Eugenio Scalfari e i dialoghi sulla fede
Roberto Esposito , di ROBERTO ESPOSITOEsce in libreria e con "Repubblica" "Il Dio unico e la società moderna". Un saggio che contiene anche gli articoli del fondatore del nostro giornale dedicati agli incontri con papa Francesco e il cardinale Martini
Quando l'11 settembre 2013 è arrivata una lettera di papa Francesco a Repubblica la sorpresa non è stata inferiore all'emozione. Lo racconta Eugenio Scalfari nel suo ultimo libro Il Dio unico e la società moderna. Incontri con papa Francesco e il cardinale Carlo Maria Martini, appena edito da Einaudi e in vendita in edicola anche con Repubblica. Si trattava della risposta, intensa e dettagliata, alle domande rivoltegli il mese precedente da Scalfari in due editoriali del giornale. La porta tradizionalmente chiusa tra liturgia cristiana e cultura illuministica si apriva di colpo attraverso un gesto del tutto inedito. Non bisogna, però, pensare a una sorta di mediazione tra le due prospettive. Né il pontefice di Roma né il grande intellettuale laico intendevano rinunciare alle proprie posizioni. E neanche tentare di "convertire" al proprio punto di vista l'interlocutore. In gioco era qualcosa di diverso, e forse anche di pi…
Quando l'11 settembre 2013 è arrivata una lettera di papa Francesco a Repubblica la sorpresa non è stata inferiore all'emozione. Lo racconta Eugenio Scalfari nel suo ultimo libro Il Dio unico e la società moderna. Incontri con papa Francesco e il cardinale Carlo Maria Martini, appena edito da Einaudi e in vendita in edicola anche con Repubblica. Si trattava della risposta, intensa e dettagliata, alle domande rivoltegli il mese precedente da Scalfari in due editoriali del giornale. La porta tradizionalmente chiusa tra liturgia cristiana e cultura illuministica si apriva di colpo attraverso un gesto del tutto inedito. Non bisogna, però, pensare a una sorta di mediazione tra le due prospettive. Né il pontefice di Roma né il grande intellettuale laico intendevano rinunciare alle proprie posizioni. E neanche tentare di "convertire" al proprio punto di vista l'interlocutore. In gioco era qualcosa di diverso, e forse anche di più importante: aprire un confronto senza reticenze tra ragione e fede. Solo dalla differenza è possibile far scaturire la scintilla dell'accordo sulle questioni irrisolte del nostro tempo, a partire dall'individuazione del suo male supremo: l'indifferenza verso l'ingiustizia, la disuguaglianza, la discriminazione. In questo senso va intesa la convinzione del cardinale Martini - col quale Scalfari ha condotto negli anni un intenso dialogo riprodotto nella prima parte del libro - che i non credenti siano più vicini ai veri cristiani dei finti devoti. Nulla è più lontano dall'autentica fede del culto convenzionale di chi la contraddice quotidianamente nei propri gesti.
Al centro del doppio dialogo - con il cardinale e il futuro Papa - la linea di tangenza tra Cristianesimo e storia. Rispetto alle altre religioni, anche monoteistiche, il Cristianesimo è l'unica che implica un rapporto profondo con la storia attraverso l'evento dell'Incarnazione. Incarnandosi, Cristo si è fatto uomo, assumendo su di sé tutti i dolori del mondo. È, insieme alla Resurrezione, il mistero centrale del Cristianesimo. Come l'Incarnazione immette la trascendenza nella storia, la Resurrezione precipita il tempo nella dimensione dell'Eterno: "La Resurrezione dello spirito - afferma il cardinale in uno dei momenti più alti del dialogo con Scalfari - è la fiamma che spinge la ruota del mondo".
Naturalmente è il punto su cui la distanza tra cristiano e non credente - come per tutto il dialogo Scalfari si proclama - è massima. Eppure, è anche il punto destinato ricongiungere le due prospettive su un altro piano. La resurrezione non è solo dei morti, nel mistero insondabile della fede. Può coinvolgere anche i vivi, ogni volta che l'amore del prossimo vince sull'amore di sé. In questo secondo senso si risorge, si può risorgere, rispetto all'inferno dell'egoismo, in ogni momento, da parte di ciascuno, anche del peggiore dei peccatori.
Proprio "l'abolizione del peccato" - attraverso il perdono divino - è per Scalfari il salto in avanti più sconvolgente, rispetto ai vincoli della tradizione, compiuto da papa Francesco sul piano teologico. Intanto perché restituisce all'uomo l'intera libertà - anche quella di rifiutare la Grazia che comunque lo interpella. Ma soprattutto perché modifica radicalmente il volto che a lungo la Chiesa ha attribuito a Dio, sostituendo la misericordia del perdono al giudizio inappellabile tra salvezza e dannazione. Solo un Dio dell'amore può essere il Dio unico, che non appartiene a nessuno perché è di tutti i fedeli. L'intera azione apostolica di papa Francesco muove in questa direzione, lungo la via tracciata da Paolo di Tarso, quando, agli albori del Cristianesimo, si è rivolto allo stesso tempo a cristiani, ebrei e pagani, a credenti e non credenti. Il libro insiste su questa linea di tensione tra luce divina e lumi della ragione. Non per confondere in un amalgama indistinto razionalità e fede, ma per rilanciare le domande, necessariamente senza risposta, che l'una pone all'altra. Il dubbio, ma anche la speranza, le attraversano entrambe, mettendole in relazione proprio attraverso il loro contrasto.
Da un lato - quello del credente - il mistero dell'eternità che redime alla fine la violenza della storia. Dall'altro - da parte di chi non può credere, pur restando attratto dal richiamo della fede - l'idea che l'uomo è una specie animale distinta dalle altre soltanto dalla presenza di una mente che riflette su se stessa e dalla consapevolezza di essere promesso alla morte. Morte non solo come esito inevitabile, ma come presupposto della vita. Senza la presenza incombente della morte, che sfidiamo ogni giorno, verrebbe meno l'energia che ci spinge alle opere della vita e anche all'impegno politico.
Il rapporto con la politica - e dunque col potere - è l'altro fronte su cui si misura tutta la novità del pontificato di Francesco. Rivoluzionario, lo definisce senza esitazioni Scalfari. Non certo perché confonde ciò che è di Dio e ciò che è di Cesare, ma perché non interpreta questa distinzione come fuga dal mondo. Al contrario l'assume come un esercizio che ha l'aspetto di una vera battaglia. Fuori e dentro la Chiesa. Fuori, in difesa di chi è abbandonato, discriminato, respinto dalle zone protette del mondo. Dentro la Chiesa, contro i poteri che, anteponendo gli interessi dell'istituzione ecclesiastica, la distolgono dalla sua missione pastorale.
Alla Chiesa verticale della Curia, Francesco contrappone quella orizzontale, il cui significato è impresso nel nome che ha scelto. Certo, la sua "guerra" è appena agli inizi e tutt'altro che vinta. Come è stato detto, gli avvoltoi volano ancora alti sul Vaticano. Del resto i pareri sull'operato del Papa non collimano del tutto. Ma, come ricorda Scalfari, una cosa è indubitabile. Che parli nell'austero salone delle udienze o alla periferia del mondo, Francesco non cambia mai interlocutori - i naufraghi del mare e della terra.
Al centro del doppio dialogo - con il cardinale e il futuro Papa - la linea di tangenza tra Cristianesimo e storia. Rispetto alle altre religioni, anche monoteistiche, il Cristianesimo è l'unica che implica un rapporto profondo con la storia attraverso l'evento dell'Incarnazione. Incarnandosi, Cristo si è fatto uomo, assumendo su di sé tutti i dolori del mondo. È, insieme alla Resurrezione, il mistero centrale del Cristianesimo. Come l'Incarnazione immette la trascendenza nella storia, la Resurrezione precipita il tempo nella dimensione dell'Eterno: "La Resurrezione dello spirito - afferma il cardinale in uno dei momenti più alti del dialogo con Scalfari - è la fiamma che spinge la ruota del mondo".
Naturalmente è il punto su cui la distanza tra cristiano e non credente - come per tutto il dialogo Scalfari si proclama - è massima. Eppure, è anche il punto destinato ricongiungere le due prospettive su un altro piano. La resurrezione non è solo dei morti, nel mistero insondabile della fede. Può coinvolgere anche i vivi, ogni volta che l'amore del prossimo vince sull'amore di sé. In questo secondo senso si risorge, si può risorgere, rispetto all'inferno dell'egoismo, in ogni momento, da parte di ciascuno, anche del peggiore dei peccatori.
Proprio "l'abolizione del peccato" - attraverso il perdono divino - è per Scalfari il salto in avanti più sconvolgente, rispetto ai vincoli della tradizione, compiuto da papa Francesco sul piano teologico. Intanto perché restituisce all'uomo l'intera libertà - anche quella di rifiutare la Grazia che comunque lo interpella. Ma soprattutto perché modifica radicalmente il volto che a lungo la Chiesa ha attribuito a Dio, sostituendo la misericordia del perdono al giudizio inappellabile tra salvezza e dannazione. Solo un Dio dell'amore può essere il Dio unico, che non appartiene a nessuno perché è di tutti i fedeli. L'intera azione apostolica di papa Francesco muove in questa direzione, lungo la via tracciata da Paolo di Tarso, quando, agli albori del Cristianesimo, si è rivolto allo stesso tempo a cristiani, ebrei e pagani, a credenti e non credenti. Il libro insiste su questa linea di tensione tra luce divina e lumi della ragione. Non per confondere in un amalgama indistinto razionalità e fede, ma per rilanciare le domande, necessariamente senza risposta, che l'una pone all'altra. Il dubbio, ma anche la speranza, le attraversano entrambe, mettendole in relazione proprio attraverso il loro contrasto.
Da un lato - quello del credente - il mistero dell'eternità che redime alla fine la violenza della storia. Dall'altro - da parte di chi non può credere, pur restando attratto dal richiamo della fede - l'idea che l'uomo è una specie animale distinta dalle altre soltanto dalla presenza di una mente che riflette su se stessa e dalla consapevolezza di essere promesso alla morte. Morte non solo come esito inevitabile, ma come presupposto della vita. Senza la presenza incombente della morte, che sfidiamo ogni giorno, verrebbe meno l'energia che ci spinge alle opere della vita e anche all'impegno politico.
Il rapporto con la politica - e dunque col potere - è l'altro fronte su cui si misura tutta la novità del pontificato di Francesco. Rivoluzionario, lo definisce senza esitazioni Scalfari. Non certo perché confonde ciò che è di Dio e ciò che è di Cesare, ma perché non interpreta questa distinzione come fuga dal mondo. Al contrario l'assume come un esercizio che ha l'aspetto di una vera battaglia. Fuori e dentro la Chiesa. Fuori, in difesa di chi è abbandonato, discriminato, respinto dalle zone protette del mondo. Dentro la Chiesa, contro i poteri che, anteponendo gli interessi dell'istituzione ecclesiastica, la distolgono dalla sua missione pastorale.
Alla Chiesa verticale della Curia, Francesco contrappone quella orizzontale, il cui significato è impresso nel nome che ha scelto. Certo, la sua "guerra" è appena agli inizi e tutt'altro che vinta. Come è stato detto, gli avvoltoi volano ancora alti sul Vaticano. Del resto i pareri sull'operato del Papa non collimano del tutto. Ma, come ricorda Scalfari, una cosa è indubitabile. Che parli nell'austero salone delle udienze o alla periferia del mondo, Francesco non cambia mai interlocutori - i naufraghi del mare e della terra.