Sull’“ermo colle” Mattarella ringrazia il giovane Giacomo
Lara Crinò , di LARA CRINO'Il presidente della Repubblica a Recanati per la riapertura dell’Orto leopardiano curato dal Fai in occasione dei 200 anni dell'Infinito
“Lasciate che vi parli di un mio ricordo. All'inizio della mia vita nelle istituzioni, mi capitò di rileggere alcuni pensieri dallo Zibaldone. C'è un passo in cui Giacomo Leopardi scrive, e cito ovviamente non alla lettera, che lo scopo della società è il bene comune e che la società contiene un principio di unità. La mia riconoscenza nei confronti di Leopardi è molto grande, e ha a che fare anche con queste riflessioni”.
Termina con una nota personale, quasi intima, il breve discorso del presidente della Repubblica nella sala del Centro Studi Leopardiani di Recanati: c'è Sergio Mattarella, c'è il ministro Franceschini da poco reinsediatosi a capo del Mibac e ci sono i vertici del Fondo Ambiente Italiano, che ha ottenuto la concessione per curare il recupero e l'apertura al pubblico non solo del centro studi, con la sua biblioteca di 12mila volumi dedicati al poeta, ma anche dell'Orto s…
Termina con una nota personale, quasi intima, il breve discorso del presidente della Repubblica nella sala del Centro Studi Leopardiani di Recanati: c'è Sergio Mattarella, c'è il ministro Franceschini da poco reinsediatosi a capo del Mibac e ci sono i vertici del Fondo Ambiente Italiano, che ha ottenuto la concessione per curare il recupero e l'apertura al pubblico non solo del centro studi, con la sua biblioteca di 12mila volumi dedicati al poeta, ma anche dell'Orto s…
“Lasciate che vi parli di un mio ricordo. All'inizio della mia vita nelle istituzioni, mi capitò di rileggere alcuni pensieri dallo Zibaldone. C'è un passo in cui Giacomo Leopardi scrive, e cito ovviamente non alla lettera, che lo scopo della società è il bene comune e che la società contiene un principio di unità. La mia riconoscenza nei confronti di Leopardi è molto grande, e ha a che fare anche con queste riflessioni”.
Termina con una nota personale, quasi intima, il breve discorso del presidente della Repubblica nella sala del Centro Studi Leopardiani di Recanati: c'è Sergio Mattarella, c'è il ministro Franceschini da poco reinsediatosi a capo del Mibac e ci sono i vertici del Fondo Ambiente Italiano, che ha ottenuto la concessione per curare il recupero e l'apertura al pubblico non solo del centro studi, con la sua biblioteca di 12mila volumi dedicati al poeta, ma anche dell'Orto sul Colle dell'Infinito, l'hortus conclusus dell'ex monastero di Santo Stefano, proprio accanto al palazzo paterno, che nel 1819 ispirò a Giacomo Leopardi il suo idillio più celebre.
Un progetto ambizioso, partito nel 2017, che mette insieme obiettivi diversi. C'era da un lato la necessità di rinnovare la sede del Centro Studi Leopardiani, un edificio legato ai dettami piacentiniani, progettato da Guglielmo De Angelis D'Ossat e terminato nel 1940; dall'altro, quella di riportare in vita uno spazio verde che è diventato, nell'immaginario collettivo, luogo della mente: le piante e gli alberi umili di un orto di monache, una siepe oggi non più esistente, un muro perimetrale costituito dagli antichi bastioni della città e, oltre, quel dolce orizzonte di colline che ha ispirato una delle più geniali intuizioni poetiche della letteratura.
Al Colle dell'Infinito si arriva, come duecento anni fa, dopo aver percorso le strade e le piazze che furono la geometria dell'infanzia e della giovinezza leopardiana, quello spicchio di pietre e cielo che al primogenito del conte Monaldo stava così stretto. C'è Casa Leopardi, ancora oggi di proprietà della famiglia del poeta, di cui si visitano non solo la biblioteca ma anche le stanze del pianterreno, ripensate dal marzo scorso per raccontare la vita ai tempi di Giacomo e per ospitare i suoi oggetti, dagli scacchi del Diario del primo amore al suo scrittoio. E, dall'altro lato della piazza su cui affaccia il palazzo, c'è la casa dove abitava la giovane Teresa Fattorini che ispirò A Silvia. Poi, alla sommità del colle, il centro Studi e il contiguo Orto, ripensati come conclusione di un nuovo cammino alla scoperta dell'Infinito.
Prima di uscire all'aperto è stato creato un percorso multimediale inedito, curato da Daniela Bruno del Fai, che racconta i 15 endecasillabi sciolti della lirica come se fossero un tesoro da riscoprire. Il testo che scorre sugli schermi, discusso con gli studiosi del comitato scientifico del centro studi leopardiano, tra cui il professore emerito della Normale di Pisa Luigi Blasucci, è affidato alla voce narrante di Lella Costa e Massimo Popolizio. Non solo la poesia riletta e analizzata parola per parola in modo da poterne cogliere l'architettura metrica e lessicale perfetta, ma i brani dei suoi scritti successivi in cui Leopardi rifletteva su quella “avventura storica della mia anima” che era stata la stesura dell'Infinito fino alla pubblicazione napoletana nel 1935: la dolorosa consapevolezza del “solido nulla” che è l'esistenza umana, il piacere generato dalle illusioni, il ruolo dell'immaginazione e del sentimento nel farci intuire “le verità generali veramente grandi”.
Tra i vialetti di ghiaia che intersecano l'Orto rinato, progettato dall'architetto Paolo Pejrone “in levare” per “aiutarlo a essere vivo e quieto”, in questo primo autunno che come l'autunno di duecento anni fa parla del rigoglio e della caducità della natura, tra rose sfiorite e tralci di vite che si arrampicano sui pergolati, c'è qualche seggiola per fermarsi a guardare il panorama. Dal 30 settembre, dopo due giornate dedicate ai cittadini di Recanati, qui verranno adulti e i ragazzi delle scuole, le nuove generazioni ancora in cerca, a modo loro, di un “ermo colle” in cui stare in silenzio, come raccontava il breve testo di una professoressa di Vercelli, Valentina Petri, letto davanti al presidente della Repubblica durante l'inagurazione.
E “cosa ci può essere di più adatto ai giovani del Leopardi ventunenne del 1819?” si è chiesto il presidente del Fai, l'archeologo Andrea Carandini: “In pochi versi ha condensato un sentimento rivoluzionario: vi era una compensazione all'infelicità umana e stava nella capacità d'immaginare e di sentire in sé l'infinito”. A Recanati capita che non solo i discendenti della famiglia Leopardi ma anche gli abitanti chiamino il poeta semplicemente Giacomo. Come una persona cara, e più saggia, che ci ha svelato un segreto che non possiamo capire interamente, ma solo intuire. Magari salendo in cima al colle, nell'Orto, a guardare quel che guardava lui.
Termina con una nota personale, quasi intima, il breve discorso del presidente della Repubblica nella sala del Centro Studi Leopardiani di Recanati: c'è Sergio Mattarella, c'è il ministro Franceschini da poco reinsediatosi a capo del Mibac e ci sono i vertici del Fondo Ambiente Italiano, che ha ottenuto la concessione per curare il recupero e l'apertura al pubblico non solo del centro studi, con la sua biblioteca di 12mila volumi dedicati al poeta, ma anche dell'Orto sul Colle dell'Infinito, l'hortus conclusus dell'ex monastero di Santo Stefano, proprio accanto al palazzo paterno, che nel 1819 ispirò a Giacomo Leopardi il suo idillio più celebre.
Un progetto ambizioso, partito nel 2017, che mette insieme obiettivi diversi. C'era da un lato la necessità di rinnovare la sede del Centro Studi Leopardiani, un edificio legato ai dettami piacentiniani, progettato da Guglielmo De Angelis D'Ossat e terminato nel 1940; dall'altro, quella di riportare in vita uno spazio verde che è diventato, nell'immaginario collettivo, luogo della mente: le piante e gli alberi umili di un orto di monache, una siepe oggi non più esistente, un muro perimetrale costituito dagli antichi bastioni della città e, oltre, quel dolce orizzonte di colline che ha ispirato una delle più geniali intuizioni poetiche della letteratura.
Al Colle dell'Infinito si arriva, come duecento anni fa, dopo aver percorso le strade e le piazze che furono la geometria dell'infanzia e della giovinezza leopardiana, quello spicchio di pietre e cielo che al primogenito del conte Monaldo stava così stretto. C'è Casa Leopardi, ancora oggi di proprietà della famiglia del poeta, di cui si visitano non solo la biblioteca ma anche le stanze del pianterreno, ripensate dal marzo scorso per raccontare la vita ai tempi di Giacomo e per ospitare i suoi oggetti, dagli scacchi del Diario del primo amore al suo scrittoio. E, dall'altro lato della piazza su cui affaccia il palazzo, c'è la casa dove abitava la giovane Teresa Fattorini che ispirò A Silvia. Poi, alla sommità del colle, il centro Studi e il contiguo Orto, ripensati come conclusione di un nuovo cammino alla scoperta dell'Infinito.
Prima di uscire all'aperto è stato creato un percorso multimediale inedito, curato da Daniela Bruno del Fai, che racconta i 15 endecasillabi sciolti della lirica come se fossero un tesoro da riscoprire. Il testo che scorre sugli schermi, discusso con gli studiosi del comitato scientifico del centro studi leopardiano, tra cui il professore emerito della Normale di Pisa Luigi Blasucci, è affidato alla voce narrante di Lella Costa e Massimo Popolizio. Non solo la poesia riletta e analizzata parola per parola in modo da poterne cogliere l'architettura metrica e lessicale perfetta, ma i brani dei suoi scritti successivi in cui Leopardi rifletteva su quella “avventura storica della mia anima” che era stata la stesura dell'Infinito fino alla pubblicazione napoletana nel 1935: la dolorosa consapevolezza del “solido nulla” che è l'esistenza umana, il piacere generato dalle illusioni, il ruolo dell'immaginazione e del sentimento nel farci intuire “le verità generali veramente grandi”.
Tra i vialetti di ghiaia che intersecano l'Orto rinato, progettato dall'architetto Paolo Pejrone “in levare” per “aiutarlo a essere vivo e quieto”, in questo primo autunno che come l'autunno di duecento anni fa parla del rigoglio e della caducità della natura, tra rose sfiorite e tralci di vite che si arrampicano sui pergolati, c'è qualche seggiola per fermarsi a guardare il panorama. Dal 30 settembre, dopo due giornate dedicate ai cittadini di Recanati, qui verranno adulti e i ragazzi delle scuole, le nuove generazioni ancora in cerca, a modo loro, di un “ermo colle” in cui stare in silenzio, come raccontava il breve testo di una professoressa di Vercelli, Valentina Petri, letto davanti al presidente della Repubblica durante l'inagurazione.
E “cosa ci può essere di più adatto ai giovani del Leopardi ventunenne del 1819?” si è chiesto il presidente del Fai, l'archeologo Andrea Carandini: “In pochi versi ha condensato un sentimento rivoluzionario: vi era una compensazione all'infelicità umana e stava nella capacità d'immaginare e di sentire in sé l'infinito”. A Recanati capita che non solo i discendenti della famiglia Leopardi ma anche gli abitanti chiamino il poeta semplicemente Giacomo. Come una persona cara, e più saggia, che ci ha svelato un segreto che non possiamo capire interamente, ma solo intuire. Magari salendo in cima al colle, nell'Orto, a guardare quel che guardava lui.