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 Leonard Cohen durante uno dei suoi ultimi concerti 

Adam Cohen: Il mio grazie a papà Leonard

Il figlio del cantautore canadese ha chiamato a raccolta un gruppo di grandi artisti per mettere in musica le poesie lasciate dal padre prima di morire. E qui racconta la genesi di “Thanks for the dance”
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BERLINO. Sapeva che in casa di suo padre, a Los Angeles, era rimasto un tesoro. Canzoni senza musica - non c'era stato il tempo di orchestrarle prima che Leonard Cohen (1934-2016) morisse. Consapevole della fine imminente, l'artista aveva preferito completare quelle scelte per l'album You want it darker, il suo testamento poetico: serena accettazione dell'impermanenza e resa definitiva nelle mani del divino, in qualsiasi forma o dimensione si presentasse. Il figlio Adam Cohen, 47 anni, cantautore in proprio dal 1998, ha lavorato mesi per creare un corredo sonoro a quelle poesie lette da Leonard e in parte stampate nel libro The Flame, pubblicato l'anno scorso. Per non sembrare arrogante, ha chiamato a collaborare una schiera di artisti in sintonia con l'universo del genio canadese, come Damien Rice, Leslie Feist, Richard Reed Parry degli Arcade Fire, Bryce Dessner dei National, Silvia Pérez Cruz, Daniel Lanois e Beck. Ce ne ha parlato a Berlino, nello st…
BERLINO. Sapeva che in casa di suo padre, a Los Angeles, era rimasto un tesoro. Canzoni senza musica - non c'era stato il tempo di orchestrarle prima che Leonard Cohen (1934-2016) morisse. Consapevole della fine imminente, l'artista aveva preferito completare quelle scelte per l'album You want it darker, il suo testamento poetico: serena accettazione dell'impermanenza e resa definitiva nelle mani del divino, in qualsiasi forma o dimensione si presentasse. Il figlio Adam Cohen, 47 anni, cantautore in proprio dal 1998, ha lavorato mesi per creare un corredo sonoro a quelle poesie lette da Leonard e in parte stampate nel libro The Flame, pubblicato l'anno scorso. Per non sembrare arrogante, ha chiamato a collaborare una schiera di artisti in sintonia con l'universo del genio canadese, come Damien Rice, Leslie Feist, Richard Reed Parry degli Arcade Fire, Bryce Dessner dei National, Silvia Pérez Cruz, Daniel Lanois e Beck. Ce ne ha parlato a Berlino, nello studio dove l'opera è stata completata, commosso e non senza trepidazione, perché Thanks for the dance, che esce il 22 novembre, non è una raccolta di serie B ma il disco che Leonard Cohen avrebbe pubblicato se la vita gli avesse concesso una tregua. "You want it darker fu per noi un'occasione di riavvicinamento, c'incontravamo quasi ogni giorno. Per non farlo affaticare, avevo organizzato un piccolo studio di registrazione in casa sua", racconta. "Stava studiando la propria mortalità con una serie di canzoni che riflettessero la consapevolezza di essere alla fine di un viaggio e la certezza del carico prezioso che c'era ad attenderlo".

Perché le canzoni di "Thanks for the dance" vennero eliminate dalla lista?
"Perché brani come The night in Santiago, con un sottile sfondo erotico, e Thanks for the dance, che è una sorta di storia d'amore, mal si adattavano allo spirito di You want it darker. Nelle tre settimane prima della morte lavorò furiosamente per completare The Flame, il libro che verrà presto tradotto anche in italiano. Era esausto, fragile, mi disse: "Toccherà a te finire quel che abbiamo iniziato". Mi ci è voluto del tempo per trovare il coraggio di rientrare in quello studio, accendere tutte le apparecchiature e starmene lì seduto in compagnia della sua voce. È successo qualcosa di miracoloso e inatteso. Ho ripreso con lui la conversazione che si era interrotta con la morte. A quel punto ho chiamato Javier Mas, l'artista spagnolo che l'aveva accompagnato negli ultimi otto anni. Appena arrivato da Barcellona, è entrato in studio, ha imbracciato la chitarra di mio padre - che ora è mia - ed è scoppiato in lacrime: "Non avrei mai pensato di suonare ancora con Leonard". Quando restavo solo dialogavo con gli altoparlanti. "Papà, ti piace questa?". A volte la risposta era perentoria: "La odio"; allora abbassavo immediatamente i cursori del mixer. Altre invece: "Continua! Va bene così!". All'inizio ho lavorato a quelle canzoni solo con Javier e un ingegnere del suono. Poi si è aggiunto Zac Rae, il tastierista dei Death Cab for Cutie; dopo due settimane il disco era finito. Eravamo tutti al settimo cielo, emozionati, felici, commossi". 

E allora perché ha poi coinvolto altri artisti nel progetto?
"Mi sembrava che tutto fosse stato fatto troppo in fretta, sono rimasto vittima della mia droga, l'insicurezza. Ho cominciato a consultare musicisti amici, ho chiamato persino Rick Rubin per un consiglio. Ero in cerca di qualcuno che mi ridesse la fiducia che stavo perdendo. Ingmar Bergman diceva: "Non voglio nessuno durante la proiezione dei miei film, perché se un gatto entra nella sala incomincio a guardare il film attraverso gli occhi del gatto". A me invece tutte quelle persone hanno dato la certezza che stavo facendo la cosa giusta. Come nella tradizione ebraica, ognuno ha portato un piccolo sasso sulla tomba. Con discrezione, con amore, senza la smania di farsi notare; un tributo fatto con devozione".

Lei è nato nel 1972, dopo la pubblicazione di "Songs of Love and Hate", quando Leonard Cohen cominciava ad avere un successo internazionale. Come ha vissuto da bambino la celebrità e la sregolatezza di quegli anni? 
"Avevo dieci anni quando mi resi conto che era un uomo eccezionale, e adesso che ne ho quarantasette non riesco ancora a capacitarmi della sua grandezza, proprio perché con me si è sempre comportato come un padre qualsiasi. E se non sono stato un ribelle, neppure da adolescente, è proprio perché mi sarebbe sembrato uno sfregio alla sua bellezza. Mio padre era un uomo incredibilmente rispettoso del suo ruolo; non so come, tra carriera e divorzi, sia riuscito a starci accanto (ha una sorella minore, Lorca, anche lei nata dalla relazione di Leonard con Suzanne Elrod), ma c'è riuscito. Ogni anno a Hydra insieme, tutte le festività sempre con noi - in Grecia d'estate, a Montreal d'inverno. Era un uomo che lasciava un segno in tutti quelli che incontrava. Aveva caratteristiche fuori dal comune - purtroppo non ne ho trovata neanche una dentro di me, ho sempre saputo che come artista avrei avuto un ruolo ben più modesto nella storia. Non tutti risplendono allo stesso modo. Lui era magico. Ricordo l'ultima volta che lo vidi battagliare con i giornalisti, poco prima che morisse, alla conferenza stampa di You want it darker. Ero lì, accanto a lui, e mentre tutti lo adoravano pensavo: "Per voi è Leonard Cohen, per me è... mio padre". Eppure, mentre lo ascoltavo, ero anch'io soggiogato dal suo eloquio. "Cazzo", pensavo, "quest'uomo è così elegante, così affascinante, così bello!". C'è una ragione per cui oro e diamanti sono così costosi: perché ne esistono piccole quantità, sono rari". 

Quali sono le canzoni o i dischi che ha amato di più?
"Non riesco a pensare a mio padre in termini di album o di canzoni, sono contati i momenti, le atmosfere, i movimenti, il metronomo che aveva incorporato, certi arrangiamenti avanguardistici come quelli di Field Commander Cohen o The Window - non sono canzoni folk; sapevo che stava facendo qualcosa di diverso. Se metti Leonard Cohen in relazione ai suoi contemporanei, ti accorgi che lui è di un'altra pasta: il suono, la voce, l'approccio, il linguaggio. Non mi ha colpito una canzone di mio padre, o un disco di mio padre, ma il mondo di mio padre".

Il suo ultimo tour, immortalato su diversi dischi, lo vedeva ogni sera perfetto sul palco, con una voce magnetica, potente, e una presenza scenica che pretendeva rispetto. Non è usuale per un artista di quell'età.
"Io non c'entro in quel tour. Lì c'erano solo lui e Dio".

Non ha mai fatto parte di nessuna religione organizzata....
"...Ma a suo modo era religiosissimo. Uno degli ultimi giorni mi disse, indicando la flebo: "Ho provato con la religione, ho sperimentato le droghe, ho avuto donne e divorzi, ho viaggiato, ho usato gli psicofarmaci e anche la marijuana terapeutica e ora sto provando questi farmaci che mi allungano la vita. In realtà una sola cosa mi ha salvato, il mio lavoro, cercare di fare qualcosa che avesse un significato nel mondo". Imbrattare carta, scrivere, questa era la sua religione, e il potere che esercitava su di noi. Non era alla ricerca della standing ovation, ma della soluzione".

Quale resta per il figlio la lezione più grande?
"Disciplina e devozione: era un grande lavoratore. Non scriveva canzoni per divertirsi, seguiva un comandamento".

E quando ha capito che anche lei voleva scriverne?
"Mi ha incoraggiato in ogni modo. Avrebbe fatto bene a essere più severo".

Le è mai capitato di ascoltare la cover di una canzone di Leonard Cohen che le ha stretto il cuore?
"Hallelujah cantata da k.d. lang, un miracolo".

Cosa le è mancato di più in questi tre anni?
"Dicevo sempre ai miei, vado a prendermi un caffè con papà. E loro rassegnati: ok, allora ci rivediamo stanotte. Questo mi manca: andavo da lui, stavamo seduti a parlare per tutto quel tempo, anche una giornata intera. Mi mancano il suo humour e la sua compagnia".

Un Nobel, al pari di Dylan, l'avrebbe meritato anche lui.
"Mi creda, era l'ultimo dei suoi desideri".

Thanks for the dance, Columbia Records e Legacy Recordings, esce il 22 novembre