Il Pianeta si salva solo con il cuore
Claudia Morgoglione , di CLAUDIA MORGOGLIONECon l’intervista al Pulitzer Richard Powers incominciano i “Verdedì”: ogni venerdì i temi ambientali trattati nei loro aspetti culturali e letterari
Salvare il Pianeta è la nostra vera, grande priorità: su questo, negazionisti a parte, siamo tutti d’accordo. Ma per riuscirci, spiega Richard Powers, prima di una rivoluzione politica deve esserci una rivoluzione culturale. E prima ancora, una rivoluzione emotiva: generata da storie, suggestioni, immagini capaci di toccare i nostri sentimenti profondi. «Come diciamo in America, passa per il cuore delle persone e arriverai al cervello» assicura lo scrittore sessantaduenne, premio Pulitzer 2019 con Il sussurro del mondo (La nave di Teseo).
Un romanzo innovativo, il suo, rarissimo esempio di ecofiction non schiacciata su scenari futuribili o post-apocalittici. In cui le avventure del gruppo eterogeneo di protagonisti — decisi a combattere per la sopravvivenza di una sequoia secolare — si svolgono in un contesto attuale, realistico. Una ricetta narrativa brillante per rispondere a una sfida sempre più sentita: raccontare l’ambient…
Un romanzo innovativo, il suo, rarissimo esempio di ecofiction non schiacciata su scenari futuribili o post-apocalittici. In cui le avventure del gruppo eterogeneo di protagonisti — decisi a combattere per la sopravvivenza di una sequoia secolare — si svolgono in un contesto attuale, realistico. Una ricetta narrativa brillante per rispondere a una sfida sempre più sentita: raccontare l’ambient…
Salvare il Pianeta è la nostra vera, grande priorità: su questo, negazionisti a parte, siamo tutti d’accordo. Ma per riuscirci, spiega Richard Powers, prima di una rivoluzione politica deve esserci una rivoluzione culturale. E prima ancora, una rivoluzione emotiva: generata da storie, suggestioni, immagini capaci di toccare i nostri sentimenti profondi. «Come diciamo in America, passa per il cuore delle persone e arriverai al cervello» assicura lo scrittore sessantaduenne, premio Pulitzer 2019 con Il sussurro del mondo (La nave di Teseo).
Un romanzo innovativo, il suo, rarissimo esempio di ecofiction non schiacciata su scenari futuribili o post-apocalittici. In cui le avventure del gruppo eterogeneo di protagonisti — decisi a combattere per la sopravvivenza di una sequoia secolare — si svolgono in un contesto attuale, realistico. Una ricetta narrativa brillante per rispondere a una sfida sempre più sentita: raccontare l’ambiente in maniera efficace. In libreria, sui giornali, al cinema. «È chiaro però che la maggiore responsabilità, nel bene e nel male, deve prendersela proprio la letteratura» spiega Powers, via telefono, dalla California.
Richard, lei è uno dei pochi scrittori a pensarla così, o almeno a dirlo con chiarezza. Crede che sia stata anche questa sua capacità di incarnare lo spirito del tempo ad averle fatto vincere il Pulitzer?
«Potrebbe essere. Nel romanzo io racconto sia alcuni personaggi umani, le trasformazioni nella loro coscienza a proposito del rapporto con la natura, che altri personaggi, gli alberi, non umani ma comunque protagonisti. Sullo sfondo, la sfida di trovare nuovi modi di vivere e convivere sulla Terra, in maniera sostenibile. Non dimentichiamo che il problema non è solo il clima, ma anche l'aria che respiriamo, garantita proprio dalle foreste».
Per questo, fra tutte le creature viventi, ha scelto proprio gli alberi?
«La mia decisione si collega al grande problema culturale della nostra epoca: capire che non siamo più il centro del mondo. Dobbiamo renderci conto che siamo solo una delle specie. Non siamo un’eccezione, non siamo i padroni della Terra. Non esiste un piano separato in cui ci definiamo umani e un altro piano che chiamiamo natura. Gli alberi sono molto più importanti: da loro dipende la nostra atmosfera, aiutano il suolo, sostengono il ciclo dell’acqua. Sono il vero centro del sistema».
E nell’immaginario?
«Da Ovidio alla mitologia indiana, sono stati sempre presenti nelle narrazioni umane. Certo, ammetto che è più facile identificarsi, ad esempio, nei grandi mammiferi a rischio estinzione; ma se loro scomparissero, il mondo andrebbe avanti. Senza le foreste, no».
E infatti l’Amazzonia in fiamme ha suscitato sdegno in tutto il mondo. Il problema è che gli autori della cosiddetta ecofiction, o climate fiction, raccontano solo scenari fantascientifici, in cui la catastrofe è già avvenuta: se lo scopo è raccontare l’allarme qui e ora, libri, film e serie tv non dovrebbero ancorarsi al presente?
«È vero, molti scrittori sensibili al tema scelgono le distopie: è uno stratagemma per provocare nel lettore o nello spettatore uno shock, in modo da fargli capire che il futuro può riservare sorprese terribili. Invece io ho scelto una strada diversa: provoco sì in chi mi legge uno shock emotivo, ma all’interno del mondo che conosciamo e in cui viviamo già. In questo modo, l’attenzione e la partecipazione sono maggiormente sollecitate. Certo, restare nella realtà per un autore è più duro, bisogna scavare nell’animo umano più che elaborare mondi alternativi: infatti io ho lavorato anni a questo romanzo, leggendo ben 120 libri sugli alberi. Impresa faticosa, ma ne è valsa la pena. Perché alla fine il lettore non prova disagio o paura, ma una sorta di benessere nel comprendere la nostra connessione con la natura. La maggiore gratificazione che ho è quando mi dicono: “Da ora in poi guarderò gli alberi in un altro modo”».
Non solo scrittori, però: anche scienziati e giornalisti si interrogano su come raccontare l’allarme Terra. Noi di Repubblica ne abbiamo discusso su Robinson, il nostro inserto culturale, e ora torniamo a parlarne qui, sulle pagine del quotidiano.
«L’informazione ha un compito più arduo rispetto alle arti perché maneggia i fatti, più che le emozioni. E i fatti rischiano di suscitare ansia in chi legge. Per voi quindi la sfida è davvero difficile. Noi scrittori, invece, abbiamo a che fare con le emozioni. E io sono convinto che nessuna rivoluzione culturale avverrà, riguardo alla consapevolezza sul clima, se prima non sarà preceduta da una rivoluzione emotiva. Le idee non si cambiano se non ingaggiamo le emozioni, il cuore. Per questo la letteratura ha — nel bene e nel male, in ciò che fa e in ciò che omette — una responsabilità ancora maggiore della vostra».
I milioni di ragazzi che scendono in piazza in tutto il mondo nei Fridays for Future suscitano emozione, vero?
«Sì, sono il movimento più potente degli ultimi anni. Così come è potente l’atto d’accusa di Greta all’Onu: ci avete rubato il futuro, non vi perdoniamo. Il loro attivismo ci ricorda che già trent’anni fa sapevamo tutto. E non abbiamo fatto nulla».
Sopravviveremo comunque?
«Sono sicuro al 100 per cento che gli alberi non si estingueranno. Ma il nostro stile di vita, almeno così com’è adesso, non potrà durare. Dobbiamo farcene una ragione».
Un romanzo innovativo, il suo, rarissimo esempio di ecofiction non schiacciata su scenari futuribili o post-apocalittici. In cui le avventure del gruppo eterogeneo di protagonisti — decisi a combattere per la sopravvivenza di una sequoia secolare — si svolgono in un contesto attuale, realistico. Una ricetta narrativa brillante per rispondere a una sfida sempre più sentita: raccontare l’ambiente in maniera efficace. In libreria, sui giornali, al cinema. «È chiaro però che la maggiore responsabilità, nel bene e nel male, deve prendersela proprio la letteratura» spiega Powers, via telefono, dalla California.
Richard, lei è uno dei pochi scrittori a pensarla così, o almeno a dirlo con chiarezza. Crede che sia stata anche questa sua capacità di incarnare lo spirito del tempo ad averle fatto vincere il Pulitzer?
«Potrebbe essere. Nel romanzo io racconto sia alcuni personaggi umani, le trasformazioni nella loro coscienza a proposito del rapporto con la natura, che altri personaggi, gli alberi, non umani ma comunque protagonisti. Sullo sfondo, la sfida di trovare nuovi modi di vivere e convivere sulla Terra, in maniera sostenibile. Non dimentichiamo che il problema non è solo il clima, ma anche l'aria che respiriamo, garantita proprio dalle foreste».
Per questo, fra tutte le creature viventi, ha scelto proprio gli alberi?
«La mia decisione si collega al grande problema culturale della nostra epoca: capire che non siamo più il centro del mondo. Dobbiamo renderci conto che siamo solo una delle specie. Non siamo un’eccezione, non siamo i padroni della Terra. Non esiste un piano separato in cui ci definiamo umani e un altro piano che chiamiamo natura. Gli alberi sono molto più importanti: da loro dipende la nostra atmosfera, aiutano il suolo, sostengono il ciclo dell’acqua. Sono il vero centro del sistema».
E nell’immaginario?
«Da Ovidio alla mitologia indiana, sono stati sempre presenti nelle narrazioni umane. Certo, ammetto che è più facile identificarsi, ad esempio, nei grandi mammiferi a rischio estinzione; ma se loro scomparissero, il mondo andrebbe avanti. Senza le foreste, no».
E infatti l’Amazzonia in fiamme ha suscitato sdegno in tutto il mondo. Il problema è che gli autori della cosiddetta ecofiction, o climate fiction, raccontano solo scenari fantascientifici, in cui la catastrofe è già avvenuta: se lo scopo è raccontare l’allarme qui e ora, libri, film e serie tv non dovrebbero ancorarsi al presente?
«È vero, molti scrittori sensibili al tema scelgono le distopie: è uno stratagemma per provocare nel lettore o nello spettatore uno shock, in modo da fargli capire che il futuro può riservare sorprese terribili. Invece io ho scelto una strada diversa: provoco sì in chi mi legge uno shock emotivo, ma all’interno del mondo che conosciamo e in cui viviamo già. In questo modo, l’attenzione e la partecipazione sono maggiormente sollecitate. Certo, restare nella realtà per un autore è più duro, bisogna scavare nell’animo umano più che elaborare mondi alternativi: infatti io ho lavorato anni a questo romanzo, leggendo ben 120 libri sugli alberi. Impresa faticosa, ma ne è valsa la pena. Perché alla fine il lettore non prova disagio o paura, ma una sorta di benessere nel comprendere la nostra connessione con la natura. La maggiore gratificazione che ho è quando mi dicono: “Da ora in poi guarderò gli alberi in un altro modo”».
Non solo scrittori, però: anche scienziati e giornalisti si interrogano su come raccontare l’allarme Terra. Noi di Repubblica ne abbiamo discusso su Robinson, il nostro inserto culturale, e ora torniamo a parlarne qui, sulle pagine del quotidiano.
«L’informazione ha un compito più arduo rispetto alle arti perché maneggia i fatti, più che le emozioni. E i fatti rischiano di suscitare ansia in chi legge. Per voi quindi la sfida è davvero difficile. Noi scrittori, invece, abbiamo a che fare con le emozioni. E io sono convinto che nessuna rivoluzione culturale avverrà, riguardo alla consapevolezza sul clima, se prima non sarà preceduta da una rivoluzione emotiva. Le idee non si cambiano se non ingaggiamo le emozioni, il cuore. Per questo la letteratura ha — nel bene e nel male, in ciò che fa e in ciò che omette — una responsabilità ancora maggiore della vostra».
I milioni di ragazzi che scendono in piazza in tutto il mondo nei Fridays for Future suscitano emozione, vero?
«Sì, sono il movimento più potente degli ultimi anni. Così come è potente l’atto d’accusa di Greta all’Onu: ci avete rubato il futuro, non vi perdoniamo. Il loro attivismo ci ricorda che già trent’anni fa sapevamo tutto. E non abbiamo fatto nulla».
Sopravviveremo comunque?
«Sono sicuro al 100 per cento che gli alberi non si estingueranno. Ma il nostro stile di vita, almeno così com’è adesso, non potrà durare. Dobbiamo farcene una ragione».