Murakami l’alieno: “Le parole sono vita”
dal nostro inviato MAURIZIO CROSETTIIl grande scrittore giapponese ad Alba, in Piemonte, per ritirare il premio Grinzane, ha imposto al pubblico condizioni severe: niente video e foto, cellulari vietatissimi. Nonostante questo, la magia letteraria ha prevalso
ALBA - Le cacciatrici di lucciole scivolano leggere tra le poltrone del teatro, devono scoprire la presenza anche di un solo cellulare venuto a turbare la buia calma del marziano. No video, no foto, no firmacopie, do domande ma questo è un dettaglio, questa non è la notizia. La notizia è che Murakami Haruki esiste e ha un corpo, piccolino ma ce l’ha, e ha un sorriso, appena increspato ma ce l’ha. È atterrato al Grinzane al secondo tentativo (al primo, avevano arrestato l’organizzatore Soria) e stavolta lo ha fatto come la rockstar che è.
Lunghissime code nelle stradine di Alba, Teatro Sociale esaurito online da settimane e addirittura raddoppiato per lui: il palcoscenico nel mezzo, la parte antica con i palchi da un lato, quella moderna dall’altro, una conchiglia di velluto blu con Murakami al centro alle prese con inchini da nord a sud, e piccoli cenni del capo prima di quella remota ipotesi di sorriso. Per questo autore di …
Lunghissime code nelle stradine di Alba, Teatro Sociale esaurito online da settimane e addirittura raddoppiato per lui: il palcoscenico nel mezzo, la parte antica con i palchi da un lato, quella moderna dall’altro, una conchiglia di velluto blu con Murakami al centro alle prese con inchini da nord a sud, e piccoli cenni del capo prima di quella remota ipotesi di sorriso. Per questo autore di …
ALBA - Le cacciatrici di lucciole scivolano leggere tra le poltrone del teatro, devono scoprire la presenza anche di un solo cellulare venuto a turbare la buia calma del marziano. No video, no foto, no firmacopie, do domande ma questo è un dettaglio, questa non è la notizia. La notizia è che Murakami Haruki esiste e ha un corpo, piccolino ma ce l’ha, e ha un sorriso, appena increspato ma ce l’ha. È atterrato al Grinzane al secondo tentativo (al primo, avevano arrestato l’organizzatore Soria) e stavolta lo ha fatto come la rockstar che è.
Lunghissime code nelle stradine di Alba, Teatro Sociale esaurito online da settimane e addirittura raddoppiato per lui: il palcoscenico nel mezzo, la parte antica con i palchi da un lato, quella moderna dall’altro, una conchiglia di velluto blu con Murakami al centro alle prese con inchini da nord a sud, e piccoli cenni del capo prima di quella remota ipotesi di sorriso. Per questo autore di vero culto, milioni di copie vendute in una cinquantina di paesi insieme all’accurata mitologia della propria solitudine, era il quarto momento italiano della vita. Primo momento: alla fine degli anni Ottanta si stabilisce a Roma dove scrive Norwegian Wood, obiettivamente un capolavoro anche se alla fine non rimane vivo nessuno, e Dance dance dance.
Secondo momento: gli fregano il Rolex a Napoli. Terzo momento: arrestano Giuliano Soria. Il quarto momento, perfetto, ieri. Così piccolo nella sua giacca blu e nei suoi jeans stropicciati, Murakami Haruki è un settantenne che corre la maratona e sogna. Chi lo dice snob, chi lo dice alieno. Ma l’emozione nell’accostarlo è difficile da sfuggire, quando il più importante scrittore giapponese al mondo racconta alla platea perché scrive, e come. Prima ancora, aveva chiesto una stanza con vista sulle vigne invece di quell’altro hotel dove alloggiavano i suoi colleghi scrittori.Capricci da star, o da timidoni.
Ha corso tra i vigneti di mattina presto, ha posato per le foto ufficiali ma senza l’anziana moglie Miyuki, ha pranzato con gusto, sui tagliolini ai trenta tuorli ha apprezzato molto le “trifule” (i tartufi bianchi) e poi ha aspettato che nel teatro scendesse il silenzio. Leggendo in giapponese e gesticolando come un italiano (la traduzione nella nostra lingua si sovrapponeva, lasciando però intatto quel sottofondo sonoro che pareva uscire dall’acqua, le vocali lunghissime, le repentine accelerazioni, le pause solenni), Murakami ha spalancato un universo.
Forse uno dei molti, paralleli, dei suoi romanzi. «Scrivo di getto una pagina, un incipit di qualcosa che ancora non esiste, poi la infilo in un cassetto: dopo anni, forse, diventerà un romanzo o magari no». «Si scrive per sentirsi dire: e poi cosa succede? E si scrive soprattutto per scoprirlo, perché io all’inizio mica lo so». «L’inconscio di un autore pretende libertà e pazienza». «Se in una pagina, come nella musica, mancano ritmo e armonia manca tutto». «Noi scrittori siamo i discendenti dei primi narratori delle caverne, dove il fuoco riscaldava e teneva lontane le bestie feroci: scriviamo, e leggiamo, per dimenticare anche solo per un attimo la fame e la paura». «Mi fido sempre del mio istinto: lì sotto è sepolta una storia». Ma soprattutto: «Come disse Scott Fitzgerald, nella vera notte buia dell’anima sono sempre le tre del mattino. Ecco, io vorrei che la mia scrittura potesse fare un po’ di luce laggiù».
Ed è stata una magia persino più forte dell’inevitabile teoria di sponsor e ringraziamenti e della sfilata varia di personalità e personaggi, un presidente di regione e un vicesindaco e un direttore marketing. Senza di loro, però, niente Murakami. Che alla fine è sembrato quasi allegro, quasi emozionato, quasi umano, facendo sì con la testa a piccoli continui scatti. E le luci accese in platea erano occhi lucidi, o forse cellulari clandestini.
Lunghissime code nelle stradine di Alba, Teatro Sociale esaurito online da settimane e addirittura raddoppiato per lui: il palcoscenico nel mezzo, la parte antica con i palchi da un lato, quella moderna dall’altro, una conchiglia di velluto blu con Murakami al centro alle prese con inchini da nord a sud, e piccoli cenni del capo prima di quella remota ipotesi di sorriso. Per questo autore di vero culto, milioni di copie vendute in una cinquantina di paesi insieme all’accurata mitologia della propria solitudine, era il quarto momento italiano della vita. Primo momento: alla fine degli anni Ottanta si stabilisce a Roma dove scrive Norwegian Wood, obiettivamente un capolavoro anche se alla fine non rimane vivo nessuno, e Dance dance dance.
Secondo momento: gli fregano il Rolex a Napoli. Terzo momento: arrestano Giuliano Soria. Il quarto momento, perfetto, ieri. Così piccolo nella sua giacca blu e nei suoi jeans stropicciati, Murakami Haruki è un settantenne che corre la maratona e sogna. Chi lo dice snob, chi lo dice alieno. Ma l’emozione nell’accostarlo è difficile da sfuggire, quando il più importante scrittore giapponese al mondo racconta alla platea perché scrive, e come. Prima ancora, aveva chiesto una stanza con vista sulle vigne invece di quell’altro hotel dove alloggiavano i suoi colleghi scrittori.Capricci da star, o da timidoni.
Ha corso tra i vigneti di mattina presto, ha posato per le foto ufficiali ma senza l’anziana moglie Miyuki, ha pranzato con gusto, sui tagliolini ai trenta tuorli ha apprezzato molto le “trifule” (i tartufi bianchi) e poi ha aspettato che nel teatro scendesse il silenzio. Leggendo in giapponese e gesticolando come un italiano (la traduzione nella nostra lingua si sovrapponeva, lasciando però intatto quel sottofondo sonoro che pareva uscire dall’acqua, le vocali lunghissime, le repentine accelerazioni, le pause solenni), Murakami ha spalancato un universo.
Forse uno dei molti, paralleli, dei suoi romanzi. «Scrivo di getto una pagina, un incipit di qualcosa che ancora non esiste, poi la infilo in un cassetto: dopo anni, forse, diventerà un romanzo o magari no». «Si scrive per sentirsi dire: e poi cosa succede? E si scrive soprattutto per scoprirlo, perché io all’inizio mica lo so». «L’inconscio di un autore pretende libertà e pazienza». «Se in una pagina, come nella musica, mancano ritmo e armonia manca tutto». «Noi scrittori siamo i discendenti dei primi narratori delle caverne, dove il fuoco riscaldava e teneva lontane le bestie feroci: scriviamo, e leggiamo, per dimenticare anche solo per un attimo la fame e la paura». «Mi fido sempre del mio istinto: lì sotto è sepolta una storia». Ma soprattutto: «Come disse Scott Fitzgerald, nella vera notte buia dell’anima sono sempre le tre del mattino. Ecco, io vorrei che la mia scrittura potesse fare un po’ di luce laggiù».
Ed è stata una magia persino più forte dell’inevitabile teoria di sponsor e ringraziamenti e della sfilata varia di personalità e personaggi, un presidente di regione e un vicesindaco e un direttore marketing. Senza di loro, però, niente Murakami. Che alla fine è sembrato quasi allegro, quasi emozionato, quasi umano, facendo sì con la testa a piccoli continui scatti. E le luci accese in platea erano occhi lucidi, o forse cellulari clandestini.