La letteratura al tempo degli emoji
di CHARLES FINCHAmiamo i romanzi che raccontano vite intere perché sono una risposta a social, meme e faccine. E il successo di Elena Ferrante lo dimostra
Fino al 2010, se leggevi, generalmente, non lo facevi online. Ma il cambiamento era imminente: questo è stato il decennio che ha mutato in maniera irreversibile il modo in cui noi consumiamo un testo e in cui lo smartphone si è trasformato da un prodigio tecnologico a un oggetto di prima necessità. Improvvisamente, la più acuta analisi politica e culturale ci è arrivata attraverso il meme del "fidanzato distratto". I razzisti hanno usato una buffa rana per addolcire i loro messaggi. Dalla primavera araba in poi, i migliori reporter sono stati spesso dei passanti nel panico con account Twitter.
Uno degli effetti più strani di questa transizione è che riporta in voga comportamenti umani molto antichi. Il testo che facciamo scorrere, o srotoliamo, altro non è che un papiro, una delle prime tecnologie di lettura, ed è tornata in primo piano anche la più antica forma di scrittura, l'ideogramma, che riprend…
Uno degli effetti più strani di questa transizione è che riporta in voga comportamenti umani molto antichi. Il testo che facciamo scorrere, o srotoliamo, altro non è che un papiro, una delle prime tecnologie di lettura, ed è tornata in primo piano anche la più antica forma di scrittura, l'ideogramma, che riprend…
Fino al 2010, se leggevi, generalmente, non lo facevi online. Ma il cambiamento era imminente: questo è stato il decennio che ha mutato in maniera irreversibile il modo in cui noi consumiamo un testo e in cui lo smartphone si è trasformato da un prodigio tecnologico a un oggetto di prima necessità. Improvvisamente, la più acuta analisi politica e culturale ci è arrivata attraverso il meme del "fidanzato distratto". I razzisti hanno usato una buffa rana per addolcire i loro messaggi. Dalla primavera araba in poi, i migliori reporter sono stati spesso dei passanti nel panico con account Twitter.
Uno degli effetti più strani di questa transizione è che riporta in voga comportamenti umani molto antichi. Il testo che facciamo scorrere, o srotoliamo, altro non è che un papiro, una delle prime tecnologie di lettura, ed è tornata in primo piano anche la più antica forma di scrittura, l'ideogramma, che riprende forma nel pannello degli emoji. Stranamente, in senso stretto, aprire un libro stampato nel 2019 è più moderno del chattare con gli amici.
Sembra una cosa ridicola fino al momento in cui ci appare ovvia. In fin dei conti, chi può contestare l'idea che le comunicazioni, dietro un flusso incessante di dati, si sono evolute continuamente mirando a funzioni cerebrali sempre più primitive? Pensate a quel suono vagamente nauseante di quando fai scorrere Instagram e lo vedi aggiornarsi con una notifica, una botta di dopamina. Il papiro e gli ideogrammi si sono estinti per la loro semplicità e sono poi risorti per lo stesso motivo. Il papiro è una cascata senza attrito sullo schermo. E mentre un intero alfabeto di ideogrammi sarebbe troppo ingombrante, una manciata di ideogrammi-chiave, sparsi nel nostro linguaggio, condensa migliaia di complicate reazioni in poche decine di simboli universali.
Si può dire che pochi momenti nella storia sono stati meno ospitali per la letteratura. La tecnologia, però, non ha mandato in pensione la letteratura una volta per tutte, ma sembra averle creato un nuovo spazio nella nostra mente. L'esempio migliore potrebbe essere la narrativa che, anche se recentissima, pare destinata a definire l'ultimo decennio: le opere di Elena Ferrante e di Karl Ove Knausgård. Quasi sovrapposti temporalmente, questi due romanzi europei in più volumi si sono conquistati un'enorme e rapida fama grazie al fatto di essere molto personali, molto lunghi e soprattutto, forse, per l'insolita e quasi colpevole intensità con cui la gente li divorava. (Come ha memorabilmente commentato Dwight Garner, critico letterario del New York Times, leggere i primi volumi di La mia lotta di Knausgård è stato come "cadere in preda a una febbre malarica".) Soprattutto, erano quasi identici nella loro offerta più seria e imprevedibile al lettore: un accesso non mediato, per molte pagine, proprio a un'altra consapevolezza.
Inevitabile a posteriori, all'epoca sembrava un risultato sconvolgente. Il romanzo si nutre di tensioni sociali, e la narrativa di moda nei primi dieci anni del secolo non ha fatto eccezione. Gli scrittori hanno prodotto grandi, intelligenti e patinate saghe di famiglia e di amicizie, in uno stile ansioso di dimostrare la propria bravura che ha raggiunto la sua massima espressione in libri come Denti bianchi di Zadie Smith; Le correzioni di Jonathan Franzen; e Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan. Erano irradiati dalla convinzione che un autore potesse osservare la vita all'inizio del millennio e riproporla ai lettori con una serie di interpretazioni particolareggiate e decisive.
Al contrario, Knausgård e Ferrante promettono poco. Ma quel poco lo danno. Entrambi raccontano, in primissima persona, una vita umana vista da dentro. È una cosa che hanno fatto innumerevoli scrittori, ovviamente, ma loro sembra che lo abbiano fatto in un modo nuovo e pericoloso: con una spietata, spassionata modestia nell'ambizione. Nessuno dei due narratori estrapola grandi verità dall'esperienza. Entrambi si fidano solo di ciò che sperimentano personalmente; Ferrante ritrae l'intricato mondo sociale della classe operaia napoletana, ma in una condizione di continuo rinnovato sconcerto, mentre Knausgård ("Ha infranto la barriera del suono del romanzo autobiografico", ha detto il romanziere Jeffrey Eugenides a un giornalista di The New Republic) abbandona quasi ogni pretesa narrativa per descrivere il tempo che trascorre sulla terra nel modo più diretto possibile.
L'effetto che questo metodo ha avuto su di me, e credo su molte persone, è stato quello di creare un'immediata fiducia e identificazione. In qualche momento tra l'11 settembre 2001 e le elezioni del 2016, queste limitate pretese di certezza non mi sono sembrate poco ambiziose, ma l'unica sana controreplica a quello che era diventato il mondo. E la lunghezza dei libri - con le loro trame non compresse, a volte noiose - ha creato una nuova profonda versione di quell'oblio di noi stessi che le storie migliori sanno darci. Leggere Knausgård o Ferrante, o altri autori di quel genere che i critici definiscono autofiction, come Teju Cole e Rachel Cusk, più che entrare in una storia era passare un po' di tempo come un'altra persona.
Naturalmente, anche altri scrittori altrettanto dotati hanno cercato di catturare la loro epoca, e probabilmente ricorderemo il decennio 2010 per aver prodotto la bella narrativa slipstream di autori come George Saunders, Kelly Link e Colson Whitehead, un sottile parente del realismo magico, e quindi forse più capace di rispecchiare quanto le cose siano diventate davvero surreali. (La Casa Bianca sta ancora cercando di comprare la Groenlandia.) Ma ciò che fa sembrare essenziale l'autofiction è che un numero sufficiente di persone si è sentito tanto attratto dalla sua lunghezza, gravità e onestà da trasformarla, inspiegabilmente, in un fenomeno. Questo deve significare qualcosa. Ma cosa? Forse la spiegazione sta nel fatto che i libri di Knausgård e Ferrante sembrano così pienamente comprensivi. Le vite che viviamo sui nostri telefonini e sui nostri computer sono al tempo stesso irresistibili e inquiete - nervose, depressive, ingannevoli. Mentre la nostra vita sociale, che è generalmente l'ambito in cui si muove il romanzo, è in parte mutata in un flusso di immagini e didascalie adiacenti ma isolate, l'attento ritmo umano dell'autofiction è una protesta che afferma che, nonostante le apparenze, non ci siamo ancora completamente fusi con i nostri computer. Non ancora.
Molti di noi, oggi viventi, si trovano nella posizione eccezionale di aver vissuto sia prima che dopo la rivoluzione di internet. Siamo un gruppo perduto - comunque, anche ora nessuna delle mie abitudini tecnologiche mi sembra inevitabile. C'è ancora la sensazione che questa grande abbuffata di novità finirà e arriveremo a un ragionevole equilibrio tra passato e presente. Indubbiamente, è un'illusione. Tuttavia, scrittori come Knausgård e Ferrante, per i quali ho perso la testa come altri lettori, suggeriscono qualcosa al tempo stesso sorprendente e confortante: che in ognuno di noi sia riposto qualcosa di troppo profondo per dargli un nome o poterlo modificare, e che proprio per questo motivo è sopravvissuto, per ora, alla scintillante superficialità della nostra epoca. L'Io, suppongo.
© 2019 The New York Times Company
(Traduzione di Luis E. Moriones)
Uno degli effetti più strani di questa transizione è che riporta in voga comportamenti umani molto antichi. Il testo che facciamo scorrere, o srotoliamo, altro non è che un papiro, una delle prime tecnologie di lettura, ed è tornata in primo piano anche la più antica forma di scrittura, l'ideogramma, che riprende forma nel pannello degli emoji. Stranamente, in senso stretto, aprire un libro stampato nel 2019 è più moderno del chattare con gli amici.
Sembra una cosa ridicola fino al momento in cui ci appare ovvia. In fin dei conti, chi può contestare l'idea che le comunicazioni, dietro un flusso incessante di dati, si sono evolute continuamente mirando a funzioni cerebrali sempre più primitive? Pensate a quel suono vagamente nauseante di quando fai scorrere Instagram e lo vedi aggiornarsi con una notifica, una botta di dopamina. Il papiro e gli ideogrammi si sono estinti per la loro semplicità e sono poi risorti per lo stesso motivo. Il papiro è una cascata senza attrito sullo schermo. E mentre un intero alfabeto di ideogrammi sarebbe troppo ingombrante, una manciata di ideogrammi-chiave, sparsi nel nostro linguaggio, condensa migliaia di complicate reazioni in poche decine di simboli universali.
Si può dire che pochi momenti nella storia sono stati meno ospitali per la letteratura. La tecnologia, però, non ha mandato in pensione la letteratura una volta per tutte, ma sembra averle creato un nuovo spazio nella nostra mente. L'esempio migliore potrebbe essere la narrativa che, anche se recentissima, pare destinata a definire l'ultimo decennio: le opere di Elena Ferrante e di Karl Ove Knausgård. Quasi sovrapposti temporalmente, questi due romanzi europei in più volumi si sono conquistati un'enorme e rapida fama grazie al fatto di essere molto personali, molto lunghi e soprattutto, forse, per l'insolita e quasi colpevole intensità con cui la gente li divorava. (Come ha memorabilmente commentato Dwight Garner, critico letterario del New York Times, leggere i primi volumi di La mia lotta di Knausgård è stato come "cadere in preda a una febbre malarica".) Soprattutto, erano quasi identici nella loro offerta più seria e imprevedibile al lettore: un accesso non mediato, per molte pagine, proprio a un'altra consapevolezza.
Inevitabile a posteriori, all'epoca sembrava un risultato sconvolgente. Il romanzo si nutre di tensioni sociali, e la narrativa di moda nei primi dieci anni del secolo non ha fatto eccezione. Gli scrittori hanno prodotto grandi, intelligenti e patinate saghe di famiglia e di amicizie, in uno stile ansioso di dimostrare la propria bravura che ha raggiunto la sua massima espressione in libri come Denti bianchi di Zadie Smith; Le correzioni di Jonathan Franzen; e Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan. Erano irradiati dalla convinzione che un autore potesse osservare la vita all'inizio del millennio e riproporla ai lettori con una serie di interpretazioni particolareggiate e decisive.
Al contrario, Knausgård e Ferrante promettono poco. Ma quel poco lo danno. Entrambi raccontano, in primissima persona, una vita umana vista da dentro. È una cosa che hanno fatto innumerevoli scrittori, ovviamente, ma loro sembra che lo abbiano fatto in un modo nuovo e pericoloso: con una spietata, spassionata modestia nell'ambizione. Nessuno dei due narratori estrapola grandi verità dall'esperienza. Entrambi si fidano solo di ciò che sperimentano personalmente; Ferrante ritrae l'intricato mondo sociale della classe operaia napoletana, ma in una condizione di continuo rinnovato sconcerto, mentre Knausgård ("Ha infranto la barriera del suono del romanzo autobiografico", ha detto il romanziere Jeffrey Eugenides a un giornalista di The New Republic) abbandona quasi ogni pretesa narrativa per descrivere il tempo che trascorre sulla terra nel modo più diretto possibile.
L'effetto che questo metodo ha avuto su di me, e credo su molte persone, è stato quello di creare un'immediata fiducia e identificazione. In qualche momento tra l'11 settembre 2001 e le elezioni del 2016, queste limitate pretese di certezza non mi sono sembrate poco ambiziose, ma l'unica sana controreplica a quello che era diventato il mondo. E la lunghezza dei libri - con le loro trame non compresse, a volte noiose - ha creato una nuova profonda versione di quell'oblio di noi stessi che le storie migliori sanno darci. Leggere Knausgård o Ferrante, o altri autori di quel genere che i critici definiscono autofiction, come Teju Cole e Rachel Cusk, più che entrare in una storia era passare un po' di tempo come un'altra persona.
Naturalmente, anche altri scrittori altrettanto dotati hanno cercato di catturare la loro epoca, e probabilmente ricorderemo il decennio 2010 per aver prodotto la bella narrativa slipstream di autori come George Saunders, Kelly Link e Colson Whitehead, un sottile parente del realismo magico, e quindi forse più capace di rispecchiare quanto le cose siano diventate davvero surreali. (La Casa Bianca sta ancora cercando di comprare la Groenlandia.) Ma ciò che fa sembrare essenziale l'autofiction è che un numero sufficiente di persone si è sentito tanto attratto dalla sua lunghezza, gravità e onestà da trasformarla, inspiegabilmente, in un fenomeno. Questo deve significare qualcosa. Ma cosa? Forse la spiegazione sta nel fatto che i libri di Knausgård e Ferrante sembrano così pienamente comprensivi. Le vite che viviamo sui nostri telefonini e sui nostri computer sono al tempo stesso irresistibili e inquiete - nervose, depressive, ingannevoli. Mentre la nostra vita sociale, che è generalmente l'ambito in cui si muove il romanzo, è in parte mutata in un flusso di immagini e didascalie adiacenti ma isolate, l'attento ritmo umano dell'autofiction è una protesta che afferma che, nonostante le apparenze, non ci siamo ancora completamente fusi con i nostri computer. Non ancora.
Molti di noi, oggi viventi, si trovano nella posizione eccezionale di aver vissuto sia prima che dopo la rivoluzione di internet. Siamo un gruppo perduto - comunque, anche ora nessuna delle mie abitudini tecnologiche mi sembra inevitabile. C'è ancora la sensazione che questa grande abbuffata di novità finirà e arriveremo a un ragionevole equilibrio tra passato e presente. Indubbiamente, è un'illusione. Tuttavia, scrittori come Knausgård e Ferrante, per i quali ho perso la testa come altri lettori, suggeriscono qualcosa al tempo stesso sorprendente e confortante: che in ognuno di noi sia riposto qualcosa di troppo profondo per dargli un nome o poterlo modificare, e che proprio per questo motivo è sopravvissuto, per ora, alla scintillante superficialità della nostra epoca. L'Io, suppongo.
© 2019 The New York Times Company
(Traduzione di Luis E. Moriones)