Eleanor Tomlinson nei panni di Amy. La serie targata BBC va in onda su la Effe (disponibile anche su Sky Go e Sky on Demand): l’ultimo episodio va in onda il 18 ottobre. Nel cast anche Robert Carlyle e Rupert Graves. (Credit Mammoth Screen 2018)
C’è vita su Marte: la Guerra dei Mondi diventa una serie tv
Paolo Di Paolo
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di PAOLO DI PAOLO
Il celebre romanzo di H.G.Wells ambientato nell’800 inglese. Ma dimenticate la versione firmata Spielberg
Aggiornato alle 3 minuti di lettura
Gli imperialisti anglofoni sono avvisati. Un drastico calmiere alle loro ambizioni non arriva dai colleghi russi, ma da molto più lontano. Ad almeno sessanta milioni di chilometri dalla Terra. Ben gli sta: "L'uomo è così vano e accecato dalla propria vanità che nessuno scrittore, fino alla fine del XIX secolo, espresse mai l'idea che lassù la vita intelligente si fosse potuta sviluppare molto oltre il livello umano". E invece non solo si è sviluppata, ma accampa pretese di dominio sulla minuta specie che popola il pianeta azzurro. Da quello rosso arrivano orrende - per occhi umani - creature: i tripodi alieni, immensi ragni a tre zampe privi di pietà per il darwiniano attaccamento alla sopravvivenza dell'homo sapiens.
La guerra dei mondi comincia così, e chi ha letto il grande romanzo di H.G. Wells può intuire anche come va a finire. Evitato il rischio che il pubblico - come accadde a quello de…
Gli imperialisti anglofoni sono avvisati. Un drastico calmiere alle loro ambizioni non arriva dai colleghi russi, ma da molto più lontano. Ad almeno sessanta milioni di chilometri dalla Terra. Ben gli sta: "L'uomo è così vano e accecato dalla propria vanità che nessuno scrittore, fino alla fine del XIX secolo, espresse mai l'idea che lassù la vita intelligente si fosse potuta sviluppare molto oltre il livello umano". E invece non solo si è sviluppata, ma accampa pretese di dominio sulla minuta specie che popola il pianeta azzurro. Da quello rosso arrivano orrende - per occhi umani - creature: i tripodi alieni, immensi ragni a tre zampe privi di pietà per il darwiniano attaccamento alla sopravvivenza dell'homo sapiens.
La guerra dei mondi comincia così, e chi ha letto il grande romanzo di H.G. Wells può intuire anche come va a finire. Evitato il rischio che il pubblico - come accadde a quello della versione radiofonica diretta da Orson Welles nel '38 - creda imminente l'invasione aliena, Peter Harness, lo sceneggiatore della miniserie inglese targata BBC, in onda da noi su la Effe (l'ultimo episodio venerdì 18, serie disponibile su Sky Go e Sky On Demand), torna alla matrice letteraria. Salta indietro nel tempo, dimenticando la versione americanizzata anni duemila di Steven Spielberg e quella prodotta e ambientata negli anni Cinquanta da Byron Haskin - e riposiziona le vicende a sud-ovest di Londra sul finire dell'Ottocento.
Il regista Craig Viveiros investe parecchio sulle suggestioni del period drama, uno scenografico prequel involontario di Dowtown Abbey in versione piccoloborghese, senza tazze di tè e senza ricche magioni. L'altra faccia della medaglia, insomma. Le casette di mattoni rossi, la vita affannata di un cronista-scrittore a cui non pubblicano i pezzi, il sogno di un'esistenza diversa: sta per diventare padre fuori dal matrimonio. Le cose si complicano, non solo per lui, quando una specie di palla metallica incandescente precipita dal cielo, con tutto quel che segue. Goffamente, l'artiglieria britannica si illude di battersela come con i russi, a cannonate. Un ufficiale, davanti agli alieni, se ne esce con un minaccioso "Voi siete in Gran Bretagna!", a cui i tripodi naturalmente non fanno nemmeno caso. È proprio lo shock dell'umanità - "con cosa abbiamo a che fare?" - a rendere più incalzante (e angosciante) il racconto. Verso la coda della prima puntata, c'è come un'accelerazione: il disastro dell'invasione mette in crisi la vita privata (i due innamorati forzatamente divisi) e la vita pubblica. Ah, povero Impero britannico!
Uno dei tripodi invasori. (Credit Mammoth Screen 2018)
Harness e Viveiros giocano su più piani: la scacchiera tattica su cui gli umani studiano mosse e contromosse nella battaglia con gli alieni; la tragedia in atto, con questo incombere - letteralmente - di qualcosa di sproporzionato e imperscrutabile; un futuro, virato in rosso come il pianeta malefico, di macerie apocalittiche. I due protagonisti, George (Rafe Spall) e Amy (Eleanor Tomlinson), affrontano il destino che li divide senza eccessi di mélo, ostinati e pragmatici. La coppia e la storia d'amore sono un'aggiunta. Comunque, se a Wells veniva rimproverato di trascurare un po' le figure femminili, nella versione BBC Amy ha invece la sua centralità, eroina astrofila e fatalista, madre resistente e tenace.
Una perfetta ambientazione vittoriana. (Credit Mammoth Screen 2018)
La struttura seriale non scombina La guerra dei mondi, né rischia di diluirla: piuttosto, la ricongiunge alla sua forma originaria. Wells pubblicò a puntate della tenzone marziani-umani sul Pearson's Magazine tra l'aprile e il dicembre del 1897. Nel bellissimo ritratto che David Lodge ha fatto dello scrittore inglese nel romanzo Un uomo di fascino (Bompiani), H.G. rimane solo in salotto, fissa il fuoco acceso e si domanda cosa dirà il mondo alla sua morte. A dire il vero, non fa solo questo: si arrabbia con Orwell - "Non ho detto niente del genere, pezzo di merda, leggi i miei primi lavori" - e prova a fargli capire che "non è la scienza che salva la terra dai marziani, è il fatto che... ". Rischio spoiler troppo alto per proseguire. Diciamo solo che nella guerra fra umani e marziani c'è un terzo incomodo che fa la differenza.
Il razionalista visionario Wells, pronto a ripudiare l'idea di una divinità finita e perfetta che controlla il destino degli uomini (lo spiegava in Fiamma viva, uscito un secolo fa esatto, e ristampato di recente da Edizioni della Sera), confida in una "sana applicazione della scienza. I nostri scrittori intellettuali non hanno mai creduto in tale possibilità". Le intenzioni polemiche di Wells vengono preservate, almeno in filigrana, da Harness e Viveiros: l'ottuso piccolo mondo imperialista del secolo decimonono non è da meno di quello del ventunesimo, in fatto di "compiaciuta fede nelle "cose-così-come-sono"". Mostrare "quanto labile e fragile si sarebbe dimostrata la parvenza di civiltà se fosse capitata una catastrofe assolutamente imprevista" stava a cuore a Wells quanto ai suoi adattatori di centovent'anni dopo.
In fuga da Londra. (Credit Mammoth Screen 2018)
D'altra parte, lo sceneggiatore ha richiamato, fra gli aspetti del romanzo a cui intendeva restare fedele, il fatto che "non c'è nulla di confortevole o prevedibile". Il sole fatica a sorgere, il fumo avvolge tutta Londra, la Terra soffoca, e ciò che era familiare diventa via via più inospitale, più ostile. Servono cibo e acqua - acqua che, nel frattempo, si è fatta scura e sgradevole. I piccoli Sapiens non riescono a darsi pace: provano a nascondersi, si interrogano sul disegno alieno e non trovano risposte. Tra sfollati, cadaveri, masse in fuga, si svegliano nella versione horror - tinta che nell'ultima puntata si accentua parecchio - del pianeta che hanno sempre creduto, e continuano a credere, loro.