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Così cambia il gioco del mondo

Pubblichiamo un estratto del saggio “La seconda guerra fredda” che analizza il tramonto dell’America e l’ascesa della Cina. Ecco perché nessuno, nemmeno l’Europa, potrà restare neutrale
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Il tramonto del secolo americano, la possibile transizione al secolo cinese bruciano le tappe, lo scenario si fa attuale e accade nel modo più sconvolgente. È turbolento, traumatico. Due imperi, uno declinante e l’altro in ascesa, accelerano la resa dei conti. Chi sta in mezzo — come gli europei — farà la fine del vaso di coccio? Nessuno di noi è attrezzato ad affrontare la tempesta in arrivo. Neppure i leader al comando delle due superpotenze, hanno un’idea chiara sulla dinamica della sfida, sulle prossime puntate di questa storia, sul punto di arrivo finale. Mettono in moto forze che loro stessi non sapranno dominare fino in fondo. È un mondo nuovo; in poco tempo sta cancellando le regole fissate nell’epoca precedente. Abbiamo bisogno di capirlo, è una questione di sopravvivenza.

Trent’anni fa finiva la Guerra fredda. Ma il disgelo Usa-Urss era cominciato ancor prima che cadesse il Muro di Berlino. Perci&…
Il tramonto del secolo americano, la possibile transizione al secolo cinese bruciano le tappe, lo scenario si fa attuale e accade nel modo più sconvolgente. È turbolento, traumatico. Due imperi, uno declinante e l’altro in ascesa, accelerano la resa dei conti. Chi sta in mezzo — come gli europei — farà la fine del vaso di coccio? Nessuno di noi è attrezzato ad affrontare la tempesta in arrivo. Neppure i leader al comando delle due superpotenze, hanno un’idea chiara sulla dinamica della sfida, sulle prossime puntate di questa storia, sul punto di arrivo finale. Mettono in moto forze che loro stessi non sapranno dominare fino in fondo. È un mondo nuovo; in poco tempo sta cancellando le regole fissate nell’epoca precedente. Abbiamo bisogno di capirlo, è una questione di sopravvivenza.

Trent’anni fa finiva la Guerra fredda. Ma il disgelo Usa-Urss era cominciato ancor prima che cadesse il Muro di Berlino. Perciò abbiamo un ricordo sbiadito delle tensioni acute tra i due blocchi, quando la guerra nucleare era un pericolo concreto, attraversare la “Cortina di ferro” era un’impresa (soprattutto dal mondo comunista verso l’Occidente), c’erano guerre ideologiche e “cacce alle streghe” da una parte e dall’altra.

Poi ci sono i tanti giovani nati dopo quel fatidico 1989. Per loro il concetto di Guerra fredda è astratto; ammesso che ne abbiano sentito parlare. È ora di riscoprirlo, aggiornato alla nuova realtà. Sta cominciando la nuova Guerra fredda, ma sarà profondamente diversa dalla prima. Cambieranno molte cose per tutti, in questa sfida tra America e Cina nessuno potrà rimanere veramente neutrale. L’economia e la finanza, la scienza e la tecnologia, i valori politici e la cultura, ogni terreno sarà investito dal nuovo conflitto. Bisognerà smettere di parlare di globalizzazione come se fosse un fenomeno irreversibile: la sua ritirata è già cominciata.

Ricordate il termine “Chimerica”? Il neologismo fu coniato fondendo le parole “China+America”. Accadeva solo dieci anni fa. Nello stesso periodo i guru della geopolitica parlavano della nascita di un G2 che avrebbe sostituito i vari G7 e G20; il mondo sembrava avviato verso un direttorio a due, nel quale Stati Uniti e Repubblica popolare cinese avrebbero preso insieme le grandi decisioni. Chimerica e G2 ci ricordano un’epoca in cui le due superpotenze sembravano diventate quasi una cosa sola, almeno sul piano dell’economia e della finanza: tanta era la complementarietà dei ruoli, la simbiosi tra la fabbrica del mondo (cinese) e il suo mercato di sbocco (americano).

Quell’epoca si è chiusa e non tornerà più. Sta succedendo ciò che molti esperti consideravano impossibile. I dazi di Donald Trump non devono ossessionarci: sono stati solo l’ultimo capitolo di una crisi. La guerra commerciale può conoscere tregue o compromessi temporanei, è stata solo l’acceleratore di un divorzio che cambierà le mappe del nostro futuro, e avrà conseguenze sull’Europa. Trump può subire l’impeachment o perdere le elezioni nel 2020 ma i democratici che lo sfidano sono diventati ancora più duri di lui con Pechino. La resa dei conti precipita a tutti i livelli: le maggiori multinazionali Usa stanno rivedendo i loro piani cinesi e la loro dipendenza da quel paese. Non è ancora una fuga precipitosa; gruppi come Apple Boeing e General Motors (o i tedeschi Siemens, Audi-Volkswagen) hanno fatto affari fantastici in Cina, prima vi hanno prodotto per anni a basso costo, poi hanno scoperto un nuovo cliente che è la sterminata classe media asiatica; oggi ridimensionano a malincuore la loro dipendenza da quel mercato e da quella “fabbrica”.

Tutti stanno cercando alternative, vie di fuga, piani di ritirata strategica. È la fine di un pezzo di storia della globalizzazione durato trent’anni. Con esso tramonta anche un certo ordine mondiale: finché tra Washington e Pechino prevaleva la convinzione di avere molto da guadagnare nella divisione dei ruoli, il loro rapporto generava stabilità. Sembrava irreversibile quella simbiosi, fatta di compenetrazione, mutuo vantaggio. Il resto del mondo, compresi i settori del made in Italy che in Cina hanno avuto successo, e gli ambienti dell’economia italiana attirati dalle Nuove Vie della Seta di Xi Jinping, devono sapere che le regole del gioco globale stanno cambiando. Saremo tutti coinvolti nella grande sfida.

L’intero establishment americano — inclusa la classe dirigente democratica e i militari del Pentagono — ha riveduto il suo ottimismo sull’opportunità cinese. In parte è il successo di Pechino ad aver provocato questo raffreddamento. La vecchia divisione dei compiti tra un’economia avanzata ed una emergente, prevedeva delocalizzazioni verso il paese a basso costo della manodopera, il quale riesportava verso il mercato americano anche tanti prodotti di marche Usa. Gli squilibri della bilancia commerciale, o lo smantellamento della classe operaia americana, non preoccupavano né i capitalisti della Silicon Valley né i banchieri di Wall Street.

La strategia cinese ha garantito ricchi profitti a tutti. Ma la Cina di Xi Jinping sta cogliendo i frutti di un grande progetto di emancipazione. È stata brava e spregiudicata al tempo stesso; il suo popolo, i suoi imprenditori, i suoi governanti, hanno resuscitato antichissime tradizioni che avevano fatto dell’Impero Celeste la potenza più ricca del pianeta; hanno sfoderato talento e determinazione, furbizia e cinismo; ci hanno battuti al nostro stesso gioco, talvolta barando. Questa Cina è sempre meno emergente e sempre più emersa; in molti settori l’allievo ha superato il maestro; punta alla supremazia mondiale nelle tecnologie avanzate. Ha coltivato (con mezzi leciti e illeciti) dei campioni nazionali che fanno terra bruciata attorno a molte aziende straniere; ha saputo anche allevare un’imprenditoria locale ipercompetitiva, aggressiva, innovativa.

A questo si aggiunge la consapevolezza del Pentagono e dell’intelligence Usa, che Pechino brucia le tappe anche nella rincorsa politico-militare. Xi è il primo leader che proclama la superiorità del suo modello autoritario sulle nostre liberaldemocrazie. Lo scenario della “trappola di Tucidide” (la rivalità Atene-Sparta che sfociò nella guerra del Peloponneso) va studiato attentamente. I cinesi ci dicono che non dobbiamo cadere nella trappola di altre potenze, quelle che in passato tentarono di bloccare l’ascesa di un rivale con ogni mezzo, inclusa la guerra. Ma i loro comportamenti stanno contribuendo ad alimentare in Occidente paura, diffidenza. L’idea che “bisogna fermarli prima che sia troppo tardi” ha fatto breccia anche in ambienti lontanissimi dal sovranismo e protezionismo trumpiano.

Testo tratto da "La seconda guerra fredda" di Federico Rampini (Feltrinelli, pagg. 240, 19 euro)