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I giorni che fanno l’Europa

Un calendario civile per ripercorrere la storia. L’editore Donzelli: “Abbiamo scelto eventi-simbolo, anche controversi”
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Roma
Dalla “Casa della Storia europea” alla recente risoluzione del Parlamento di Strasburgo sulla memoria del Novecento, tutti i tentativi di proporre una ricostruzione condivisa del cammino d’Europa si sono rivelati velleitari, pasticciati o condannati al fallimento. Forse perché frutto di una sovrapposizione acritica di eventi, più che di una scelta di criteri capaci di fare i conti con i traumi, con le ferite ancora aperte, con i nodi irrisolti di una «costruzione difficile».

Questa seconda strada è stata scelta da un’opera importante, unica nel suo genere, che sarà presentata domani a “Più libri più liberi”: Calendario civile europeo, a cura di Angelo Bolaffi e Guido Crainz. E’ un progetto originale voluto dall’editore Carmine Donzelli che ha coinvolto nella redazione delle date una quarantina di studiosi europei (tra gli altri Giuliano Amato, Anna Bravo, Jochen Böhler, An…
Roma
Dalla “Casa della Storia europea” alla recente risoluzione del Parlamento di Strasburgo sulla memoria del Novecento, tutti i tentativi di proporre una ricostruzione condivisa del cammino d’Europa si sono rivelati velleitari, pasticciati o condannati al fallimento. Forse perché frutto di una sovrapposizione acritica di eventi, più che di una scelta di criteri capaci di fare i conti con i traumi, con le ferite ancora aperte, con i nodi irrisolti di una «costruzione difficile».

Questa seconda strada è stata scelta da un’opera importante, unica nel suo genere, che sarà presentata domani a “Più libri più liberi”: Calendario civile europeo, a cura di Angelo Bolaffi e Guido Crainz. E’ un progetto originale voluto dall’editore Carmine Donzelli che ha coinvolto nella redazione delle date una quarantina di studiosi europei (tra gli altri Giuliano Amato, Anna Bravo, Jochen Böhler, Anna Foa, Emilio Gentile, Pavel Kolár, Julia Kristeva, Herfried Münkler, Alessandro Portelli, Jacques Rupnik, Massimo Salvadori, Brendam Simms, Heinrich August Winkler).

«Siamo partiti dalla constatazione di un deficit culturale che è dentro di noi: non riusciamo a percepirci come europei», dice Donzelli. «E in questa fragilità le responsabilità del ceto intellettuale sono forse superiori a quelle della politica».  Il calendario intende colmare il vuoto d’una coscienza europea offrendo un luogo di dialogo e confronto - sui passaggi storici più complicati - tra diverse storiografie, culture e memorie nazionali.

«Le identità si costruiscono, non sono realtà naturali», dice Donzelli, che al profilo di editore affianca le competenze dello storico, cresciuto alla scuola einaudiana di Corrado Vivanti. «E non si costruisce una coscienza europea rimuovendo i punti di rottura o le tragedie che ancora dividono. Da qui la scelta di procedere non a un’opera pacificatrice o celebrativa, ma di ripercorrere gli ultimi cent’anni – dall’attentato di Sarajevo a Brexit - attraverso una scelta di eventi-simbolo che ne restituisca la problematicità».
     
Qual è stato il criterio di selezioni delle date?
 «Abbiamo privilegiato i momenti fondativi dell’Europa, insieme ai momenti tragici che talora sono stati ignorati e rimossi, come gli spostamenti forzati di interi blocchi di popolazione: l’omino scarnificato di Giacometti in copertina vuole essere l’emblema di questo cammino faticosissimo. E poi ci sono i momenti controversi, su cui i vissuti europei restano distanti e separati. Il 1945 può essere letto come anno decisivo della liberazione dal nazifascismo o come anno di inizio di nuovi regimi dittatoriali sottomessi all’Unione Sovietica. Il ricongiungersi delle due Europe nel 2004 ci ha messo di fronte a queste diverse memorie».
      
La stessa fondazione dell’Europa contiene un nodo irrisolto. Voi fissate la data di inizio nel 26 agosto del 1789, ossia la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. 
 «La modernità europea comincia con la Rivoluzione Francese. Ma i principi di libertà e uguaglianza - unificati nel celebre motto liberté, égalité, fraternité – non appartengono allo stesso universo concettuale ed esprimono tensioni molto diverse che lavoreranno in contraddizione nella successiva storia europea».
   
A parte la conquista dei diritti civili e poi dei diritti sociali, è la Grande Guerra a dare avvio al Calendario.
 «Sì, con l’attentato di Sarajevo. Ma la data più significativa per la storia del Novecento è da riferirsi al modo sciagurato con cui si chiude il conflitto, con la cattiva definizione dei confini e la volontà punitiva verso gli sconfitti. Dalla pace di Versailles esce sacrificato il gigante tedesco che incuberà il totalitarismo nazista e la pulsione di espansione verso Est: l’invasione della Polonia, il 1 settembre del 1939, può essere letta in chiave di revanche. Ed è il principio della guerra totale».

Molte delle date selezionate si distribuiscono lungo la faglia est/ovest: è qui che nascono i punti di tensione?  
 «Abbiamo ripreso una felice intuizione di Lucien Febvre che su un periodo ben più lungo propone l’idea di un continente ancorato geograficamente e storicamente a un preciso confine ad Ovest – la sponda atlantica – che nel corso dei secoli si muove a fisarmonica verso Est alla ricerca di un ubi consistam identitario. In questo scenario un elemento essenziale è il nucleo franco-tedesco, che è insieme cuore insopprimibile dell’Europa e cuore delle sue contraddizioni».

Su questo crinale est/ovest l’altra data fondante è la conferenza di Potsdam.
 «Il 17 luglio del 1945 viene tracciata una linea di confine tra dominio sovietico e mondo libero controllato dagli Usa. E’ quello l’atto costitutivo originario dello spazio politico europeo, sotto l’ombrello protettivo americano: i successivi trattati europei stanno sostanzialmente dentro il piano Marshall. Anche questa circostanza non sarà priva di tensioni e contraddizioni».
   
La caduta del Muro di Berlino mette fine alla divisione in due blocchi.
«Con lo scioglimento e il ritiro dei due “controllori” esterni – Urss e Stati Uniti - l’Europa diventa un campo di battaglia: a Est esplodono le pulsioni nazionalistiche con la tentazione di governi forti e a Ovest è in atto una battaglia tra egemonie differenti. E’ proprio dopo l’Ottantanove che è mancato il contributo di una classe intellettuale capace di costruire un’anima europea: anche a sinistra siamo rimasti legati a vecchi schemi». 

Il calendario vorrebbe essere un contributo a una coscienza comune?
«Mi piacerebbe se all’interno dell’Unione Europea si aprisse un dibattito: non si può andare avanti come nelle partite di calcio, totalitarismo nazista contro quello comunista, uno a uno, palla al centro. Come scrive la Kristeva nel suo saggio, la caratteristica degli europei è il bisogno di pensarsi al plurale. Ma se si negano queste identità plurime che vivono dentro di noi, non si trova la forza per costruire un soggetto federativo vero. Spero che il Calendario possa diventare uno strumento importante per i professori di storia nei licei. La ricchezza della vicenda europea rischia di essere la nostra perdizione se non la si indirizza nella direzione giusta».