La vertigine dell’Europa non più divisa
Ezio Mauro , di EZIO MAUROL’onda sismica del crollo si diffuse in poco tempo a tutti i regimi comunisti, dalla Polonia alla Bulgaria. E mentre la Ddr si dissolveva in vista della riunificazione delle due Germanie, in Italia Occhetto cambiava nome al Pci. Le dimissioni di Gorbaciov chiudevano l’epoca
Era come entrare nel tunnel che porta in un altro mondo. Passare e ripassare attraverso quel buco nel Muro che finalmente univa le due città troppo a lungo separate. L'ansia di percorrere la strada proibita, l'impazienza di violare l'interdetto, la voglia di andare ancora avanti, fino in fondo. E la paura di un colpo di coda: cosa sta succedendo laggiù, negli hangar del vecchio aeroporto, dove i camion stanno scaricando casse blindate fino a tardi? Nell'emozione delle prime notti libere, nell'eccitazione di un mondo inesplorato, scattano i nervi scoperti della città. Dovunque voci fuori controllo raccontano che la Stasi sta distruggendo i suoi dossier più segreti, le prove dei vecchi crimini, gli elenchi delle spie, le tracce delle intercettazioni telefoniche, i filmati e le fotografie clandestine. Sono gli operai dell'aeroporto civile e militare di Schönefeld, a Berlino Est, a lanciare l'allarme. Vedono troppi aerei e stran…
Era come entrare nel tunnel che porta in un altro mondo. Passare e ripassare attraverso quel buco nel Muro che finalmente univa le due città troppo a lungo separate. L'ansia di percorrere la strada proibita, l'impazienza di violare l'interdetto, la voglia di andare ancora avanti, fino in fondo. E la paura di un colpo di coda: cosa sta succedendo laggiù, negli hangar del vecchio aeroporto, dove i camion stanno scaricando casse blindate fino a tardi? Nell'emozione delle prime notti libere, nell'eccitazione di un mondo inesplorato, scattano i nervi scoperti della città. Dovunque voci fuori controllo raccontano che la Stasi sta distruggendo i suoi dossier più segreti, le prove dei vecchi crimini, gli elenchi delle spie, le tracce delle intercettazioni telefoniche, i filmati e le fotografie clandestine. Sono gli operai dell'aeroporto civile e militare di Schönefeld, a Berlino Est, a lanciare l'allarme. Vedono troppi aerei e strani movimenti al terminal C, destinato ai voli di Stato e alle missioni della Stasi. Si avvicinano e scoprono il carico in corsa sui bimotori turboelica sovietici Antonov 26 di tonnellate di carta ammassata dentro grandi contenitori, fino al limite della capacità di volo. Ecco di cosa si tratta: hanno imbarcato i fascicoli più compromettenti con le prove dei reati e adesso una squadriglia speciale è pronta a partire su ordine della Stasi, con piani di volo fino alla Romania, per portare le carte al sicuro nel regno controllato da Ceausescu. Un esposto urgente alla magistratura blocca l'operazione, i dossier finiscono sotto sequestro, ma in tutta la città cresce il furore contro la Stasi: prima lo spionaggio, poi il tentativo di cancellarlo. Il grande inganno continua.
In realtà, è un gesto di autodifesa disperato, perché la cornice del Paese è rapidamente cambiata con la fine del Muro. Tutto improvvisamente è possibile, nel mese freddo dell'interregno. Solo la neve di dicembre sembra uguale a sempre, mentre scende imparziale sulle due Berlino che si cercano e si studiano, stordite dal crollo della barriera. Col Muro aperto a furor di popolo, dopo 28 anni, la Ddr è spalancata verso ovest, come una casa con le porte e le finestre squarciate dal terremoto, e proprio sul lato del nemico di sempre. In realtà non si capisce più bene dove sono i nemici e gli amici, in questo impazzimento della geografia incalzata dalla storia, con la capitale dell'impero - Mosca - , che ha favorito lo scongelamento della sua periferia, fin qui a Berlino Est. L'ipnosi collettiva è quel buco nel Muro e nell'Europa, attraversato da un milione di persone già al secondo giorno, con 60 chilometri di auto in coda a Rudolphstein e metà dei 16 milioni di abitanti della Ddr che in una settimana si mette in cammino. Berlino Ovest li accoglie con la Settima sinfonia di Beethoven alla Filarmonica, col Flauto Magico di Mozart all'Opera: ma anche coi suoi giornali che i visitatori sfogliano come una novità della libertà, con i formaggi e il caffè, con le banane introvabili nella Ddr, e soprattutto con i "soldi del saluto", quei cento marchi di benvenuto a ovest per ogni tedesco dell'Est. A Lubecca la folla arrivata sulle Trabant ha addirittura sbancato il Comune che ha subito finito i soldi, e ha dovuto chiederne altri in prestito ai supermercati. A Berlino tre valigie di marchi sono state spedite d'urgenza dalla banca centrale al sindaco Momper, che chiedeva aiuto e adesso benedice la festa: "Berlino, ora puoi gioire".
La potenza del simbolo caduto ha già riavviato la storia. C'è nelle cancellerie un sentimento generale di nuovo inizio, la tentazione e la paura di un disegno inedito del futuro, come se il Muro avesse cementificato la vicenda di milioni di persone, paralizzandola. E ora l'avventura umana torna a scorrere, mentre le mappe chiedono di essere riscritte per il mondo nuovo che sta per cominciare e all'improvviso sembra fluido, piatto, senza quell'ostacolo alto 3 metri e 60. George Bush si affaccia alla storia europea per promettere addirittura "un millennio" di libertà, dal Cremlino Gorbaciov gli risponde che "è caduto il Muro, non il socialismo", all'Eliseo Mitterrand, prudente e diffidente come Margaret Thatcher, profetizza che la Germania in ogni caso sarà "il tema del secolo".
Nella breccia che si è appena aperta il traguardo è la riunificazione. Nella prima manifestazione dopo l'apertura della frontiera, Helmut Kohl fissa subito la posta in gioco: "La libertà di movimento è fondamentale, ma non basta. Servono la libertà di stampa, di espressione, con liberi sindacati, liberi partiti ed elezioni libere. Voi al di là dal Muro oggi non siete più soli. Noi siamo dalla vostra parte. Noi siamo e rimaniamo una nazione". Ora che Berlino è una città aperta, che cosa ancora si può volere? Tutto. E infatti, cos'altro vuol dire quell'inno nazionale che s'innalza all'improvviso nell'aula anonima del Bundestag quella sera incredibile del 9 novembre, nel buio invernale di Bonn? La discussione sulle pensioni è quasi alla fine quando prende la parola il vice capogruppo della Cdu Karl-Heinz Spilker. Sta per annunciare la svolta del secolo e sembra stordito, impacciato, con la mano sinistra in tasca. "Ma signor presidente, onoratissimi colleghi - dice fissando incredulo un foglio - devo leggervi una notizia che mi è appena arrivata. Da adesso, da subito, i cittadini della Ddr hanno la libertà di viaggiare nella repubblica federale". Tutti guardano il capo di gabinetto di Kohl, Rudolf Seiters, che conferma: "Ho appena parlato al telefono col Cancelliere, siamo davanti a un passo di importanza enorme". Tocca a un veterano socialdemocratico come Hans-Jochen Vogel, con la sua cravatta rossa, siglare la fine di un'epoca: "Una cosa è chiara fin da adesso. Dopo 28 anni il Muro ha perso la sua funzione e il suo ruolo". Dai banchi della Cdu intonano l'inno: "Unità, giustizia e libertà per la patria tedesca". Prima piano, poi a voce alta cantano tutti, è arrivata gente, l'aula è in piedi, rimbomba di emozione. Sotto i neon accesi, sta passando la storia che si è appena compiuta a 599 chilometri di distanza, a Berlino. Affondato nel suo scranno in prima fila Willy Brandt, il nemico del Muro, sembra impietrito, catturato dai ricordi, e non dice una parola.
Sarà proprio Brandt, in piazza, a consegnare il Muro alla memoria, perché nessuno dimentichi: "Un pezzo di questo odioso monumento dobbiamo conservarlo, perché è un mostro della storia". Ma nessuno può dimenticare. Si capisce subito, quando lunedì 13 novembre la Volkskammer, il parlamento della Ddr, chiama l'ex ministro della Stasi, Erich Mielke, a rispondere dei suoi 32 anni di comando. L'uomo che si alza in piedi ha 82 anni, il vestito blu, gli occhi terrorizzati dietro gli occhiali di corno. Dopo l'onnipotenza e l'arbitrio assoluto, lo hanno cacciato dal Politbjuro, ha perso il posto nel governo. Adesso deve difendersi dalla stupefacente aggressività di deputati che prima della caduta del Muro avevano paura anche solo di incrociare il suo sguardo. La prima parola che pronuncia è "Genossen", compagni, come per richiamare tutti ad una storia comune. Ma appena rivendica "lo straordinario contatto" della Stasi col popolo viene sommerso dalle grida di insulti. Si ferma guardandosi intorno, e piange nel tumulto: "Noi siamo i figli della classe operaia. E abbiamo sempre lavorato per voi, per tutti". Le urla continuano. Mielke adesso grida e sembra che con lui gridi il partito mentre si separa dal sogno ideologico che ha tradito mille volte: "Ma io vi amo, vi amo ancora tutti, mi sono sempre impegnato per questo, amo tutti gli esseri umani...".
Nel mondo esploso della Ddr, perso completamente il controllo della situazione, il partito-Stato si avvita su se stesso, allo sbando. Basta leggere i verbali del Comitato Centrale subito dopo il crollo del Muro per cogliere l'angoscia del naufragio. La mattina del 10 novembre Krenz si scusa: "La pressione sul Muro era inarrestabile. L'unica soluzione sarebbe stata un intervento militare. Grazie al buon senso delle truppe di frontiera, la crisi è stata gestita. Ora la pressione continua a crescere, rischiamo che molte persone ci lascino, gli operai abbandonano le aziende, c'è panico e caos".
"Ma io posso garantirvi che le compagne e i compagni della Sicurezza dello Stato, figli della classe operaia, sono sempre pronti a servire il popolo, lo Stato socialista e il partito", assicura il vice ministro della Stasi, Rudi Mittig. L'ideologo Kurt Hager dà la colpa all'Occidente: "Il nemico controrivoluzionario è alle porte. Chi non l'ha ancora compreso, dovrebbe guardarsi il Bundestag che canta l'inno tedesco. È come se avessero rivelato i loro obiettivi". Ancora più allarmato Siegfried Funke, che prende la parola tre giorni dopo: "Adesso nelle fabbriche i segretari del partito devono addossarsi colpe che sono del Politbjuro e vengono scannati in massa". "Cari compagni - grida al microfono Bernhardt Quandt - oggi mi sono svegliato in lacrime perché il nostro partito, il nostro glorioso partito, rischia di sciogliersi. Non ci posso credere".
Il 3 dicembre Krenz "il breve" si dimette, impotente, sostituito dall'avvocato Gregor Gysi, e il Comitato Centrale espelle dal partito undici dirigenti, tra cui Mielke e soprattutto Honecker. Tocca al nuovo Presidente del Consiglio Hans Modrow dare l'annuncio-choc che il potentissimo Capo del Commercio con l'estero Alexander Schalck-Golodkowski (colonnello della Stasi, approvvigionatore di valuta forte per la Ddr, custode del conto in marchi occidentali 0628 a disposizione di Honecker) è fuggito dal Paese: "È sparito e solo questa notte ha telefonato dall'estero, non si sa da dove, per comunicare che aveva lasciato la Repubblica". Nei verbali c'è il segno dello sconcerto del partito: "Ma è incredibile", "Dove siamo arrivati"? "Anche lui", "Porca puttana".
Il grande custode del vecchio mondo sta agonizzando: sono le ultime ore del mostro. Già il giorno dopo lo sfondamento, comincia infatti la demolizione del Muro. Picconi, cacciaviti, martelli. Tutti picchiano contro il cemento, si vendicano, lo violentano. Tra Bernauer Strasse e Oderberger Strasse arrivano di notte le ruspe, tagliano i due muri, riempiono i fossati, spianano la strada e sopra passano subito l'asfalto. A mezzogiorno si apre la breccia a Potsdamer Platz, con le scavatrici e le gru. Vicino alle rovine della vecchia stazione dell'Anhalter recidono l'anima di ferro che corre dentro il cemento, portano via i blocchi scalpellati. Totem della paura per 28 anni, adesso il Muro è disarmato, imbelle, dunque inutile. Nei varchi che si aprono tra le pietre smontate restano in vista gli "orticelli", fiori, pomodori e piante teoricamente da frutta che provavano a crescere appoggiate al Muro per stare al caldo. Tornano a vivere le strade morte, che non vedevano il Muro ma lo sentivano vicino in quella striscia dove una volta c'erano le mine, e non poteva passare nessuno.
Come se il Muro fosse un segnale, la prima pietra divelta di quel mondo, è tutto l'Est che precipita, replicando con un'eco gigantesca il fragore della rottura del secolo nelle strade grigie della Ddr. In Polonia il governo comunista di Rakowski è saltato già ad agosto, in Ungheria l'ultimo leader comunista, Grosz, se n'è andato a inizio ottobre. Lo stesso giorno in cui si apre il confine a Berlino, a Sofia, assediato dalle manifestazioni di protesta, si dimette Todor Zhivkov, che aveva regnato sulla Bulgaria per 35 anni. A Riga 500 mila persone celebrano in piazza l'anniversario dell'indipendenza della Lettonia. A Vilnius la Lituania degrada il partito comunista, togliendogli il ruolo guida.
Poi tocca a Praga. Nell'anniversario dell'uccisione di nove studenti che protestavano contro l'occupazione nazista, il 17 novembre, 20 mila uomini e donne affollano il cimitero in collina di Vysehrad; il giorno dopo sono in 50 mila a urlare "Via la Gestapo", mentre la polizia li bastona nelle strade attorno a piazza San Venceslao; il mercoledì 250 mila persone applaudono Alexander Dubcek che in un messaggio grida "Basta con i tiranni". La piazza non si svuota più, i dimostranti scuotono tutti insieme il mazzo di chiavi di casa trasformando quel rumore domestico in una testimonianza eversiva, finché alle sette di venerdì sera il Segretario Generale del partito Milos Jakes si dimette. Nel grande crollo anche il presidente della repubblica Gustáv Husák deve lasciare il Castello, dove negli ultimi giorni di dicembre entrerà Václav Havel, il commediografo leader del dissenso, fondatore di Charta 77, eletto all'unanimità dal parlamento ora presieduto da Dubcek, in un risarcimento politico così perfetto da sembrare teatrale.
È un testa-coda impensabile, un rovesciamento totale della storia. Toccando con mano tutto il suo drammatico ritardo, e la sua contraddizione, in Italia il Pci affronta il problema di quel nome - "comunista" - che il 1989 sta cancellando in tutto l'Est. Achille Occhetto il 12 novembre propone di cambiarlo: "Non dobbiamo continuare su vecchie strade, ma inventarne di nuove". La svolta passerà, ma bisognerà superare le resistenze di Giancarlo Pajetta ("Io non mi vergogno del nostro nome"), gli attacchi al segretario di Alessandro Natta ("Tu lanci un seme velenoso") e di Pietro Ingrao ("Acchiappanuvole"), mentre saltano i centralini delle Botteghe Oscure e dell'Unità per le proteste di iscritti e elettori.
C'è ancora un Paese che resiste al contraccolpo del Muro crollato, la Romania. Ma il 16 dicembre scoppia a sorpresa una protesta a Timisoara contro l'arresto del pastore protestante László Tökés. La folla brucia la sede del partito, compaiono i tricolori romeni con un buco al posto del simbolo comunista, si canta un inno proibito dal 1947: "Destati, o romeno/ dal sonno pari a morte/ nel quale ti ha gettato/ il barbaro tiranno". Cinque giorni dopo Ceausescu convoca una manifestazione di sostegno al regime, ma ha appena cominciato a parlare dal balcone di Piata Palatului quando dal fondo qualcuno grida "Timisoara, Timisoara", la folla sbanda sotto il palazzo, la Securitate e l'esercito aprono il fuoco. È un massacro. Il mattino dopo Ceausescu prova a riprendere il controllo della piazza affacciandosi al balcone con la moglie Elena, ma i fischi lo fanno rientrare di corsa per fuggire in elicottero, lasciando il palazzo con gli arredi rivestiti d'oro, le scarpe a centinaia della moglie, il bidet rosa, i centocinque vestiti grigi, identici del Conducator. La fuga si ferma a Targoviste. Li arrestano il giorno di Natale, li processano sommariamente condannandoli a morte. Li portano via chiusi nei loro cappotti, con le mani legate dietro la schiena, mentre Ceausescu canta l'Internazionale e Elena maledice i "traditori". Le mitragliette degli otto paracadutisti che li uccidono da pochi metri chiudono tragicamente il 1989.
Assorbendo su di sé tutta la furia della distruzione, tutta l'ansia della liberazione, il Muro ha evitato il sangue a Berlino. Aperta la porta di Brandeburgo, ora Kohl può andare avanti col suo piano di riunificazione, prima cautamente, pensando di arrivarci in cinque anni, poi - ottenuto il via libera da Gorbaciov in cambio di 220 milioni di marchi di aiuti - con la fretta e l'impazienza di chi può finalmente compiere il suo destino. Il 28 dicembre la folla della Ddr lo applaude a Dresda con un grido ("Germania") che rompe pubblicamente le ultime cautele. Il 18 marzo 1990, quando la Germania dell'Est vota per la prima volta liberamente, la coalizione conservatrice raggiunge il 48 per cento, i socialdemocratici si fermano al 22, la vecchia Sed - che adesso si chiama Pds - crolla dal potere totale al 16,3 per cento. L'esito è deciso. Chiudono via via le 135 ambasciate della Ddr nel mondo, si spegne il telegiornale comunista. Il 3 ottobre la Germania sarà riunificata, il cambio tra il marco federale e la vecchia moneta della Ddr verrà fissato a quota 1 a 1.
Prima, restava ancora un conto da regolare, naturalmente a Berlino. Da una settimana prima della caduta del Muro, i tritacarte continuavano a lavorare in tutte le stanze della Stasi, giorno e notte, cancellando le prove dell'abuso di Stato che non è stato possibile nascondere all'estero. Quando le macchine si fermano, surriscaldate, i fascicoli vengono distrutti a mano, fatti a pezzi. Ma il 15 gennaio 1990 l'enorme città proibita della polizia segreta a Berlino Est viene assaltata dai cittadini che entrano negli uffici, profanando le stanze segrete. Trovano quindicimila sacchi dove sono finiti i fogli strappati, su cui partirà il lavoro di restauro di 31 archivisti che accostano i frammenti per recuperare il grande puzzle dello spionaggio, ore e ore di tentativi, coi lati dell'orrore che combaciano, gli angoli delle intercettazioni che coincidono, le particelle di un pedinamento che si combinano (ci vogliono più di 90 pezzi per ricostruire una pagina) e svelano un inferno di carta edificato in 34 anni, distrutto in due settimane: per ricostruirlo serviranno 370 anni.
Ma intanto i vecchi dissidenti possono avvicinarsi increduli alle stanze del terrore, farsi consegnare i dossier che li riguardano, scoprire chi li spiava nella cerchia degli amici e dei familiari. Tra i primi entrano nello stanzone il cantautore Wolf Biermann, con lo scrittore Jürgen Fuchs e con Katja Havemann, moglie del grande dissidente Robert morto nel 1982. Sono l'aristocrazia perseguitata dell'opposizione, e ora vedono per la prima volta la loro vita dall'altra parte, rovesciata e contabilizzata dall'ossessione poliziesca. Si leggono l'un l'altro i nomi in codice degli informatori, risalgono ai nomi veri, gridano di stupore e indignazione scoprendo complicità impensabili, e alla fine capiscono che il terrore si è dissolto per sempre: loro stanno aprendo i dossier della polizia segreta, e Mielke, l'onnipotente Capo della Stasi, è entrato in cella nel carcere speciale di Hohenschönhausen, dove per anni rinchiudeva gli oppositori.
Se ci si affaccia allo spioncino della prigione si può vedere la stanza 315 col letto sfatto, nei corridoi le sirene sembrano pronte a urlare come quando un detenuto usciva dalla cella per l'interrogatorio, per evitare che due dissidenti arrestati s'incontrassero, nell'ufficio degli interrogatori la lampada della Stasi è ancora sul tavolo davanti alla sedia dove l'indagato doveva tenere le mani ferme sotto le cosce, fino alla confessione. Qui sembra che non sia finita, tutto è com'era, arrugginito ma intatto.
Uscendo, viene da cercare il Muro. Il Muro non c'è più, il Muro è dappertutto. Bastioni rimasti in piedi si trasformano in opere d'arte come a East Side Gallery, segni del percorso del Muro vengono tracciati sulle strade dove passava il confine, croci bianche spuntano vicino alla Sprea per ricordare le fughe disperate, i tuffi, le uccisioni. Banalmente, lottizzando le reminiscenze, frammenti di Muro veri o falsi finiscono sui banchetti ambulanti, come memorabilia incellofanate della Ddr. D'altra parte già il 23 giugno del 1990 al Grand Hotel Metropole di Montecarlo erano stati messi all'asta 81 pezzi sparsi di Muro per 16 tonnellate, tra miliardari americani e contesse.
Bisogna seguire l'ultima onda sismica di quel crollo per arrivare fino a Mosca, dove tutto è cominciato. La storia si riavvolge, risale il secolo e dal Muro ritorna alla piazza Rossa, dove nel buio della sera di Natale del 1991 si vedono soltanto i fanali dell'auto nera di Stato che porta via Mikhail Gorbaciov dimissionario, mentre spunta per l'ultima volta dalla porta della torre Spasskaja, di fianco alla mummia di Lenin che l'ultimo Segretario Generale interrogava mentalmente ancora in quell'incredibile '89, quando aveva dei dubbi. Poi, illuminata dai riflettori insieme coi fiocchi di neve, inquadrata dalle televisioni di tutto il pianeta, nel silenzio dell'inverno russo scende dal pennone più alto del Cremlino, dopo 72 anni, la bandiera rossa dell'Urss che non c'è più: ammainando un mondo.
(Ha collaborato Andrea Tarquini)
Il libro. Anime prigioniere. Cronache dal Muro di Berlino di Ezio Mauro è in edicola con Repubblica a 12,90 euro, e in libreria per Feltrinelli
In realtà, è un gesto di autodifesa disperato, perché la cornice del Paese è rapidamente cambiata con la fine del Muro. Tutto improvvisamente è possibile, nel mese freddo dell'interregno. Solo la neve di dicembre sembra uguale a sempre, mentre scende imparziale sulle due Berlino che si cercano e si studiano, stordite dal crollo della barriera. Col Muro aperto a furor di popolo, dopo 28 anni, la Ddr è spalancata verso ovest, come una casa con le porte e le finestre squarciate dal terremoto, e proprio sul lato del nemico di sempre. In realtà non si capisce più bene dove sono i nemici e gli amici, in questo impazzimento della geografia incalzata dalla storia, con la capitale dell'impero - Mosca - , che ha favorito lo scongelamento della sua periferia, fin qui a Berlino Est. L'ipnosi collettiva è quel buco nel Muro e nell'Europa, attraversato da un milione di persone già al secondo giorno, con 60 chilometri di auto in coda a Rudolphstein e metà dei 16 milioni di abitanti della Ddr che in una settimana si mette in cammino. Berlino Ovest li accoglie con la Settima sinfonia di Beethoven alla Filarmonica, col Flauto Magico di Mozart all'Opera: ma anche coi suoi giornali che i visitatori sfogliano come una novità della libertà, con i formaggi e il caffè, con le banane introvabili nella Ddr, e soprattutto con i "soldi del saluto", quei cento marchi di benvenuto a ovest per ogni tedesco dell'Est. A Lubecca la folla arrivata sulle Trabant ha addirittura sbancato il Comune che ha subito finito i soldi, e ha dovuto chiederne altri in prestito ai supermercati. A Berlino tre valigie di marchi sono state spedite d'urgenza dalla banca centrale al sindaco Momper, che chiedeva aiuto e adesso benedice la festa: "Berlino, ora puoi gioire".
La potenza del simbolo caduto ha già riavviato la storia. C'è nelle cancellerie un sentimento generale di nuovo inizio, la tentazione e la paura di un disegno inedito del futuro, come se il Muro avesse cementificato la vicenda di milioni di persone, paralizzandola. E ora l'avventura umana torna a scorrere, mentre le mappe chiedono di essere riscritte per il mondo nuovo che sta per cominciare e all'improvviso sembra fluido, piatto, senza quell'ostacolo alto 3 metri e 60. George Bush si affaccia alla storia europea per promettere addirittura "un millennio" di libertà, dal Cremlino Gorbaciov gli risponde che "è caduto il Muro, non il socialismo", all'Eliseo Mitterrand, prudente e diffidente come Margaret Thatcher, profetizza che la Germania in ogni caso sarà "il tema del secolo".
Nella breccia che si è appena aperta il traguardo è la riunificazione. Nella prima manifestazione dopo l'apertura della frontiera, Helmut Kohl fissa subito la posta in gioco: "La libertà di movimento è fondamentale, ma non basta. Servono la libertà di stampa, di espressione, con liberi sindacati, liberi partiti ed elezioni libere. Voi al di là dal Muro oggi non siete più soli. Noi siamo dalla vostra parte. Noi siamo e rimaniamo una nazione". Ora che Berlino è una città aperta, che cosa ancora si può volere? Tutto. E infatti, cos'altro vuol dire quell'inno nazionale che s'innalza all'improvviso nell'aula anonima del Bundestag quella sera incredibile del 9 novembre, nel buio invernale di Bonn? La discussione sulle pensioni è quasi alla fine quando prende la parola il vice capogruppo della Cdu Karl-Heinz Spilker. Sta per annunciare la svolta del secolo e sembra stordito, impacciato, con la mano sinistra in tasca. "Ma signor presidente, onoratissimi colleghi - dice fissando incredulo un foglio - devo leggervi una notizia che mi è appena arrivata. Da adesso, da subito, i cittadini della Ddr hanno la libertà di viaggiare nella repubblica federale". Tutti guardano il capo di gabinetto di Kohl, Rudolf Seiters, che conferma: "Ho appena parlato al telefono col Cancelliere, siamo davanti a un passo di importanza enorme". Tocca a un veterano socialdemocratico come Hans-Jochen Vogel, con la sua cravatta rossa, siglare la fine di un'epoca: "Una cosa è chiara fin da adesso. Dopo 28 anni il Muro ha perso la sua funzione e il suo ruolo". Dai banchi della Cdu intonano l'inno: "Unità, giustizia e libertà per la patria tedesca". Prima piano, poi a voce alta cantano tutti, è arrivata gente, l'aula è in piedi, rimbomba di emozione. Sotto i neon accesi, sta passando la storia che si è appena compiuta a 599 chilometri di distanza, a Berlino. Affondato nel suo scranno in prima fila Willy Brandt, il nemico del Muro, sembra impietrito, catturato dai ricordi, e non dice una parola.
Sarà proprio Brandt, in piazza, a consegnare il Muro alla memoria, perché nessuno dimentichi: "Un pezzo di questo odioso monumento dobbiamo conservarlo, perché è un mostro della storia". Ma nessuno può dimenticare. Si capisce subito, quando lunedì 13 novembre la Volkskammer, il parlamento della Ddr, chiama l'ex ministro della Stasi, Erich Mielke, a rispondere dei suoi 32 anni di comando. L'uomo che si alza in piedi ha 82 anni, il vestito blu, gli occhi terrorizzati dietro gli occhiali di corno. Dopo l'onnipotenza e l'arbitrio assoluto, lo hanno cacciato dal Politbjuro, ha perso il posto nel governo. Adesso deve difendersi dalla stupefacente aggressività di deputati che prima della caduta del Muro avevano paura anche solo di incrociare il suo sguardo. La prima parola che pronuncia è "Genossen", compagni, come per richiamare tutti ad una storia comune. Ma appena rivendica "lo straordinario contatto" della Stasi col popolo viene sommerso dalle grida di insulti. Si ferma guardandosi intorno, e piange nel tumulto: "Noi siamo i figli della classe operaia. E abbiamo sempre lavorato per voi, per tutti". Le urla continuano. Mielke adesso grida e sembra che con lui gridi il partito mentre si separa dal sogno ideologico che ha tradito mille volte: "Ma io vi amo, vi amo ancora tutti, mi sono sempre impegnato per questo, amo tutti gli esseri umani...".
Nel mondo esploso della Ddr, perso completamente il controllo della situazione, il partito-Stato si avvita su se stesso, allo sbando. Basta leggere i verbali del Comitato Centrale subito dopo il crollo del Muro per cogliere l'angoscia del naufragio. La mattina del 10 novembre Krenz si scusa: "La pressione sul Muro era inarrestabile. L'unica soluzione sarebbe stata un intervento militare. Grazie al buon senso delle truppe di frontiera, la crisi è stata gestita. Ora la pressione continua a crescere, rischiamo che molte persone ci lascino, gli operai abbandonano le aziende, c'è panico e caos".
"Ma io posso garantirvi che le compagne e i compagni della Sicurezza dello Stato, figli della classe operaia, sono sempre pronti a servire il popolo, lo Stato socialista e il partito", assicura il vice ministro della Stasi, Rudi Mittig. L'ideologo Kurt Hager dà la colpa all'Occidente: "Il nemico controrivoluzionario è alle porte. Chi non l'ha ancora compreso, dovrebbe guardarsi il Bundestag che canta l'inno tedesco. È come se avessero rivelato i loro obiettivi". Ancora più allarmato Siegfried Funke, che prende la parola tre giorni dopo: "Adesso nelle fabbriche i segretari del partito devono addossarsi colpe che sono del Politbjuro e vengono scannati in massa". "Cari compagni - grida al microfono Bernhardt Quandt - oggi mi sono svegliato in lacrime perché il nostro partito, il nostro glorioso partito, rischia di sciogliersi. Non ci posso credere".
Il 3 dicembre Krenz "il breve" si dimette, impotente, sostituito dall'avvocato Gregor Gysi, e il Comitato Centrale espelle dal partito undici dirigenti, tra cui Mielke e soprattutto Honecker. Tocca al nuovo Presidente del Consiglio Hans Modrow dare l'annuncio-choc che il potentissimo Capo del Commercio con l'estero Alexander Schalck-Golodkowski (colonnello della Stasi, approvvigionatore di valuta forte per la Ddr, custode del conto in marchi occidentali 0628 a disposizione di Honecker) è fuggito dal Paese: "È sparito e solo questa notte ha telefonato dall'estero, non si sa da dove, per comunicare che aveva lasciato la Repubblica". Nei verbali c'è il segno dello sconcerto del partito: "Ma è incredibile", "Dove siamo arrivati"? "Anche lui", "Porca puttana".
Il grande custode del vecchio mondo sta agonizzando: sono le ultime ore del mostro. Già il giorno dopo lo sfondamento, comincia infatti la demolizione del Muro. Picconi, cacciaviti, martelli. Tutti picchiano contro il cemento, si vendicano, lo violentano. Tra Bernauer Strasse e Oderberger Strasse arrivano di notte le ruspe, tagliano i due muri, riempiono i fossati, spianano la strada e sopra passano subito l'asfalto. A mezzogiorno si apre la breccia a Potsdamer Platz, con le scavatrici e le gru. Vicino alle rovine della vecchia stazione dell'Anhalter recidono l'anima di ferro che corre dentro il cemento, portano via i blocchi scalpellati. Totem della paura per 28 anni, adesso il Muro è disarmato, imbelle, dunque inutile. Nei varchi che si aprono tra le pietre smontate restano in vista gli "orticelli", fiori, pomodori e piante teoricamente da frutta che provavano a crescere appoggiate al Muro per stare al caldo. Tornano a vivere le strade morte, che non vedevano il Muro ma lo sentivano vicino in quella striscia dove una volta c'erano le mine, e non poteva passare nessuno.
Come se il Muro fosse un segnale, la prima pietra divelta di quel mondo, è tutto l'Est che precipita, replicando con un'eco gigantesca il fragore della rottura del secolo nelle strade grigie della Ddr. In Polonia il governo comunista di Rakowski è saltato già ad agosto, in Ungheria l'ultimo leader comunista, Grosz, se n'è andato a inizio ottobre. Lo stesso giorno in cui si apre il confine a Berlino, a Sofia, assediato dalle manifestazioni di protesta, si dimette Todor Zhivkov, che aveva regnato sulla Bulgaria per 35 anni. A Riga 500 mila persone celebrano in piazza l'anniversario dell'indipendenza della Lettonia. A Vilnius la Lituania degrada il partito comunista, togliendogli il ruolo guida.
Poi tocca a Praga. Nell'anniversario dell'uccisione di nove studenti che protestavano contro l'occupazione nazista, il 17 novembre, 20 mila uomini e donne affollano il cimitero in collina di Vysehrad; il giorno dopo sono in 50 mila a urlare "Via la Gestapo", mentre la polizia li bastona nelle strade attorno a piazza San Venceslao; il mercoledì 250 mila persone applaudono Alexander Dubcek che in un messaggio grida "Basta con i tiranni". La piazza non si svuota più, i dimostranti scuotono tutti insieme il mazzo di chiavi di casa trasformando quel rumore domestico in una testimonianza eversiva, finché alle sette di venerdì sera il Segretario Generale del partito Milos Jakes si dimette. Nel grande crollo anche il presidente della repubblica Gustáv Husák deve lasciare il Castello, dove negli ultimi giorni di dicembre entrerà Václav Havel, il commediografo leader del dissenso, fondatore di Charta 77, eletto all'unanimità dal parlamento ora presieduto da Dubcek, in un risarcimento politico così perfetto da sembrare teatrale.
È un testa-coda impensabile, un rovesciamento totale della storia. Toccando con mano tutto il suo drammatico ritardo, e la sua contraddizione, in Italia il Pci affronta il problema di quel nome - "comunista" - che il 1989 sta cancellando in tutto l'Est. Achille Occhetto il 12 novembre propone di cambiarlo: "Non dobbiamo continuare su vecchie strade, ma inventarne di nuove". La svolta passerà, ma bisognerà superare le resistenze di Giancarlo Pajetta ("Io non mi vergogno del nostro nome"), gli attacchi al segretario di Alessandro Natta ("Tu lanci un seme velenoso") e di Pietro Ingrao ("Acchiappanuvole"), mentre saltano i centralini delle Botteghe Oscure e dell'Unità per le proteste di iscritti e elettori.
C'è ancora un Paese che resiste al contraccolpo del Muro crollato, la Romania. Ma il 16 dicembre scoppia a sorpresa una protesta a Timisoara contro l'arresto del pastore protestante László Tökés. La folla brucia la sede del partito, compaiono i tricolori romeni con un buco al posto del simbolo comunista, si canta un inno proibito dal 1947: "Destati, o romeno/ dal sonno pari a morte/ nel quale ti ha gettato/ il barbaro tiranno". Cinque giorni dopo Ceausescu convoca una manifestazione di sostegno al regime, ma ha appena cominciato a parlare dal balcone di Piata Palatului quando dal fondo qualcuno grida "Timisoara, Timisoara", la folla sbanda sotto il palazzo, la Securitate e l'esercito aprono il fuoco. È un massacro. Il mattino dopo Ceausescu prova a riprendere il controllo della piazza affacciandosi al balcone con la moglie Elena, ma i fischi lo fanno rientrare di corsa per fuggire in elicottero, lasciando il palazzo con gli arredi rivestiti d'oro, le scarpe a centinaia della moglie, il bidet rosa, i centocinque vestiti grigi, identici del Conducator. La fuga si ferma a Targoviste. Li arrestano il giorno di Natale, li processano sommariamente condannandoli a morte. Li portano via chiusi nei loro cappotti, con le mani legate dietro la schiena, mentre Ceausescu canta l'Internazionale e Elena maledice i "traditori". Le mitragliette degli otto paracadutisti che li uccidono da pochi metri chiudono tragicamente il 1989.
Assorbendo su di sé tutta la furia della distruzione, tutta l'ansia della liberazione, il Muro ha evitato il sangue a Berlino. Aperta la porta di Brandeburgo, ora Kohl può andare avanti col suo piano di riunificazione, prima cautamente, pensando di arrivarci in cinque anni, poi - ottenuto il via libera da Gorbaciov in cambio di 220 milioni di marchi di aiuti - con la fretta e l'impazienza di chi può finalmente compiere il suo destino. Il 28 dicembre la folla della Ddr lo applaude a Dresda con un grido ("Germania") che rompe pubblicamente le ultime cautele. Il 18 marzo 1990, quando la Germania dell'Est vota per la prima volta liberamente, la coalizione conservatrice raggiunge il 48 per cento, i socialdemocratici si fermano al 22, la vecchia Sed - che adesso si chiama Pds - crolla dal potere totale al 16,3 per cento. L'esito è deciso. Chiudono via via le 135 ambasciate della Ddr nel mondo, si spegne il telegiornale comunista. Il 3 ottobre la Germania sarà riunificata, il cambio tra il marco federale e la vecchia moneta della Ddr verrà fissato a quota 1 a 1.
Prima, restava ancora un conto da regolare, naturalmente a Berlino. Da una settimana prima della caduta del Muro, i tritacarte continuavano a lavorare in tutte le stanze della Stasi, giorno e notte, cancellando le prove dell'abuso di Stato che non è stato possibile nascondere all'estero. Quando le macchine si fermano, surriscaldate, i fascicoli vengono distrutti a mano, fatti a pezzi. Ma il 15 gennaio 1990 l'enorme città proibita della polizia segreta a Berlino Est viene assaltata dai cittadini che entrano negli uffici, profanando le stanze segrete. Trovano quindicimila sacchi dove sono finiti i fogli strappati, su cui partirà il lavoro di restauro di 31 archivisti che accostano i frammenti per recuperare il grande puzzle dello spionaggio, ore e ore di tentativi, coi lati dell'orrore che combaciano, gli angoli delle intercettazioni che coincidono, le particelle di un pedinamento che si combinano (ci vogliono più di 90 pezzi per ricostruire una pagina) e svelano un inferno di carta edificato in 34 anni, distrutto in due settimane: per ricostruirlo serviranno 370 anni.
Ma intanto i vecchi dissidenti possono avvicinarsi increduli alle stanze del terrore, farsi consegnare i dossier che li riguardano, scoprire chi li spiava nella cerchia degli amici e dei familiari. Tra i primi entrano nello stanzone il cantautore Wolf Biermann, con lo scrittore Jürgen Fuchs e con Katja Havemann, moglie del grande dissidente Robert morto nel 1982. Sono l'aristocrazia perseguitata dell'opposizione, e ora vedono per la prima volta la loro vita dall'altra parte, rovesciata e contabilizzata dall'ossessione poliziesca. Si leggono l'un l'altro i nomi in codice degli informatori, risalgono ai nomi veri, gridano di stupore e indignazione scoprendo complicità impensabili, e alla fine capiscono che il terrore si è dissolto per sempre: loro stanno aprendo i dossier della polizia segreta, e Mielke, l'onnipotente Capo della Stasi, è entrato in cella nel carcere speciale di Hohenschönhausen, dove per anni rinchiudeva gli oppositori.
Se ci si affaccia allo spioncino della prigione si può vedere la stanza 315 col letto sfatto, nei corridoi le sirene sembrano pronte a urlare come quando un detenuto usciva dalla cella per l'interrogatorio, per evitare che due dissidenti arrestati s'incontrassero, nell'ufficio degli interrogatori la lampada della Stasi è ancora sul tavolo davanti alla sedia dove l'indagato doveva tenere le mani ferme sotto le cosce, fino alla confessione. Qui sembra che non sia finita, tutto è com'era, arrugginito ma intatto.
Uscendo, viene da cercare il Muro. Il Muro non c'è più, il Muro è dappertutto. Bastioni rimasti in piedi si trasformano in opere d'arte come a East Side Gallery, segni del percorso del Muro vengono tracciati sulle strade dove passava il confine, croci bianche spuntano vicino alla Sprea per ricordare le fughe disperate, i tuffi, le uccisioni. Banalmente, lottizzando le reminiscenze, frammenti di Muro veri o falsi finiscono sui banchetti ambulanti, come memorabilia incellofanate della Ddr. D'altra parte già il 23 giugno del 1990 al Grand Hotel Metropole di Montecarlo erano stati messi all'asta 81 pezzi sparsi di Muro per 16 tonnellate, tra miliardari americani e contesse.
Bisogna seguire l'ultima onda sismica di quel crollo per arrivare fino a Mosca, dove tutto è cominciato. La storia si riavvolge, risale il secolo e dal Muro ritorna alla piazza Rossa, dove nel buio della sera di Natale del 1991 si vedono soltanto i fanali dell'auto nera di Stato che porta via Mikhail Gorbaciov dimissionario, mentre spunta per l'ultima volta dalla porta della torre Spasskaja, di fianco alla mummia di Lenin che l'ultimo Segretario Generale interrogava mentalmente ancora in quell'incredibile '89, quando aveva dei dubbi. Poi, illuminata dai riflettori insieme coi fiocchi di neve, inquadrata dalle televisioni di tutto il pianeta, nel silenzio dell'inverno russo scende dal pennone più alto del Cremlino, dopo 72 anni, la bandiera rossa dell'Urss che non c'è più: ammainando un mondo.
(Ha collaborato Andrea Tarquini)
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