Una piazza rumorosa come un pesce
Roberto Saviano , di ROBERTO SAVIANOChe cosa vogliono le Sardine e che cosa possiamo fare noi: Roberto Saviano è sceso in piazza con loro a Milano e qui ci racconta che cosa ha capito
Vado in piazza Duomo, il primo dicembre, con le Sardine. Ci vado da uomo del Sud. Osservare l’Italia dal Sud è un’altra cosa. Tutto dal Sud è un’altra cosa. Non sto dicendo che al Nord si stia bene, che al Nord ci siano privilegi, ma la sensazione è che il Sud sia sempre abbandonato, che sia addirittura temuto. La sensazione è che se sei del Sud e hai la fortuna di vivere al Nord, le cose potranno andarti bene, ma se sei del Nord, non ti verrebbe mai in mente di abbracciare la croce del Sud, come fece Danilo Dolci, di studiare i problemi del Sud e di provare a dare risposte concrete.
La politica fugge dal Sud e, quando ci si avvicina, lo fa trattando le regioni meridionali come bacini di voti, di voti facili perché la disperazione e il disagio sono tali che basta promettere poco per alimentare speranze. Ogni movimento d’opinione o politico deve prendere il Sud come banco di prova, deve conquistare il Sud per prima cosa, deve …
La politica fugge dal Sud e, quando ci si avvicina, lo fa trattando le regioni meridionali come bacini di voti, di voti facili perché la disperazione e il disagio sono tali che basta promettere poco per alimentare speranze. Ogni movimento d’opinione o politico deve prendere il Sud come banco di prova, deve conquistare il Sud per prima cosa, deve …
Vado in piazza Duomo, il primo dicembre, con le Sardine. Ci vado da uomo del Sud. Osservare l’Italia dal Sud è un’altra cosa. Tutto dal Sud è un’altra cosa. Non sto dicendo che al Nord si stia bene, che al Nord ci siano privilegi, ma la sensazione è che il Sud sia sempre abbandonato, che sia addirittura temuto. La sensazione è che se sei del Sud e hai la fortuna di vivere al Nord, le cose potranno andarti bene, ma se sei del Nord, non ti verrebbe mai in mente di abbracciare la croce del Sud, come fece Danilo Dolci, di studiare i problemi del Sud e di provare a dare risposte concrete.
La politica fugge dal Sud e, quando ci si avvicina, lo fa trattando le regioni meridionali come bacini di voti, di voti facili perché la disperazione e il disagio sono tali che basta promettere poco per alimentare speranze. Ogni movimento d’opinione o politico deve prendere il Sud come banco di prova, deve conquistare il Sud per prima cosa, deve trattare il Sud come la parte fragile di un corpo bellissimo dalle gambe esili. Deve spostare la testa al Sud e aprire laboratori di confronto costante a Napoli, Palermo, Taranto, Bari, Lecce, Reggio Calabria, Catanzaro, Campobasso, Catania. Ma la direzione che si sta percorrendo è quella diametralmente opposta.
Al Sud tutto chiude: industrie, aziende e redazioni di giornali, nonostante le promesse. Nonostante gli slogan. Se osservi l’Italia e la politica italiana da Sud non puoi fare a meno di sentirti oltraggiato dalla perenne presa per i fondelli, dalla perenne menzogna (abbiamo sconfitto la povertà, abbiamo salvato l’Ilva, abbiamo bloccato l’immigrazione) che non tiene conto delle vittime che lascia dietro di sé, italiani e stranieri. Non riesci a trattenere l’indignazione verso una politica che individua nemici (i migranti, gli immigrati, le zingaracce, gli scrittori, i giornalisti e le testate giornalistiche, gli avversari politici, finanche gli utenti dei social) e li espone alla gogna, additandoli come possibili bersagli. «Mi dicon che non si spara e mentre me lo dicon son seduti su cumuli di cadaveri che non hanno ammazzato loro, ma di cui neanche avvertono il fetore»: questa frase è di Beppe Fenoglio, ma la sento mia. Non immaginate quanto.
Perché è il fetore che bisognerebbe iniziare a sentire, il fetore dei cadaveri su cui siamo seduti. Dobbiamo smetterla di turarci il naso e capire, finalmente, che da una parte c’è chi punta il dito su ciò che siamo, dall’altra noi che rispondiamo discutendo nel merito dei temi. E in risposta? Otteniamo attacchi personali. Il “ti tolgo la scorta” è uno dei tanti ed è forse il peggiore che mi sia stato rivolto perché presenta la mia maggiore debolezza come un privilegio. Questo è il metodo: i migranti non sono vittime degli aguzzini libici, ma delle Ong, accusate di essere trafficanti di esseri umani. Gli immigrati che parlano al cellulare, per il fatto stesso di possedere un cellulare, non sarebbero in realtà indigenti, ma anche loro privilegiati; non una parola sul fatto che i telefoni sono l’unico modo che hanno per restare in contatto con le famiglie rimaste nei paesi di origine, per dare loro notizie e riceverne.
Gli immigrati sono muscolosi: questa caratteristica fisica viene presentata così, come fosse motivo per cui provare vergogna – o peggio, un pericolo da cui stare in guardia – e non si riflette sul dramma di chi, per debolezza fisica non ce l’ha fatta, nel senso che è morto in Africa, in Libia o in mare. Siamo seduti su cumuli di cadaveri e non ne sentiamo il fetore, appunto. Ma quello che lascia sgomenti è che questi attacchi sono attacchi strumentali: servono a compattare le masse attorno a un nemico (o meglio all’idea, al concetto di nemico), sono la foglia di fico dietro cui si nasconde il vuoto totale e una prepotente fame di potere che non guarda in faccia a nessuno, che non ha pietà di nessuno.
E così ci si sente soli. Anche se sai che sono in tanti a pensarla come te. Soli perché non tutti hanno la possibilità di far sentire la propria voce. È con questo spirito che sono andato in piazza Duomo, a Milano, alla manifestazione delle Sardine: ci sono andato per un imperativo che mi tormentava, per uscire dalla solitudine e aggiungere la mia voce a quella di migliaia di altre persone perché le sardine sono pesci fragili se presi individualmente, ma inarrestabili quando uniti nella potenza del banco. Non solo per il numero, ma perché nel banco le sardine non stanno tra loro e accolgono altre specie. Non so se la bizzarria di questo nome abbia tenuto conto della peculiare tendenza a inglobare anche ciò che non somiglia a se stessi o se fosse solo un riferimento al rimanere densamente compressi, uno accanto all’altro, in spazi che però non sono per niente angusti; non lo era piazza Maggiore a Bologna e nemmeno piazza Duomo a Milano.
In ogni caso, decido di andare. Vado perché non è vero che chi è sotto protezione debba nascondersi. La protezione, a chi scrive, viene data perché possa continuare a raccontare e non perché se ne stia rintanato in un bunker come i latitanti braccati dalle forze di polizia. È pericolosissimo far passare il messaggio che se sei scortato non puoi andare in piazza. Pericolosissimo perché sancirebbe la definitiva capitolazione dello Stato davanti alle organizzazioni criminali. Del resto non è che mi sentissi sicuro perché la piazza era di “sinistra”, ma ero tranquillo – lo sono sempre, da 13 anni – perché sono affidato a carabinieri di altissima professionalità. La piazza era strapiena. Speravo di poter incontrare degli amici con cui avevo appuntamento, ma ricevevo messaggi in cui mi dicevano che era impossibile muoversi, che nonostante la pioggia c’erano migliaia di persone e che stavano stretti, compressi come sardine. Entro in piazza Duomo, mi immergo nel banco diffuso degli ombrelli. E mentre mi inzuppo, penso agli ultimi versi della canzone di Lucio Dalla che le Sardine hanno scelto come loro inno: «Il mare non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare» e il mare, domenica scorsa, a Milano, è piovuto letteralmente dal cielo.
Volevo vedere che aspetto avesse una piazza senza simboli e senza bandiere; come si presentasse una piazza che non appartiene a nessuno, anzi, che appartiene a chi in quel momento c’è. Volevo capire che aria si respirasse in una piazza che non doveva trasformarsi in voti, almeno non nell’immediato. Volevo capire perché la menzogna, l’attacco all’avversario, il colpo basso sono diventate armi considerate ormai quasi imprescindibili da utilizzare nelle competizioni elettorali. E volevo capire se davvero, come credo, si può essere un soggetto politico senza chiedere voti, senza promettere nulla, ma solo chiamando a raccolta perché cambi, prima di tutto, la comunicazione politica; perché al centro del dibattito ci siano i temi e non le persone che diventano leader o nemici da abbattere. Spesso sentiamo dire che i movimenti politici guadagnano consenso quando sono all’opposizione e che poi, quando sono al timone, il consenso si sgretola. È fisiologico, perché una cosa sono le parole che infiammano le piazze, un’altra è amministrare, governare, prendere decisioni. Un conto è dire: sappiamo cosa non vogliamo e cosa non vogliamo essere, ma è difficilissimo dire: ecco, in questo percorso politico mi riconosco.
E il motivo è semplice: il fallimento è dietro l’angolo, l’errore è a un passo da noi ed è a un passo dai soggetti politici in cui di volta in volta ci riconosciamo. Ma non dobbiamo temere né il fallimento, né l’errore, altrimenti diventiamo come ciò che più ci fa orrore: un soggetto politico vuoto, pura comunicazione, video e selfie, promesse e minacce per poi scappare quando non si può mentire oltre.
E non si scappa, e non si smette di mentire per un afflato di onestà, ma perché ci sono momenti nella vita politica di un partito o di un movimento in cui bisogna prendere delle decisioni e spiegare quelle decisioni alla propria base elettorale. Il problema nasce quando alla base elettorale vengono dati solo slogan, gattini e pane e Nutella.
Ecco perché le Sardine sono attese al varco, sono attese nel momento esatto in cui le parole e le azioni politiche diventeranno impegno per una forza che possa contare alle urne. Non so se l’attesa sarà vana, ma per me quel che conta ora è capire che effetto avranno sulla comunicazione politica e sulla consapevolezza politica degli italiani, di tutti gli italiani, da nord a sud. Se riusciranno, essendo tante e senza leader, a spostare l’attenzione dalla persona, passando per le persone, per approdare ai temi.
Max Weber descrive il leader politico come colui (o colei) che fonda la sua legittimità sulla capacità straordinaria che possiede di essere l’anello di congiunzione tra la collettività e il Parlamento. Il carisma del leader politico deve essere esercitato all’interno delle regole democratiche e il Parlamento ha la funzione di costante controllo. Ma il leader può diventare altro e, ribaltando le pagine di Max Weber, può fondare la propria legittimità sull’essere un grande vuoto in cui tutti possono riconoscersi. L’uomo o la donna senza qualità che decidono di incarnare, all’occorrenza, un unico segmento della nostra vita sociale: l’incazzatura perenne, il dito inquisitore puntato verso l’altro, sull’errore dell’altro, sull’inciampo. E quando pure l’altro non avesse sbagliato, oggi esistono – ma in realtà sono sempre esistiti e oggi più di ieri abbiamo la possibilità di smascherarli – strumenti in grado di creare artificialmente l’errore, di individuare il presunto reo per poterlo processare sommariamente in televisione e sui social media, per condannarlo a furor di popolo.
Da qui nasce l’urgenza di riunirsi, di stringersi gli uni agli altri: scendere in piazza come un banco di pesci che si compatta in emergenza. Il collante è l’emergenza, non un bersaglio comune, e l’emergenza è identificata con la menzogna sistematica, con l’aggressività verso chi spesso non è in grado di difendersi. L’emergenza nasce per contrastare la costante mistificazione dei propri percorsi, il silenzio colpevole sulle pratiche criminali dei compagni di partito, il non rispondere mai dei propri errori, il difendersi attaccando.
Ecco cosa la destra — ma per certi versi anche parte del centrosinistra — teme delle Sardine: il tentativo di trasformare la grammatica del linguaggio politico, il voler cambiare le regole di un campionato in cui i sovranisti si sentono forti; il tentativo che per ora sembra riuscito a lasciare il virtuale per contarsi fisicamente. Seimila, diecimila, venticinquemila.
E la differenza non è chi scende in piazza, ma nel motivo che porta a scendere in piazza. Scendo in piazza per me o lo faccio per qualcun altro? Resto me stesso o mi perdo nelle istanze del leader che credo mi rappresenti? C’è chi decide di perdersi nelle istanze del leader che più di tutti intercetta il malcontento e c’è chi non crede più nel leader, ritenendo anzi che il tempo dell’uomo solo al comando sia finito. Così accade che scendi in piazza per metterci la faccia, non per nascondere la tua dietro quella di qualcun altro, ma perché il tuo volto, accanto a quello di chi ti è vicino, sia visibile. Per farlo, però, bisogna mettere da parte simboli e bandiere; essere disposti a spogliarsi di quello che siamo stati o abbiamo creduto di essere fino a oggi.
La piazza senza simboli, che non è affatto una piazza senza colori, non si riconosce in un leader senza qualità, in un leader interscambiabile, in un leader in cui poter momentaneamente riversare ciò che sei. La piazza senza simboli consente a ciascuno di portare se stesso, di potersi stringere accanto all’altro senza perdere le proprie qualità anzi, sommandole a quelle di tutti gli altri. Ma essere un movimento di piazza non offre soluzioni per l’ex Ilva, che rischia seriamente di diventare la Bagnoli del nuovo millennio, nella migliore delle ipotesi. Essere un movimento di piazza non offre soluzioni alla diminuzione degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno, inferiori del 20 per cento rispetto agli impegni che l’Italia ha preso con l’Unione Europea.
Di movimenti di piazza ne abbiamo visti e studiati molti e non hanno inciso come promesso o sono diventati ciò che mai avrebbero voluto essere. Al momento c’è molta curiosità per le Sardine, il circo mediatico le ha adottate perché non ha trovato nulla di strettamente politico da opporre alla destra.
Però una strada esiste, ed è davvero l’unica strada che non è mai stata battuta fino in fondo. È una strada intrapresa e poi abbandonata perché lunga, impervia e priva di ricompense individuali, di riconoscimenti immediati, di vittorie lampo. Se le Sardine vorranno fare la differenza non devono offrire soluzioni, ma iniziare a studiarle. Devono mettere in cima all’agenda politica e alle priorità del Paese una rinnovata e urgente Questione Meridionale. Devono tenere in considerazione, in alta considerazione, i militanti di qualsiasi colore politico, che conoscono il territorio, che da anni studiano e propongono soluzioni, inascoltati, spesso oscurati dalla opacità dei loro leader. Oggi le Sardine devono scendere in piazza e al contempo aprirsi al territorio, senza temerlo. Non basta raccogliere persone, non basta riempire le piazze, serve confronto e interlocuzione per evitare l’effetto sorpresa di cui è stato vittima il M5S, che voleva cambiare tutto in poche mosse e che in poche mosse è stato cambiato, definitivamente.
La politica fugge dal Sud e, quando ci si avvicina, lo fa trattando le regioni meridionali come bacini di voti, di voti facili perché la disperazione e il disagio sono tali che basta promettere poco per alimentare speranze. Ogni movimento d’opinione o politico deve prendere il Sud come banco di prova, deve conquistare il Sud per prima cosa, deve trattare il Sud come la parte fragile di un corpo bellissimo dalle gambe esili. Deve spostare la testa al Sud e aprire laboratori di confronto costante a Napoli, Palermo, Taranto, Bari, Lecce, Reggio Calabria, Catanzaro, Campobasso, Catania. Ma la direzione che si sta percorrendo è quella diametralmente opposta.
Al Sud tutto chiude: industrie, aziende e redazioni di giornali, nonostante le promesse. Nonostante gli slogan. Se osservi l’Italia e la politica italiana da Sud non puoi fare a meno di sentirti oltraggiato dalla perenne presa per i fondelli, dalla perenne menzogna (abbiamo sconfitto la povertà, abbiamo salvato l’Ilva, abbiamo bloccato l’immigrazione) che non tiene conto delle vittime che lascia dietro di sé, italiani e stranieri. Non riesci a trattenere l’indignazione verso una politica che individua nemici (i migranti, gli immigrati, le zingaracce, gli scrittori, i giornalisti e le testate giornalistiche, gli avversari politici, finanche gli utenti dei social) e li espone alla gogna, additandoli come possibili bersagli. «Mi dicon che non si spara e mentre me lo dicon son seduti su cumuli di cadaveri che non hanno ammazzato loro, ma di cui neanche avvertono il fetore»: questa frase è di Beppe Fenoglio, ma la sento mia. Non immaginate quanto.
Perché è il fetore che bisognerebbe iniziare a sentire, il fetore dei cadaveri su cui siamo seduti. Dobbiamo smetterla di turarci il naso e capire, finalmente, che da una parte c’è chi punta il dito su ciò che siamo, dall’altra noi che rispondiamo discutendo nel merito dei temi. E in risposta? Otteniamo attacchi personali. Il “ti tolgo la scorta” è uno dei tanti ed è forse il peggiore che mi sia stato rivolto perché presenta la mia maggiore debolezza come un privilegio. Questo è il metodo: i migranti non sono vittime degli aguzzini libici, ma delle Ong, accusate di essere trafficanti di esseri umani. Gli immigrati che parlano al cellulare, per il fatto stesso di possedere un cellulare, non sarebbero in realtà indigenti, ma anche loro privilegiati; non una parola sul fatto che i telefoni sono l’unico modo che hanno per restare in contatto con le famiglie rimaste nei paesi di origine, per dare loro notizie e riceverne.
Gli immigrati sono muscolosi: questa caratteristica fisica viene presentata così, come fosse motivo per cui provare vergogna – o peggio, un pericolo da cui stare in guardia – e non si riflette sul dramma di chi, per debolezza fisica non ce l’ha fatta, nel senso che è morto in Africa, in Libia o in mare. Siamo seduti su cumuli di cadaveri e non ne sentiamo il fetore, appunto. Ma quello che lascia sgomenti è che questi attacchi sono attacchi strumentali: servono a compattare le masse attorno a un nemico (o meglio all’idea, al concetto di nemico), sono la foglia di fico dietro cui si nasconde il vuoto totale e una prepotente fame di potere che non guarda in faccia a nessuno, che non ha pietà di nessuno.
E così ci si sente soli. Anche se sai che sono in tanti a pensarla come te. Soli perché non tutti hanno la possibilità di far sentire la propria voce. È con questo spirito che sono andato in piazza Duomo, a Milano, alla manifestazione delle Sardine: ci sono andato per un imperativo che mi tormentava, per uscire dalla solitudine e aggiungere la mia voce a quella di migliaia di altre persone perché le sardine sono pesci fragili se presi individualmente, ma inarrestabili quando uniti nella potenza del banco. Non solo per il numero, ma perché nel banco le sardine non stanno tra loro e accolgono altre specie. Non so se la bizzarria di questo nome abbia tenuto conto della peculiare tendenza a inglobare anche ciò che non somiglia a se stessi o se fosse solo un riferimento al rimanere densamente compressi, uno accanto all’altro, in spazi che però non sono per niente angusti; non lo era piazza Maggiore a Bologna e nemmeno piazza Duomo a Milano.
In ogni caso, decido di andare. Vado perché non è vero che chi è sotto protezione debba nascondersi. La protezione, a chi scrive, viene data perché possa continuare a raccontare e non perché se ne stia rintanato in un bunker come i latitanti braccati dalle forze di polizia. È pericolosissimo far passare il messaggio che se sei scortato non puoi andare in piazza. Pericolosissimo perché sancirebbe la definitiva capitolazione dello Stato davanti alle organizzazioni criminali. Del resto non è che mi sentissi sicuro perché la piazza era di “sinistra”, ma ero tranquillo – lo sono sempre, da 13 anni – perché sono affidato a carabinieri di altissima professionalità. La piazza era strapiena. Speravo di poter incontrare degli amici con cui avevo appuntamento, ma ricevevo messaggi in cui mi dicevano che era impossibile muoversi, che nonostante la pioggia c’erano migliaia di persone e che stavano stretti, compressi come sardine. Entro in piazza Duomo, mi immergo nel banco diffuso degli ombrelli. E mentre mi inzuppo, penso agli ultimi versi della canzone di Lucio Dalla che le Sardine hanno scelto come loro inno: «Il mare non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare» e il mare, domenica scorsa, a Milano, è piovuto letteralmente dal cielo.
Volevo vedere che aspetto avesse una piazza senza simboli e senza bandiere; come si presentasse una piazza che non appartiene a nessuno, anzi, che appartiene a chi in quel momento c’è. Volevo capire che aria si respirasse in una piazza che non doveva trasformarsi in voti, almeno non nell’immediato. Volevo capire perché la menzogna, l’attacco all’avversario, il colpo basso sono diventate armi considerate ormai quasi imprescindibili da utilizzare nelle competizioni elettorali. E volevo capire se davvero, come credo, si può essere un soggetto politico senza chiedere voti, senza promettere nulla, ma solo chiamando a raccolta perché cambi, prima di tutto, la comunicazione politica; perché al centro del dibattito ci siano i temi e non le persone che diventano leader o nemici da abbattere. Spesso sentiamo dire che i movimenti politici guadagnano consenso quando sono all’opposizione e che poi, quando sono al timone, il consenso si sgretola. È fisiologico, perché una cosa sono le parole che infiammano le piazze, un’altra è amministrare, governare, prendere decisioni. Un conto è dire: sappiamo cosa non vogliamo e cosa non vogliamo essere, ma è difficilissimo dire: ecco, in questo percorso politico mi riconosco.
E il motivo è semplice: il fallimento è dietro l’angolo, l’errore è a un passo da noi ed è a un passo dai soggetti politici in cui di volta in volta ci riconosciamo. Ma non dobbiamo temere né il fallimento, né l’errore, altrimenti diventiamo come ciò che più ci fa orrore: un soggetto politico vuoto, pura comunicazione, video e selfie, promesse e minacce per poi scappare quando non si può mentire oltre.
E non si scappa, e non si smette di mentire per un afflato di onestà, ma perché ci sono momenti nella vita politica di un partito o di un movimento in cui bisogna prendere delle decisioni e spiegare quelle decisioni alla propria base elettorale. Il problema nasce quando alla base elettorale vengono dati solo slogan, gattini e pane e Nutella.
Ecco perché le Sardine sono attese al varco, sono attese nel momento esatto in cui le parole e le azioni politiche diventeranno impegno per una forza che possa contare alle urne. Non so se l’attesa sarà vana, ma per me quel che conta ora è capire che effetto avranno sulla comunicazione politica e sulla consapevolezza politica degli italiani, di tutti gli italiani, da nord a sud. Se riusciranno, essendo tante e senza leader, a spostare l’attenzione dalla persona, passando per le persone, per approdare ai temi.
Max Weber descrive il leader politico come colui (o colei) che fonda la sua legittimità sulla capacità straordinaria che possiede di essere l’anello di congiunzione tra la collettività e il Parlamento. Il carisma del leader politico deve essere esercitato all’interno delle regole democratiche e il Parlamento ha la funzione di costante controllo. Ma il leader può diventare altro e, ribaltando le pagine di Max Weber, può fondare la propria legittimità sull’essere un grande vuoto in cui tutti possono riconoscersi. L’uomo o la donna senza qualità che decidono di incarnare, all’occorrenza, un unico segmento della nostra vita sociale: l’incazzatura perenne, il dito inquisitore puntato verso l’altro, sull’errore dell’altro, sull’inciampo. E quando pure l’altro non avesse sbagliato, oggi esistono – ma in realtà sono sempre esistiti e oggi più di ieri abbiamo la possibilità di smascherarli – strumenti in grado di creare artificialmente l’errore, di individuare il presunto reo per poterlo processare sommariamente in televisione e sui social media, per condannarlo a furor di popolo.
Da qui nasce l’urgenza di riunirsi, di stringersi gli uni agli altri: scendere in piazza come un banco di pesci che si compatta in emergenza. Il collante è l’emergenza, non un bersaglio comune, e l’emergenza è identificata con la menzogna sistematica, con l’aggressività verso chi spesso non è in grado di difendersi. L’emergenza nasce per contrastare la costante mistificazione dei propri percorsi, il silenzio colpevole sulle pratiche criminali dei compagni di partito, il non rispondere mai dei propri errori, il difendersi attaccando.
Ecco cosa la destra — ma per certi versi anche parte del centrosinistra — teme delle Sardine: il tentativo di trasformare la grammatica del linguaggio politico, il voler cambiare le regole di un campionato in cui i sovranisti si sentono forti; il tentativo che per ora sembra riuscito a lasciare il virtuale per contarsi fisicamente. Seimila, diecimila, venticinquemila.
E la differenza non è chi scende in piazza, ma nel motivo che porta a scendere in piazza. Scendo in piazza per me o lo faccio per qualcun altro? Resto me stesso o mi perdo nelle istanze del leader che credo mi rappresenti? C’è chi decide di perdersi nelle istanze del leader che più di tutti intercetta il malcontento e c’è chi non crede più nel leader, ritenendo anzi che il tempo dell’uomo solo al comando sia finito. Così accade che scendi in piazza per metterci la faccia, non per nascondere la tua dietro quella di qualcun altro, ma perché il tuo volto, accanto a quello di chi ti è vicino, sia visibile. Per farlo, però, bisogna mettere da parte simboli e bandiere; essere disposti a spogliarsi di quello che siamo stati o abbiamo creduto di essere fino a oggi.
La piazza senza simboli, che non è affatto una piazza senza colori, non si riconosce in un leader senza qualità, in un leader interscambiabile, in un leader in cui poter momentaneamente riversare ciò che sei. La piazza senza simboli consente a ciascuno di portare se stesso, di potersi stringere accanto all’altro senza perdere le proprie qualità anzi, sommandole a quelle di tutti gli altri. Ma essere un movimento di piazza non offre soluzioni per l’ex Ilva, che rischia seriamente di diventare la Bagnoli del nuovo millennio, nella migliore delle ipotesi. Essere un movimento di piazza non offre soluzioni alla diminuzione degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno, inferiori del 20 per cento rispetto agli impegni che l’Italia ha preso con l’Unione Europea.
Di movimenti di piazza ne abbiamo visti e studiati molti e non hanno inciso come promesso o sono diventati ciò che mai avrebbero voluto essere. Al momento c’è molta curiosità per le Sardine, il circo mediatico le ha adottate perché non ha trovato nulla di strettamente politico da opporre alla destra.
Però una strada esiste, ed è davvero l’unica strada che non è mai stata battuta fino in fondo. È una strada intrapresa e poi abbandonata perché lunga, impervia e priva di ricompense individuali, di riconoscimenti immediati, di vittorie lampo. Se le Sardine vorranno fare la differenza non devono offrire soluzioni, ma iniziare a studiarle. Devono mettere in cima all’agenda politica e alle priorità del Paese una rinnovata e urgente Questione Meridionale. Devono tenere in considerazione, in alta considerazione, i militanti di qualsiasi colore politico, che conoscono il territorio, che da anni studiano e propongono soluzioni, inascoltati, spesso oscurati dalla opacità dei loro leader. Oggi le Sardine devono scendere in piazza e al contempo aprirsi al territorio, senza temerlo. Non basta raccogliere persone, non basta riempire le piazze, serve confronto e interlocuzione per evitare l’effetto sorpresa di cui è stato vittima il M5S, che voleva cambiare tutto in poche mosse e che in poche mosse è stato cambiato, definitivamente.