Milano trema. Il Gorilla è tornato
Piero Colaprico , di PIERO COLAPRICOA dieci anni dall’ultima avventura, riecco il detective schizofrenico più amato dai lettori. “La città è perfetta per il noir. Come Las Vegas". Intervista a Sandrone Dazieri
Milano
Dopo dieci anni torna “il Gorilla”. Non siamo credibili se ci diamo del lei, caro Sandrone Dazieri, ma restiamo seri, e “a domanda rispondo”…
«Emerge la tua nota frequentazione con sbirri e magistrati».
Il protagonista del tuo libro, “La danza del Gorilla”, è schizofrenico. Non è che emergono i tuoi lati oscuri, quelli che noi amici conosciamo e sopportiamo?
«Adesso si chiama disturbo associativo dell’identità, passano gli anni e cambiano il nome dei guai, delle persone e delle malattie».
I tuoi lavori precedenti con il Gorilla hanno uno schema. Il protagonista incasina la situazione, s’addormenta sul più bello, o sul più brutto, e al risveglio il “Socio”, e cioè la sua seconda personalità, ha agito. Il rimando al dottor Jekyll e mister Hyde in salsa milanese non è un po’ troppo comodo per sciogliere le trame?
«No, ci …
Dopo dieci anni torna “il Gorilla”. Non siamo credibili se ci diamo del lei, caro Sandrone Dazieri, ma restiamo seri, e “a domanda rispondo”…
«Emerge la tua nota frequentazione con sbirri e magistrati».
Il protagonista del tuo libro, “La danza del Gorilla”, è schizofrenico. Non è che emergono i tuoi lati oscuri, quelli che noi amici conosciamo e sopportiamo?
«Adesso si chiama disturbo associativo dell’identità, passano gli anni e cambiano il nome dei guai, delle persone e delle malattie».
I tuoi lavori precedenti con il Gorilla hanno uno schema. Il protagonista incasina la situazione, s’addormenta sul più bello, o sul più brutto, e al risveglio il “Socio”, e cioè la sua seconda personalità, ha agito. Il rimando al dottor Jekyll e mister Hyde in salsa milanese non è un po’ troppo comodo per sciogliere le trame?
«No, ci …
Milano
Dopo dieci anni torna “il Gorilla”. Non siamo credibili se ci diamo del lei, caro Sandrone Dazieri, ma restiamo seri, e “a domanda rispondo”…
«Emerge la tua nota frequentazione con sbirri e magistrati».
Il protagonista del tuo libro, “La danza del Gorilla”, è schizofrenico. Non è che emergono i tuoi lati oscuri, quelli che noi amici conosciamo e sopportiamo?
«Adesso si chiama disturbo associativo dell’identità, passano gli anni e cambiano il nome dei guai, delle persone e delle malattie».
I tuoi lavori precedenti con il Gorilla hanno uno schema. Il protagonista incasina la situazione, s’addormenta sul più bello, o sul più brutto, e al risveglio il “Socio”, e cioè la sua seconda personalità, ha agito. Il rimando al dottor Jekyll e mister Hyde in salsa milanese non è un po’ troppo comodo per sciogliere le trame?
«No, ci vuole una certa abilità, ma comunque dopo dieci anni lo schema cambia, perché il Gorilla stesso è cambiato. Nell’ultima avventura gli sparano, lo ricoverano, lo curano a forza di antipsicotici, lui scappa e prende coscienza di essere malato. È maturato e ha sofferto, vive ad Amsterdam dove fuma marijuana quando il dolore è troppo forte e da lì, per partecipare ai funerali di un vecchio compagno delle manifestazioni, torna a Milano. Sono tornato con lui per raccontare Milano e per me Milano è il Gorilla».
Tu nel frattempo hai scritto una trilogia – “Uccidi il padre”, “L’angelo”, “Il re di denari” – con l’ex vicequestore Colomba Caselli e il genio e disadattato Dante Torre che combattono il male. I libri hanno scalato le classifiche in Inghilterra e Giappone, sei stato tradotto in 20 paesi e ti volevo chiedere se questo successo sia riuscito a renderti più tranquillo.
«Ma no, non mi pare. Ma mi ha dato soddisfazione, questo sì. E soldi. Non ho fatto dei gran studi, facevo il cuoco, mi mantengo con la scrittura da un sacco di decenni ormai, ero e resto però di estrazione proletaria. E per scrivere seguo il solito procedimento, cioè quando una cosa m’incuriosisce, per capirla scrivo».
Ecco, ma non sarebbe meglio prima cercare di capire una cosa e poi – poi – scrivere il libro?
«Le trame di solito non le raccontiamo, giusto? Ma se nei libri precedenti il Gorilla era una specie di Batman e Robin riuniti nella stessa persona, adesso Sandrone personaggio delle pagine sa di essere neurodiverso, s’accorge di avere allucinazioni visive e uditive e quanto torna a Milano immagina, forse capisce, che il suo grande amico non sia morto cadendo dalle scale, ma sia stato ammazzato. A chiedergli di indagare è un altro ex del movimento, che adesso si occupa di riscossione dei debiti. E che gli chiede di occuparsi dell’incendio di alcuni capannoni dell’hinterland. Non ti fa sorridere che la terra dei fuochi non sia più la Campania, ma la Lombardia?».
Per niente, ma continua il discorso. Il protagonista, che non avrebbe voluto indagare, si risveglia sul luogo dell’incendio e…
«…e si ritrova davanti una città che il Gorilla non riconosce più. Leggeva dall’estero notizie esaltanti su Milano, sul Bosco Verticale, l’Hangar Bicocca, le birrerie artigianali, ma si ritrova a ragionare sui soldi. Leggo: “Tutti parlavano di soldi a Milano. Tutti ne volevano almeno fiutare l’odore. Erano la nuova cocaina”. Non è così?».
Milano e i soldi sono un binomio indissolubile, però da sempre...
«Ma adesso l’amico del Gorilla dice che fa il pacificatore, che si occupa di gestione del debito e che ormai esiste il pizzo 2.0, con finanzieri, bancari e malfattori tutti connessi attraverso il denaro. Milano è la nuova capitale della Calabria della ’ndrangheta. Ho letto il rapporto Dia del 2016. Su 60 miliardi in operazioni sospette passate per Milano, il 40 per cento passa da Milano. Che qui ci siano investimenti sporchi e accettati non è un mistero».
E la tua conclusione sarebbe?
«Che Milano è un grande esperimento, come Las Vegas. Las Vegas venne creata dalla mafia nel centro del deserto, Milano è la capitale della mafia che ha studiato. E che fa accordi informali, quindi niente morti e tante opere pubbliche. Non sei d’accordo?».
Penso che tu voglia riportare il giallo nel racconto del contemporaneo, giusto?
«Oh, questo è il punto. Ne ho parlato anche con Carlo Lucarelli, lui che scrive di Etiopia, Eritrea, anni Trenta, ma no! E tanti che imitano Agatha Christie, mentre il giallo deve stare in strada, nelle città. A Roma hai Romanzo criminale e Suburra, Napoli è Gomorra, Bologna e Rimini se la tirano come se fossero Los Angeles, e Milano? Siamo rimasti in pochi a parlare delle strade, non ti fa arrabbiare questo?».
Ti facevo più cinico…
«Sandrone del romanzo giallo è cinico, non crede più ai buoni e ai cattivi, chissà se le banche sono buone o cattive, io Sandrone in carne e ossa so solo che siamo di una vecchia generazione, fatta da persone che si volevano bene, che facevano casino insieme. Nessuno di noi era della “scuola dei duri” di Pinketts, ma con la sua morte abbiamo perso uno che stava in strada, mentre queste nuove generazioni che cosa stanno portando di più?».
Il libro
La danza del Gorilla di Sandrone Dazieri è edito da Rizzoli (pagg. 256, euro 18)
Dopo dieci anni torna “il Gorilla”. Non siamo credibili se ci diamo del lei, caro Sandrone Dazieri, ma restiamo seri, e “a domanda rispondo”…
«Emerge la tua nota frequentazione con sbirri e magistrati».
Il protagonista del tuo libro, “La danza del Gorilla”, è schizofrenico. Non è che emergono i tuoi lati oscuri, quelli che noi amici conosciamo e sopportiamo?
«Adesso si chiama disturbo associativo dell’identità, passano gli anni e cambiano il nome dei guai, delle persone e delle malattie».
I tuoi lavori precedenti con il Gorilla hanno uno schema. Il protagonista incasina la situazione, s’addormenta sul più bello, o sul più brutto, e al risveglio il “Socio”, e cioè la sua seconda personalità, ha agito. Il rimando al dottor Jekyll e mister Hyde in salsa milanese non è un po’ troppo comodo per sciogliere le trame?
«No, ci vuole una certa abilità, ma comunque dopo dieci anni lo schema cambia, perché il Gorilla stesso è cambiato. Nell’ultima avventura gli sparano, lo ricoverano, lo curano a forza di antipsicotici, lui scappa e prende coscienza di essere malato. È maturato e ha sofferto, vive ad Amsterdam dove fuma marijuana quando il dolore è troppo forte e da lì, per partecipare ai funerali di un vecchio compagno delle manifestazioni, torna a Milano. Sono tornato con lui per raccontare Milano e per me Milano è il Gorilla».
Tu nel frattempo hai scritto una trilogia – “Uccidi il padre”, “L’angelo”, “Il re di denari” – con l’ex vicequestore Colomba Caselli e il genio e disadattato Dante Torre che combattono il male. I libri hanno scalato le classifiche in Inghilterra e Giappone, sei stato tradotto in 20 paesi e ti volevo chiedere se questo successo sia riuscito a renderti più tranquillo.
«Ma no, non mi pare. Ma mi ha dato soddisfazione, questo sì. E soldi. Non ho fatto dei gran studi, facevo il cuoco, mi mantengo con la scrittura da un sacco di decenni ormai, ero e resto però di estrazione proletaria. E per scrivere seguo il solito procedimento, cioè quando una cosa m’incuriosisce, per capirla scrivo».
Ecco, ma non sarebbe meglio prima cercare di capire una cosa e poi – poi – scrivere il libro?
«Le trame di solito non le raccontiamo, giusto? Ma se nei libri precedenti il Gorilla era una specie di Batman e Robin riuniti nella stessa persona, adesso Sandrone personaggio delle pagine sa di essere neurodiverso, s’accorge di avere allucinazioni visive e uditive e quanto torna a Milano immagina, forse capisce, che il suo grande amico non sia morto cadendo dalle scale, ma sia stato ammazzato. A chiedergli di indagare è un altro ex del movimento, che adesso si occupa di riscossione dei debiti. E che gli chiede di occuparsi dell’incendio di alcuni capannoni dell’hinterland. Non ti fa sorridere che la terra dei fuochi non sia più la Campania, ma la Lombardia?».
Per niente, ma continua il discorso. Il protagonista, che non avrebbe voluto indagare, si risveglia sul luogo dell’incendio e…
«…e si ritrova davanti una città che il Gorilla non riconosce più. Leggeva dall’estero notizie esaltanti su Milano, sul Bosco Verticale, l’Hangar Bicocca, le birrerie artigianali, ma si ritrova a ragionare sui soldi. Leggo: “Tutti parlavano di soldi a Milano. Tutti ne volevano almeno fiutare l’odore. Erano la nuova cocaina”. Non è così?».
Milano e i soldi sono un binomio indissolubile, però da sempre...
«Ma adesso l’amico del Gorilla dice che fa il pacificatore, che si occupa di gestione del debito e che ormai esiste il pizzo 2.0, con finanzieri, bancari e malfattori tutti connessi attraverso il denaro. Milano è la nuova capitale della Calabria della ’ndrangheta. Ho letto il rapporto Dia del 2016. Su 60 miliardi in operazioni sospette passate per Milano, il 40 per cento passa da Milano. Che qui ci siano investimenti sporchi e accettati non è un mistero».
E la tua conclusione sarebbe?
«Che Milano è un grande esperimento, come Las Vegas. Las Vegas venne creata dalla mafia nel centro del deserto, Milano è la capitale della mafia che ha studiato. E che fa accordi informali, quindi niente morti e tante opere pubbliche. Non sei d’accordo?».
Penso che tu voglia riportare il giallo nel racconto del contemporaneo, giusto?
«Oh, questo è il punto. Ne ho parlato anche con Carlo Lucarelli, lui che scrive di Etiopia, Eritrea, anni Trenta, ma no! E tanti che imitano Agatha Christie, mentre il giallo deve stare in strada, nelle città. A Roma hai Romanzo criminale e Suburra, Napoli è Gomorra, Bologna e Rimini se la tirano come se fossero Los Angeles, e Milano? Siamo rimasti in pochi a parlare delle strade, non ti fa arrabbiare questo?».
Ti facevo più cinico…
«Sandrone del romanzo giallo è cinico, non crede più ai buoni e ai cattivi, chissà se le banche sono buone o cattive, io Sandrone in carne e ossa so solo che siamo di una vecchia generazione, fatta da persone che si volevano bene, che facevano casino insieme. Nessuno di noi era della “scuola dei duri” di Pinketts, ma con la sua morte abbiamo perso uno che stava in strada, mentre queste nuove generazioni che cosa stanno portando di più?».
Il libro
La danza del Gorilla di Sandrone Dazieri è edito da Rizzoli (pagg. 256, euro 18)