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Un particolare di Isadora Duncan. Gioia (1914) di Plinio Nomellini 

Isadora Duncan, divina musa del Novecento

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Guidò una personale avanguardia, cambiando il secolo a passi di danza. Oggi la rivoluzionaria del balletto torna in scena: una mostra che al Mart di Rovereto riunisce le opere che ispirò
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È una visione naturista e generosa della donna, intensificata da una strategia ostinatamente curvilinea - ventri pieni, seni copiosi, gambe ben tornite e dinamismo impresso alle figure da un pervasivo clima generale di vigore fisico e sensualità - la bella mostra che il Mart di Rovereto dedica alla danzatrice d'inizio Novecento Isadora Duncan, dea di ribellismo e paladina di concezioni sceniche innovative. Duncan trasformò la propria arte in un linguaggio lontano dal codice del balletto sulle punte e ostile alla rigida verticalizzazione dell'accademismo. Star di spettacoli acclamati e scandalosi (qualcuno all'epoca li definì "perversi"), Isadora scardinò, non soltanto nella danza, ogni formalismo sistematico.

Non mise in atto solo un gioco dionisiaco di turbini e saltelli avvolto da lievi tuniche greche, spiazzante per un pubblico che conosceva esclusivamente la casta "danse d'école" o il ballo d'i…
È una visione naturista e generosa della donna, intensificata da una strategia ostinatamente curvilinea - ventri pieni, seni copiosi, gambe ben tornite e dinamismo impresso alle figure da un pervasivo clima generale di vigore fisico e sensualità - la bella mostra che il Mart di Rovereto dedica alla danzatrice d'inizio Novecento Isadora Duncan, dea di ribellismo e paladina di concezioni sceniche innovative. Duncan trasformò la propria arte in un linguaggio lontano dal codice del balletto sulle punte e ostile alla rigida verticalizzazione dell'accademismo. Star di spettacoli acclamati e scandalosi (qualcuno all'epoca li definì "perversi"), Isadora scardinò, non soltanto nella danza, ogni formalismo sistematico.

Non mise in atto solo un gioco dionisiaco di turbini e saltelli avvolto da lievi tuniche greche, spiazzante per un pubblico che conosceva esclusivamente la casta "danse d'école" o il ballo d'intrattenimento. Fece di più: il suo credo d'identificazione con gli stati d'animo da comunicare tramite il corpo, le sue indagini su un impulso centrale e irradiante del movimento, le sue pratiche sul respiro messe in rapporto all'espressività, il suo eliminare dal rito performativo qualsiasi materia "banalmente" aneddotica, stimolarono maniere inedite non solo di danzare, ma anche di recitare (Stanislavskij fu un suo ammiratore), rappresentare l'essere umano nell'ambito delle arti visive e guardare alla creazione come "opera aperta", catturata da un perenne divenire. Molte avanguardie novecentesche, in tutti i campi, assorbirono il suo pensiero.
Anche nello stabilire il nesso tra corpo e musica, Duncan fu rivelatoria: i suoi show ellenizzanti prevedevano l'accompagnamento di Gluck, Beethoven, Chopin, Schumann e Brahms, fino a quel momento reputati troppo sacri per essere prede dei ballerini. Invece quell'americana bizzarra e narcisista, nata a San Francisco nel 1878 e morta a Nizza nel 1927 (sarebbe stata strangolata dalla sua sciarpa, impigliatasi in una ruota dell'automobile su cui stava viaggiando), osò adottarli come basi delle sue esibizioni, rivendicando per la danza l'identità di un'arte non più minore.

Realizzata per testimoniare l'influsso potente di Isadora sulla pittura e la scultura, l'esposizione di Rovereto s'intitola Danzare la rivoluzione - Isadora Duncan e le arti figurative in Italia tra Ottocento e avanguardia, e il Mart, dove l'ha voluta fortemente Vittorio Sgarbi, neoeletto presidente del museo, la ospiterà fino al primo marzo. Le 170 opere raccolte propongono corpi femminili efficaci nell'esaltare una idea di bellezza fastosa e floreale, estranea a sottigliezze e ad evanescenze. Firmano i lavori, ispirati dallo spirito estetico che alimentò le trasgressioni di Isadora, artisti quali Auguste Rodin, che la celebra col marmo di Eve au rocher, in prestito da Hong Kong, e come il fantasmatico Eugène Carrière, disegnatore inquietante.

O ancora come Antoine Bourdelle, che ritrasse Isadora in un bassorilievo del Théâtre des Champs-Elysées di Parigi, e il toscano Libero Andreotti, i cui nudi scolpiti appaiono modernissimi nelle linee sintetizzate fino all'astrazione. I fregi di Giulio Aristide Sartorio, le ceramiche fiabesche di Domenico Baccarini, i gessi abbaglianti di Michelangelo Monti e di Giuseppe Romagnoli, sono dichiarazioni d'amore al mito duncaniano. Per non parlare delle xilografie e delle acqueforti dell'inglese Edward Gordon Craig, uno dei compagni di Isadora, collezionatrice di intese intime con personaggi illustri, come il ricco industriale Paris Singer (quello delle macchine da cucire) e il poeta russo Sergej Esenin (morto suicida nel '25). L'uomo di teatro modernista Craig, attore, scenografo e regista, oltre che ideologo del nuovo teatro e nemico della messinscena realistica ottocentesca, immortalò la sua musa in sequenze di schizzi dal ritmo cinematografico.

Anche se non mancano gli stranieri (spicca tra gli altri lo scultore Hendryk Christian Andersen), è soprattutto agli italiani toccati dalla grazia della Duncan, o irritati dal suo "erotismo da cortigiana" (parole del dispettoso futurista Filippo Tommaso Marinetti), che dà spazio l'allestimento, mostrando quanto siano stati incisivi i passaggi della diva nel nostro Paese, accolta sulle spiagge viareggine da Eleonora Duse e raffigurata col mare della Versilia sullo sfondo da Plinio Nomellini, pittore divisionista livornese che la esibisce tra i flutti, circonfusa da un drappo scarlatto, nell'affresco Gioia tirrena, del 1913. Anno tragico per Isadora: i suoi bambini, Deirdre e Patrick, figli di Gordon Craig e di Singer, erano annegati nella Senna, e dopo l'orribile incidente Isadora, affranta, s'era rifugiata in Toscana.
In seguito Nomellini volle tagliare la sua tela "tirrenica" a metà, separando la parte del paesaggio marino dalla sezione in cui campeggia l'immagine della Duncan. Una sala del Mart presenta le due porzioni del quadro l'una accanto all'altra, e quella con la sola Isadora (prestata a Rovereto da Silvio Berlusconi, che ne è il proprietario) funge da emblema della mostra.

Un altro toscano, il fiorentino Romano Romanelli, che ebbe una liaison passionale con la spregiudicata californiana, plasmò in suo onore un bronzo traboccante d'eros, Il risveglio di Brunilde, dove la sua adorata modella è nuda e china verso il basso, con le braccia che cingono il capo e due imponenti cosce da lottatrice giapponese.