di addomesticare la stampa, di inventare fatti; una scienza praticata oggi individualmente attraverso il web con un impegno efferato e sconcio.
Due lapidi nel centro di Milano ricordano che a pagare per la morte dei 18 innocenti del 12 dicembre, fu l’innocente ferroviere anarchico Pino Pinelli, precipitando dal quarto piano della Questura, buttato giù, suicida, o come alla fine decise la magistratura, caduto per «un malore attivo», definizione alquanto insensata. E ha pagato anche il commissario Luigi Calabresi ammazzato sotto casa nel maggio del 1972. Tale era il contagio della barbarie avvenuta che il Corriere di Informazione titolò «La furia della bestia umana» il pezzo sull’arresto quasi immediato del ballerino anarchico Pietro Valpreda: «Viene dal giro forsennato del bebop, del rock, dove gli uomini sono quello che sono e le ragazze pure». Dopo tre anni di carcere ottenne la libertà provvisoria e fu assolto 18 anni dopo. È morto a casa sua a Milano per un tumore, era il 2002 e lui aveva 69 anni.
Gli ordinovisti Giovanni Ventura e Franco Freda, riconosciuti come i veri colpevoli, condannati all’ergastolo, furono poi assolti, e per quanto una nuova inchiesta ne confermò la colpevolezza, non fu possibile processarli perché appunto già assolti per lo stesso reato. Giovanni Ventura è morto nella sua casa di Buenos Aires a 65 anni nel 2010, Franco Freda dopo aver scontato la condanna a 15 anni per associazione sovversiva e incitamento all’odio razziale, oggi ha 78 anni, vive ad Avellino, ha sempre la sua casa editrice nazista, è ovviamente un sostenitore estasiato di Salvini da lui definito l’ultimo difensore della razza bianca. È ancora un uomo fascinoso e ha sposato una bella friulana quarantenne, Anna K Valerio, scrittrice porno, insieme hanno scritto un libro su Nietzsche e avuto due gemelli.
I morti di piazza Fontana furono l’inizio di quella strategia della tensione che avrebbe ferito per un paio di decenni la nostra vita: lo scopo era quello di ogni golpe, «suscitare paura, indirizzare la paura verso un nemico e sull’onda di quella paura prendere il potere»; provocare disordini, costringere il governo a varare decreti di emergenza con arresti di massa, imporre la legge marziale. Il modello era il colpo di stato dei colonnelli in Grecia e il fascismo in Spagna e Portogallo. Tutto doveva succedere lunedì 15 dicembre, il giorno dei funerali di Stato. Era una giornata dell’inverno milanese, umida, grigia, cupa: più di 50mila persone erano lì, immobili, stupefatte, dolenti, in totale silenzio. Non successe quello che gli assassini avevano previsto, la fermezza della gente, il senso sacro della morte e l’orrore del crimine avevano prevalso sulla violenza e lo scontro.
Ce ne furono altri di tentativi di golpe per fortuna mai realizzati, soprattutto per l’incompetenza di chi li aveva progettati: e anche il terrorismo delle Brigate Risse, i delitti di mafia, il controllo costante dei servizi segreti stranieri ancora non ci hanno stremato. E se si confrontano l’audacia, la compostezza, la nobiltà della piazza di Milano durante il funerale, con la recente, sguaiata, carnevalesca, eccitata festa di Pontida, è impossibile non chiedersi se siamo davvero così cambiati.
Deaglio si augura che per il prossimo 12 dicembre, cinquantesimo anniversario della strage, ci sia una grande manifestazione silenziosa in Piazza Fontana, di gente che allora c’era e di chi è nato anni dopo, di tanti ragazzi, per ricordare le vittime innocenti della bomba. Le figlie di Licia e Pino Pinelli stanno organizzando una grande manifestazione musicale. Il sogno di Enrico Deaglio è riuscire a far esporre il grande pannello di Enrico Baj intitolato I funerali dell’anarchico Pinelli.
Il libro
La bomba di Enrico Deaglio (Feltrinelli, pagg. 299, euro 18)