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È questo il mondo che sognavi, Anna Frank?

Nel novantesimo anniversario della nascita un docufilm ci ricorda che cosa resta del messaggio della ragazzina-simbolo dell’Olocausto. Che torna d’attualità nello spirito dei suoi coetanei di oggi
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Quando lessi il Diario di Anna Frank avevo nove anni e fu subito il mio libro preferito. Non mi era mai capitato di leggere un libro scritto da qualcuno che avesse pochi anni più di me, e che questo libro fosse un diario, simile a quello chiuso a chiave nel cassetto della mia scrivania. Il giorno in cui lo cominciò, Anna non poteva sapere cosa la aspettasse, né che il suo quaderno, nel quale si rivolgeva a un'amica immaginaria (chi non ne ha avuti?), sarebbe stato il documento sulla ferocia del secolo scorso più amato dalle generazioni a venire. Era questo a colpirmi: Anna era inconsapevole del proprio destino, come tutti; ma quando la Storia si abbatté su di lei, si impegnò a rendere conto di quel destino giorno dopo giorno, con esattezza, con tale forza di scrittura. È diventata un'icona della Shoah perché era una ragazza come tante, che ritagliava foto di dive del cinema per attaccarle alla parete della sua camera nell…
Quando lessi il Diario di Anna Frank avevo nove anni e fu subito il mio libro preferito. Non mi era mai capitato di leggere un libro scritto da qualcuno che avesse pochi anni più di me, e che questo libro fosse un diario, simile a quello chiuso a chiave nel cassetto della mia scrivania. Il giorno in cui lo cominciò, Anna non poteva sapere cosa la aspettasse, né che il suo quaderno, nel quale si rivolgeva a un'amica immaginaria (chi non ne ha avuti?), sarebbe stato il documento sulla ferocia del secolo scorso più amato dalle generazioni a venire. Era questo a colpirmi: Anna era inconsapevole del proprio destino, come tutti; ma quando la Storia si abbatté su di lei, si impegnò a rendere conto di quel destino giorno dopo giorno, con esattezza, con tale forza di scrittura. È diventata un'icona della Shoah perché era una ragazza come tante, che ritagliava foto di dive del cinema per attaccarle alla parete della sua camera nell'alloggio segreto, che litigava con la madre, assisteva curiosa alle trasformazioni del suo corpo, si innamorava, e fantasticava senza sosta sul futuro, come chiunque sia giovane. Aveva cioè un nome, un volto, desideri, progetti, paure, ricordi, affetti e idiosincrasie, ed è per questo che ci commuove: perché la sua identità è innegabile, non può essere archiviata in una massa indistinta di vittime la cui storia personale ignoriamo. Paradossalmente, proprio perché racconta la sua vicenda unica e irriducibile, con il suo diario Anna Frank testimonia di tutti gli ebrei deportati e sterminati. 

Questo ruolo testimoniale è al cuore del docufilm di Sabina Fedeli e Anna Migotto #AnneFrank. Vite parallele, in uscita nelle sale italiane a novembre. Guidati dal premio Oscar Helen Mirren, che legge brani del diario dalla stanza di Anna nella casa-museo di Amsterdam, conosciamo, in montaggio alternato, non solo cinque anziane donne ebree di nazionalità diverse sopravvissute ai campi di concentramento, ma anche una ragazza del nostro tempo, che per la prima volta incontra la storia di Anna. 

Se non fosse morta di tifo a Bergen-Belsen, oggi Anna avrebbe novant'anni, e chissà se descriverebbe, come queste donne, la quotidianità nei campi, dove il bianco della neve si sommava al bianco dei cadaveri, che le prigioniere erano costrette a trascinare, o dove ti insegnavano a rubare il pane a chi stava per morire. Ma dove si recitavano anche a memoria le poesie, si cantava Edith Piaf e si giocava a gare di pidocchi, senza premi in palio, a parte il gusto della vittoria. Dove si cercava, in definitiva, di restare umani. 

"Non provo odio, anzi ho imparato l'amore per gli altri", dice una delle superstiti, Sarah Lichtsztejn-Montard, "i miei figli sono una rivalsa contro i nazisti". Il riscatto è la vita che non si interrompe, che persevera. E lascia un'eredità, pesante da sopportare, eppure unico antidoto al ripetersi dell'orrore. Ci siamo liberati del nazismo storico, disse Günther Anders, ma non delle condizioni che l'hanno permesso. Allora è necessario che, mentre gli ultimi testimoni diretti muoiono, la memoria si sedimenti e prenda voce nelle nuove generazioni: nella musica della violinista Francesca Dego (buona parte della sua famiglia non ritornò da Auschwitz), o nel numero di matricola che il nipote di una delle superstiti intervistate si è fatto tatuare sul braccio, per non dimenticare ciò che è successo a sua nonna. Oppure nelle foto che Katerina Kat, il terzo filo narrativo del film, pubblica su Instagram. 

Ha una lunga sciarpa colorata, il piercing al naso, e gli occhi intensi di chi vuol capire. A Bergen-Belsen osserva la lapide di Anna, poi compra il diario. Leggendolo, decide di fare un viaggio le cui tappe sono i luoghi simbolo dell'Olocausto. Non parla mai, scatta foto col suo smartphone e le posta corredate di domande: Chi sei, Anna? Che cosa sognavi? Avremmo potuto essere amiche? Negli ultimi giorni, continuavi a sperare? con gli hashtag #resistenza #coraggio #sterminio #conoscenza. Il tempo può cancellare la memoria? si chiede, e a me viene in mente Primo Levi: ogni volta che un popolo ritiene nemico uno straniero, "al termine della catena sta il Lager". E mi vergogno davanti a lei, perché appartengo alla categoria degli adulti, cioè di quelli pronti a sbatterle in faccia l'ipocrisia del "non c'è alternativa", del "non possiamo farci niente", declassando la dignità umana a bene negoziabile.

"C'è negli uomini un impulso alla distruzione", scrisse Anna, che ciononostante seguitava a credere nella loro "intima bontà", e nemmeno per un istante abbandonò i suoi sogni, perché "non si può costruire tutto sulla base della morte". Ecco qual è il prodigio: la sua voce è potente perché, prima ancora di essere una vittima, Anna è una giovane donna, e il suo diario ha la capacità di penetrare e radicarsi per sempre in chi lo legge perché rappresenta il senso di giustizia della giovinezza. Che ostinatamente rivendica il diritto a credere di poter combattere le iniquità e l'abuso, di doverlo fare, di volerlo fare, oltre ogni rassegnazione, oltre ogni convenienza politico-economica, oltre l'indifferenza. Di fronte ai nuovi nazionalismi xenofobi, a capi di Stato pronti a sbeffeggiare o, peggio, soffocare ogni voce che tenta di contraddirli - Greta Thunberg, che si preoccupa del pianeta, ossia di tutti noi; Olga Misik, che legge la costituzione davanti alle forze dell'ordine di Putin; o la giovane di Teheran con i capelli sciolti, in un regime che impone alle donne l'hijab - il diario di Anna Frank testimonia quella fede nel futuro, pur nella coscienza del dolore, che noi adulti invidiamo ai giovani, la loro opposizione all'indifferenza, che è il germe di ogni connivenza, di ogni tacita accettazione del male. È questa la più grande testimonianza contro ogni forma di totalitarismo, discriminazione, sopruso, è questo che da Anna i ragazzi imparano, che non smettono di insegnarci: "in un'epoca in cui ogni idealismo viene annientato e distrutto", continuare a credere di poter cambiare il mondo.

Il documentario. #AnneFrank. Vite parallele sarà nelle sale italiane solo l’11, 12 e 13 novembre. Scritto e diretto da Sabina Fedeli e Anna Migotto, con musiche di Lele Marchitelli, è prodotto da 3D Produzioni e Nexo Digital in collaborazione con l’Anne Frank Fonds di Basilea e del Piccolo Teatro di Milano. L’evento è patrocinato dall’Unione delle Comunità ebraiche italiane