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Deep Water di Rockwell Kent, 1931, incisione su legno, Dallas Museum of Art, Texas (Credit: www.bridgemanimages.com) 

Non si è mai scrittori in patria

Da Igiaba Scego a Tahar Lamri, gli autori italiani di origine straniera stanno rivoluzionando lingua e narrazione. Ma non hanno pari dignità 
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In Italia perfino l'"indignazione" o l'"apertura ad altre culture" somigliano a mode effimere. Prendiamo i cosiddetti narratori migranti: dopo un momento di relativa visibilità - con Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio (2011) di Amhara Lakous, e alcuni romanzi di Cristina Ali Farah, Gabriella Ghermandi, Igiaba Scego, Tahar Lamri - sono ripiombati nell'oblio. Sì, convegni, riviste, banche-dati, anche una serie televisiva, ma l'attenzione è confinata a un ristretto ambito accademico e a sporadiche uscite mediatiche infarcite di stereotipi. Innumerevoli le cause: provincialismo, mancanza di coraggio dell'editoria, chiusura xenofoba e incarognimento della società. Ed è un male perché gli scrittori migranti o dell'emigrazione (definizione impropria - mica parlano sempre di emigrazione! - meglio sarebbe italofoni di origine straniera) abitano nel cuore del meticciato attuale, e la …
In Italia perfino l'"indignazione" o l'"apertura ad altre culture" somigliano a mode effimere. Prendiamo i cosiddetti narratori migranti: dopo un momento di relativa visibilità - con Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio (2011) di Amhara Lakous, e alcuni romanzi di Cristina Ali Farah, Gabriella Ghermandi, Igiaba Scego, Tahar Lamri - sono ripiombati nell'oblio. Sì, convegni, riviste, banche-dati, anche una serie televisiva, ma l'attenzione è confinata a un ristretto ambito accademico e a sporadiche uscite mediatiche infarcite di stereotipi. Innumerevoli le cause: provincialismo, mancanza di coraggio dell'editoria, chiusura xenofoba e incarognimento della società. Ed è un male perché gli scrittori migranti o dell'emigrazione (definizione impropria - mica parlano sempre di emigrazione! - meglio sarebbe italofoni di origine straniera) abitano nel cuore del meticciato attuale, e la loro ricerca di identità - anch'essa meticcia, transculturale - riguarda tutti, proprio perché oggi tutti in qualche modo siamo sradicati dal passato. Ciò potrebbe limitare l'interesse per loro a un piano strettamente antropologico. Non dico che la loro risposta al problema dell'identità sia, in termini letterari, sempre convincente, però almeno sollevano con forza il problema. Inoltre dimostrano di essere gli unici veri "patrioti": amano così tanto la nostra lingua da adottarla per scrivere romanzi e poesie!

Igiaba Scego, presentando una bella antologia da lei curata - Future (Effequ), undici racconti di afroitaliane - denuncia l'oblio cui accennavo. Scovando le autrici nei blog (avvertimento ai pigri editori!) propone il libro come un J'accuse, e si sofferma sulla barriera che vede elevarsi tra noi e loro: alla mancata legge sullo jus soli fa da pendant una mancata cittadinanza letteraria agli autori. Mentre Camilla Hawthorne nella prefazione osserva che da noi i figli della prima generazione di immigrati stentano a essere considerati "italiani veri"! Così comincia il racconto di Leaticia Ouedraogo (Burkina Faso): "Papà e io siamo nati in Burkina e in Italia abbiamo scoperto di essere neri, come tanti altri. Mathys invece è stato molto più fortunato di noi due: è nato in Italia, e lo ha scoperto quasi subito di essere nero. Negro di merda a papà per la prima volta è toccato a trent'anni, sporca negra a me a undici anni...". 

Ma non si tratta solo di un libro di testimonianze. Le storie sono raccontate attraverso una lingua personale, quasi conquistata in una situazione di emergenza. I migrant writer si trovano davanti la lingua standardizzata della tv, quella anelastica della burocrazia, quella polverosa della tradizione retorico-letteraria, quella trasandata dei social. Per esistere devono faticosamente trovare una propria voce, uno "stile", anche ripescando negli idiomi parlati dai genitori. Sono "costretti" a inventare una lingua per dire l'esperienza. Ed è una lingua al tempo stesso fortemente ibridata e miracolosamente "pulita", aggettivo quest'ultimo utilizzato da Daniela Brogi che insegna letteratura contemporanea all'Università per stranieri di Siena. Invece si ha spesso l'impressione che i nostri narratori "autoctoni", illusi di possedere naturalmente la lingua che usano, non facciano nessuno sforzo per personalizzarla.

Dell'antologia segnalo Marie Moïse, nata bianca "da chi ha fallito di esserlo", alle prese - ad Haiti - con una "eredità vuota", scandita da una prosa poetica; Djarah Kan, per un memorabile ritratto della zia "strega" del Ghana, da cui scopre che nessuno le ha mai rivelato il suo vero nome; Ndack Mbaye, che nel Senegal partecipa al lutto per la morte del cugino, un dolore così "essiccato" da diventare polvere, e spargersi nel tempo; Wii che rivendica gioiosamente di essere "senza radici" (è "mediterranea", come una sirena) e invita a farci da noi i biscotti, che sono "totalmente immuni da ogni pregiudizio"; Alesa Herero, per la celebre cantante africana Matilde o Matimbe (un nome contiene l'altro) che torna a Roma dopo avervi trascorso l'adolescenza, e in un maggio di sole sente l'odore della pioggia, e che quando torna a Luanda non passa il test del riconoscimento facciale perché la sua pelle, né bianca né nera, non rientra nelle tipologie previste.

Chissà se lo stile (polpastrello digitale dell'anima), che ogni scrittore - afrodiscendente o no - dovrà trovare per sé, riuscirà a superare il test del riconoscimento facciale, rientrando nelle tipologie note. O se proprio lo stile sarà capace di nominare la multiforme esperienza di tutti noi abitatori del presente, spaesati e omologati, senza patria e senza radici, ma alla ricerca dell'unico vero radicamento possibile: dentro una lingua in cui si incontrano la comunità e la identità diasporica di ciascuno.