Mario Giacomelli e il fotografo fantasma
Michele Smargiassi , di MICHELE SMARGIASSIGiacomelli è stato tra i grandi autori italiani di immagini. Ma aveva paura di volare. Ora una mostra a Senigallia svela che a realizzare i suoi scatti aerei fu il meno noto Edmo Leopoldi
Era curioso di capire come ci guarda Dio. Cosa capisce di noi, dall’alto dei cieli, lui che da lassù «non può vedere, se ci sta proprio sopra, come siamo ridotti male». Così diceva Mario Giacomelli alla nipote Simona Guerra, in una lunghissima intervista, poco prima di morire, nel 2000. Geniale “dilettante”, Giacomelli è stato uno dei più grandi fotografi del Novecento, forse uno dei due o tre che il mondo conosce fuori dai confini di questo Paese culturalmente autarchico. Ma quel veggente appartato e piuttosto misantropo aveva paura di volare. Allora si fece prestare gli occhi da un amico e compaesano, un collega fotografo professionista che invece agli aerei c’era abituato. E che per tutta la vita, con ammirevole complicità, serbò per sé quel piccolo segreto, ora svelato da una ricerca e da una mostra.
Sì, alcune delle immagini più affascinanti e misteriose dell’opera di …
Sì, alcune delle immagini più affascinanti e misteriose dell’opera di …
Era curioso di capire come ci guarda Dio. Cosa capisce di noi, dall’alto dei cieli, lui che da lassù «non può vedere, se ci sta proprio sopra, come siamo ridotti male». Così diceva Mario Giacomelli alla nipote Simona Guerra, in una lunghissima intervista, poco prima di morire, nel 2000. Geniale “dilettante”, Giacomelli è stato uno dei più grandi fotografi del Novecento, forse uno dei due o tre che il mondo conosce fuori dai confini di questo Paese culturalmente autarchico. Ma quel veggente appartato e piuttosto misantropo aveva paura di volare. Allora si fece prestare gli occhi da un amico e compaesano, un collega fotografo professionista che invece agli aerei c’era abituato. E che per tutta la vita, con ammirevole complicità, serbò per sé quel piccolo segreto, ora svelato da una ricerca e da una mostra.
Sì, alcune delle immagini più affascinanti e misteriose dell’opera di Giacomelli non furono scattate personalmente da lui: ma commissionate, ricevute, fatte proprie, rielaborate, ricreate. Sì, senza teorizzarlo, spontaneamente, Giacomelli lavorò secondo una pratica artistica postmoderna che oggi chiameremmo risemantizzazione, appropriazione o qualcosa del genere, ma che forse per l’epoca (cominciò a fare paesaggi a metà degli anni Cinquanta) e per l’ambiente provinciale della nostra cultura visuale sarebbe stata considerata strana se non illegittima. E Giacomelli era già abbastanza amareggiato dalle accuse dei puristi, di manipolare troppo le sue fotografie in camera oscura.
Era un fotografo a chilometri zero. Quasi tutta la sua opera è realizzata nel raggio di pochi chilometri dalla sua Senigallia, dove del resto si guadagnava la vita come tipografo d’inverno e gestore di un campeggio d’estate. Le eccezioni, sontuose, sono note: una gita a Scanno, un pellegrinaggio a Lourdes, poco altro. L’aereo lo prese sicuramente una volta, di linea, per partecipare alla giuria di un concorso fotografico a Bilbao, nel 1975. In mezzo a una perturbazione, il velivolo sballottava: «Ho avuto paura e ho tirato fuori la macchina per fotografare, così non avrei pensato alla possibilità di cadere: ho fotografato la paura di cadere». Ma quell’idea di vedere la terra come la vede Dio forse gli balenò in testa in quel momento di ansia.
Del resto, stravolgere la visione ordinaria del paesaggio era la sua poetica. Quei campi graffiati da un aratro nevrotico (era lo stesso Giacomelli, come un land artist, a chiedere ai contadini di fare così) per lui erano come le rughe dei vecchi che fotografava nell’ospizio di Senigallia: scrittura della natura, o divina, sulla crosta dell’esistenza. La terra tormentata come metonimia della carne del contadino. Ora, che alcune fotografie dei suoi lavori più lirici sul paesaggio marchigiano, come Presa di coscienza sulla natura, fossero prese dall’aereo, era un po’ difficile da negare. Alcune sono chiaramente vedute zenitali.
Alzare il punto di vista era per lui raccontare come si stava consumando il rapporto fra l’uomo e la Grande Madre: «La foto dall’alto nasce perché il contadino ha lasciato la terra». Insomma, a un certo punto Giacomelli non si accontentò più di schiacciare le prospettive degli aspri pendii marchigiani fotografandoli dalla collina di fronte, e passò alla vista dal cielo. Ma nessuno si era chiesto finora come avesse fatto. In quell’intervista-testamento, disse alla nipote che era salito a bordo del monomotore di un amico. Le aveva anche descritto il rischio di sporgersi dal portello, gli inconvenienti («sullo scatto mettevo un elastico, per evitare che scattasse da solo per il vento…»). Ma lei non era convinta, e nel libro La mia vita intera aggiunse una nota di scetticismo: «alla richiesta di altri particolari, divagava».
Dopo vent’anni Simona Guerra, studiosa, archivista e curatrice, ha trovato la chiave del mistero. Stava negli archivi di un altro fotografo di Senigallia, Edmo Leopoldi. Uno che invece amava volare: era stato militare in aeronautica e su richiesta produceva foto aeree per geometri, agrimensori, turisti.
Dal suo archivio riordinato dopo la sua scomparsa è emersa una busta con la scritta “per Giacomelli”. Dentro, 120 provini e 38 negativi di fotografie dall’aereo. Straordinariamente somiglianti a quelle di Giacomelli. In molti casi, i luoghi sono identificabili e i dettagli sono gli stessi: laghetti dalla curiosa forma di trifogli, barche sulla spiaggia… C’era anche un biglietto nella inconfondibile calligrafia di Giacomelli: «Edmo, se non andiamo oggi per i paesaggi ho l’impressione che non ci andiamo più, dobbiamo farli ad ogni costo — almeno 30 rullini». Da cui si potrebbe in effetti dedurre che Giacomelli saliva anche lui sull’aeroplanino da diporto. Ma la testimonianza di uno dei piloti di quelle escursioni, Alberto Diambra, rintracciato da Guerra, sostiene il contrario: in volo ci andava solo Leopoldi. A cui Giacomelli aveva però assegnato compiti precisi: «Praticamente Giacomelli andava prima a fare il suo sopralluogo per vedere la potenzialità degli scatti dall’aereo, li immaginava prima, poi chiedeva ad Edmo di andare. Gli dava delle indicazioni molto precise su come voleva gli scatti». Lavorava poi sui provini (ci sono segni a penna, correzioni, segni preziosissimi per comprendere cosa Giacomelli chiedeva al suo fornitore di sguardi), e infine si portava la materia prima dei negativi in camera oscura dove la lavorava, riquadrando e stampando nei toni contrastati e catramosi che erano il suo linguaggio d’autore.
I provini, i documenti, i foto-confronti tra gli scatti di Leopoldi e le immagini di Giacomelli, Simona Guerra li espone da oggi al 5 gennaio a Senigallia, in un nuovo spazio dedicato alla fotografia, Piktart. Qualche devoto a un’idea romantica dell’autorialità potrà forse scandalizzarsene (perché non scandalizzarsi, allora, con chi oggi fa scattare le sue foto al drone?). Chi ama Giacomelli forse capirà meglio che la sua idea di fotografia era la creazione di un’immagine in cerca di risonanze dentro — da quale fuori venisse, era meno importante.
Sì, alcune delle immagini più affascinanti e misteriose dell’opera di Giacomelli non furono scattate personalmente da lui: ma commissionate, ricevute, fatte proprie, rielaborate, ricreate. Sì, senza teorizzarlo, spontaneamente, Giacomelli lavorò secondo una pratica artistica postmoderna che oggi chiameremmo risemantizzazione, appropriazione o qualcosa del genere, ma che forse per l’epoca (cominciò a fare paesaggi a metà degli anni Cinquanta) e per l’ambiente provinciale della nostra cultura visuale sarebbe stata considerata strana se non illegittima. E Giacomelli era già abbastanza amareggiato dalle accuse dei puristi, di manipolare troppo le sue fotografie in camera oscura.
Era un fotografo a chilometri zero. Quasi tutta la sua opera è realizzata nel raggio di pochi chilometri dalla sua Senigallia, dove del resto si guadagnava la vita come tipografo d’inverno e gestore di un campeggio d’estate. Le eccezioni, sontuose, sono note: una gita a Scanno, un pellegrinaggio a Lourdes, poco altro. L’aereo lo prese sicuramente una volta, di linea, per partecipare alla giuria di un concorso fotografico a Bilbao, nel 1975. In mezzo a una perturbazione, il velivolo sballottava: «Ho avuto paura e ho tirato fuori la macchina per fotografare, così non avrei pensato alla possibilità di cadere: ho fotografato la paura di cadere». Ma quell’idea di vedere la terra come la vede Dio forse gli balenò in testa in quel momento di ansia.
Del resto, stravolgere la visione ordinaria del paesaggio era la sua poetica. Quei campi graffiati da un aratro nevrotico (era lo stesso Giacomelli, come un land artist, a chiedere ai contadini di fare così) per lui erano come le rughe dei vecchi che fotografava nell’ospizio di Senigallia: scrittura della natura, o divina, sulla crosta dell’esistenza. La terra tormentata come metonimia della carne del contadino. Ora, che alcune fotografie dei suoi lavori più lirici sul paesaggio marchigiano, come Presa di coscienza sulla natura, fossero prese dall’aereo, era un po’ difficile da negare. Alcune sono chiaramente vedute zenitali.
Alzare il punto di vista era per lui raccontare come si stava consumando il rapporto fra l’uomo e la Grande Madre: «La foto dall’alto nasce perché il contadino ha lasciato la terra». Insomma, a un certo punto Giacomelli non si accontentò più di schiacciare le prospettive degli aspri pendii marchigiani fotografandoli dalla collina di fronte, e passò alla vista dal cielo. Ma nessuno si era chiesto finora come avesse fatto. In quell’intervista-testamento, disse alla nipote che era salito a bordo del monomotore di un amico. Le aveva anche descritto il rischio di sporgersi dal portello, gli inconvenienti («sullo scatto mettevo un elastico, per evitare che scattasse da solo per il vento…»). Ma lei non era convinta, e nel libro La mia vita intera aggiunse una nota di scetticismo: «alla richiesta di altri particolari, divagava».
Dopo vent’anni Simona Guerra, studiosa, archivista e curatrice, ha trovato la chiave del mistero. Stava negli archivi di un altro fotografo di Senigallia, Edmo Leopoldi. Uno che invece amava volare: era stato militare in aeronautica e su richiesta produceva foto aeree per geometri, agrimensori, turisti.
Dal suo archivio riordinato dopo la sua scomparsa è emersa una busta con la scritta “per Giacomelli”. Dentro, 120 provini e 38 negativi di fotografie dall’aereo. Straordinariamente somiglianti a quelle di Giacomelli. In molti casi, i luoghi sono identificabili e i dettagli sono gli stessi: laghetti dalla curiosa forma di trifogli, barche sulla spiaggia… C’era anche un biglietto nella inconfondibile calligrafia di Giacomelli: «Edmo, se non andiamo oggi per i paesaggi ho l’impressione che non ci andiamo più, dobbiamo farli ad ogni costo — almeno 30 rullini». Da cui si potrebbe in effetti dedurre che Giacomelli saliva anche lui sull’aeroplanino da diporto. Ma la testimonianza di uno dei piloti di quelle escursioni, Alberto Diambra, rintracciato da Guerra, sostiene il contrario: in volo ci andava solo Leopoldi. A cui Giacomelli aveva però assegnato compiti precisi: «Praticamente Giacomelli andava prima a fare il suo sopralluogo per vedere la potenzialità degli scatti dall’aereo, li immaginava prima, poi chiedeva ad Edmo di andare. Gli dava delle indicazioni molto precise su come voleva gli scatti». Lavorava poi sui provini (ci sono segni a penna, correzioni, segni preziosissimi per comprendere cosa Giacomelli chiedeva al suo fornitore di sguardi), e infine si portava la materia prima dei negativi in camera oscura dove la lavorava, riquadrando e stampando nei toni contrastati e catramosi che erano il suo linguaggio d’autore.
I provini, i documenti, i foto-confronti tra gli scatti di Leopoldi e le immagini di Giacomelli, Simona Guerra li espone da oggi al 5 gennaio a Senigallia, in un nuovo spazio dedicato alla fotografia, Piktart. Qualche devoto a un’idea romantica dell’autorialità potrà forse scandalizzarsene (perché non scandalizzarsi, allora, con chi oggi fa scattare le sue foto al drone?). Chi ama Giacomelli forse capirà meglio che la sua idea di fotografia era la creazione di un’immagine in cerca di risonanze dentro — da quale fuori venisse, era meno importante.